Il banchetto annuale della confraternita dei becchini



Lo scrittore Mathias Enard ha presentato al Salone di Torino il nuovo romanzo, Il banchetto annuale della confraternita dei becchini. Diviso in sette parti inframmezzate da brevi capitoli detti Canzoni, il libro evoca la struttura della Ruota del Tempo o Ruota del Karma della tradizione Buddhista. Dialoga con l’autore Caterina Orsenigo


In copertina, Revelry at an Inn, 1674 di Jan Steen

di Caterina Orsenigo

In un incontro dal titolo Lo scrittore e il suo doppio, Mathias Enard, premio Goncourt 2015 con Bussola, pubblicato da Actes Sud in Francia e da e/o in Italia, presentava, in quel del Salone di Torino, il nuovo romanzo dal titolo Il banchetto annuale della confraternita dei becchini. Diviso in sette parti inframmezzate da brevi capitoli detti Canzoni, il libro evoca la struttura della Ruota del Tempo o Ruota del Karma della tradizione Buddhista. Al centro, il banchetto, con l’elenco di tutti i cibi e i vini e i discorsi dei commensali scritti in prosa in rima (tipica forma della cultura araba). Un banchetto di tre giorni, durante i quali la Morte si arresta e ai becchini è concessa una tregua dal loro incessante lavoro. Tutto intorno a questo capitolo centrale si sprigiona la Storia – antichissima, recente, presente e a tratti futura – di un paesino chiamato La-Pierre-Saint-Christophe, nei pressi di Niort (paese natale di Enard): Storia raccontata attraverso i suoi abitanti presenti e le loro infinite reincarnazioni, nel presente, nel passato e nel futuro, che possono essere prete o cinghiale, storie spesso violente, di morti impiccati, ma pacificamente inserite nel dolce flusso della Ruota. Ai margini, primo e settimo capitolo, c’è il diario di David Mazon: un dottorando parigino che vuole scrivere la “tesi perfetta” sulla vita in campagna nel XXI Secolo. Ospitato da Mathilde Gary in una casetta affacciata sull’orto della fattoria, con gatti e vermini rossi a fargli compagnia, soprannomina il suo nuovo alloggio Pensiero Selvaggio, in omaggio sia a Levi-Strauss che a Bolaño, e comincia a scrivere il suo “taccuino di etnografo” o “diario di campo”. Diventa assiduo frequentatore del Bar-Pesca, da cui passa tutto il paese, fra cui il Sindaco-Becchino (e Gran Maestro del Banchetto), l’artista Max e l’agricoltrice e attivista Lucie che contribuiranno a far sì che David venga sempre più “fagocitato” dal suo soggetto di tesi.

L’incontro al Salone del Libro, presentato da Ilide Carmignani, si concentra sulla traduzione e sul confronto fra l’autore e la sua traduttrice Yasmina Melaouah. Per questo l’intervista parte da qui.

Lei parla molte lingue, fra cui l’italiano. Legge le traduzioni dei suoi libri? 

Non sempre. Le leggo se mi viene richiesto, con questo libro l’ho fatto, ma altrimenti ne leggo soltanto delle parti, per curiosità. Mi piace dare un’occhiata, rivedere dei brani quando i libri escono.

In questo libro ci sono brani interamente in rima, parti in dialetto. Per restituire questa complessità, certe volte la traduzione si allontana dall’originale. Leggere le traduzioni la stupisce? Arricchisce il suo linguaggio?

È difficile capire se leggere una traduzione trasformi il mio linguaggio: non è semplice riconoscere esattamente i passaggi di ciò che ci trasforma. Ma di sicuro la traduzione può essere sorprendente. Nel caso del Banchetto annuale sono rimasto meravigliato da certe soluzioni che Jasmina ha trovato, corrispondenze fra italiano e francese che non mi sarei aspettato.

Parliamo del Banchetto. Gli altri suoi libri portano in luoghi lontanissimi: Mosca, la Siberia, la Siria, il Libano, Istanbul. Eppure è proprio in questo che si ha l’impressione di fare il viaggio più lungo.

È vero, era proprio questo che volevo mostrare. Per me l’idea era di riuscire a vedere diversamente questa regione, che conosco benissimo. Volevo riuscire ad astrarmene e a raccontarla dall’esterno, come qualcosa di unico in sé, lontano ed esotico. La campagna sembra un mondo lontano e invece è vicinissima.

Fra i protagonisti dei suoi libri, si può dire ci sia l’Amicizia, spesso mescolata all’amore. Nei romanzi precedenti si trovavano spesso rapporti intensi, febbrili. Qui l’amore arriva solo alla fine, ma è comunque molto forte e presente.

È vero, l’unico corrispettivo per esempio di Sarah e Franz in Bussola qui sono David e Lucie. Quindi forse è meno centrale ma c’è. Che la si chiami amicizia o amore, e questo dipende poi dai libri e dai contesti, è un aspetto che torna sempre. Credo che questa tensione sia veramente importante nella letteratura. Ovviamente anche nella vita, ma è diverso: nella letteratura è proprio quella tensione, quell’energia il collante che serve tenere insieme un romanzo.

Anche l’alcol e la droga sono protagonisti importanti dei suoi romanzi, fondamentali nell’alimentare proprio quei rapporti, quelle tensioni fra personaggi. 

Ciò che mi piace nel raccontare l’alcol e la droga è il loro aspetto sciamanico, fanno apparire delle cose, come quelle droghe antiche che ti rendevano capace di “vedere”. Mi piace proprio il fatto che portino con sé degli effetti, delle conseguenze, delle visioni, e che permettano così di sviluppare certi aspetti della narrazione. Li uso molto nei libri. E anche nei rapporti fra i personaggi, è vero, sono molto presenti perché permettono la condivisione di momenti quasi rituali. Nel Banchetto, ma in Francia in generale, la condivisione dell’alcol e del cibo è un aspetto tradizionalmente fondamentale. Anche la storia della campagna francese è una storia di vini, di vigne e di alcol distillato, è incredibile la quantità di alcolici che si potevano bere. Ed è interessante anche vedere come questo abbia modificato il paesaggio.

Con il Banchetto, ho avuto anche l’impressione di un romanzo in un certo senso più adulto: mentre gli altri sono molto diretti verso il passato, verso la nostalgia, qui lo sguardo è sul presente e anzi quasi sul futuro, sul divenire.

Avevo già esplorato l’amore, l’alcol, questo tipo di rapporti romantici, nei libri precedenti. Ora avevo voglia di passare a qualcosa di diverso, di trovare un altro punto di vista. Si dice che si può riassumere tutta la Recherche con “Marcel diventa scrittore”. Ecco, il Banchetto si può riassumere con “David diventa agricoltore”. Questo era il fulcro del libro. Ma come diventa agricoltore? Non si riesce a distinguere se la sua passione derivi dal fatto che Lucie è agricoltrice o se a lui piaccia davvero lavorare nei campi. Credo diventi agricoltore per entrambi i motivi, e il centro del libro è proprio questo passaggio. Poi in realtà anche qui si parla molto del passato, però senza nostalgia, senza tristezza. Non so se c’entri con l’età, se è la maturità a farmi guardare alle cose in maniera più calma, ma di sicuro è un altro modo di considerare il passato.

Questa focalizzazione sul presente e sul divenire ha fatto sì che entrasse molto anche la politica, soprattutto in termini di ecologia. 

È vero, nel Banchetto sono molto centrali il presente e dunque l’ecologia. Ma la cosa divertente è che in realtà io ho iniziato a scrivere questo libro dieci anni fa e l’ecologia non era per niente “di moda” allora. Poi sono stato raggiunto dalla moda. È un’ottima cosa, vuol dire che avevo ragione a parlarne, è davvero una questione estremamente importante.

Nel Banchetto si parla della Morte, ci sono tante morti più o meno violente, c’è la reincarnazione con la Ruota del Tempo. Mi è sembrata significativa questa definizione: “i becchini, i quali, di tutto il genere umano, erano i più legati alla vita, vivendo loro nella morte”.

Il fatto è che è impossibile parlare della Morte, i soli che possono farlo sono forse i becchini perché la vedono così da vicino, ma in realtà non possono parlarne neanche loro perché sono vivi. È il più vecchio mestiere del mondo, le notizie più antiche che abbiamo dell’uomo sono proprio legate alla morte, quindi sappiamo per esempio chi si occupava delle sepolture nel Neolitico, eppure non possiamo dire nulla della sulla realtà di questo mestiere perché non sappiamo nulla della Morte. È questo che mi ha affascinato. Infatti ho avuto l’idea di questo libro durante un viaggio a Praga. Ero lì perché sono un grande fan di Kafka. Ho voluto vedere le sinagoghe e davanti alla via principale del ghetto ho notato questa casetta che è la sede della Confraternita dei becchini, e all’interno si vedono dipinti dell’epoca, del diciottesimo secolo, che mostrano il banchetto. E affianco la didascalia spiegava: “per consolarsi del loro triste mestiere, i becchini si concedono ogni anno un grande banchetto”.

Quindi è vero.

È vero. O meglio era vero nella tradizione ebraica dell’Europa dell’Est e dell’Europa centrale.

Quando l’ho visto ho pensato che fosse geniale e che dovesse stare al centro del mio romanzo, ma con una piccola differenza: ossia, che la Morte dovesse fare una pausa.

L’altra differenza è che nel libro il banchetto non è riservato ai becchini ebrei: al banchetto si ritrovano becchini cristiani, ebrei, musulmani.

È questo che mi interessa. Moriamo tutti nello stesso modo, perché i becchini dovrebbero essere diversi? Mi piaceva l’idea di trovare una specie di rituale che fosse condiviso.

Nei suoi libri, per esempio in Bussola o in Parlami di battaglie, di re e di elefanti, cerca molto di restituire una vicinanza, in particolare fra Europa e Medio Oriente.

Sì, è vero: mi piace cercare i punti di contatto fra le diverse culture piuttosto che le differenze. 

Per questo ha studiato l’arabo e il persiano?

Forse all’inizio no, ero mosso più dalla voglia di viaggiare. Venendo da un paesino così piccolo, avevo l’impressione che là fuori ci fosse un mondo enorme, lontano e affascinante da scoprire. E dovevo assolutamente conoscerlo.

E che cos’ha trovato, in questi viaggi?

Ci ho trovato sempre dei nuovi interessi. Ho sempre rinnovato la mia curiosità.

E la Ruota, in che momento l’ha trovata?

Mi ha sempre affascinato la visione Buddhista del tempo e della Morte. Se si crede alla reincarnazione e quindi anche a una visione del Tempo come pura illusione, al fatto che ci si possa reincarnare nel passato o nel futuro, in animale o pianta, ci si rende conto di quanto sia diversa la relazione che possiamo avere con la Natura. La nostra concezione, cristiana, ebraica o musulmana, è completamente diversa perché c’è una separazione fra l’uomo e la natura. Invece per un buddhista l’uomo fa completamente parte della Natura. Ognuno di noi può essere stato ieri coniglio e domani albero.

Si torna all’ecologia. Oggi si cerca di togliere l’uomo dal suo piedistallo secondo cui sarebbe al centro dell’universo.

È vero, ma ci si riuscirà? Siamo ancora immersi nel pensiero giudaico-cristiano della Genesi, che dice “il mondo è il vostro giardino”. C’è quest’idea di possesso dell’uomo di ciò che ha attorno.

Ma se pensiamo alla Ruota, noi stessi siamo il mondo.

Queste risposte a domande insieme spirituali e politiche, a proposito della Morte e della Ruota, le aveva già o le ha invece trovate man mano, scrivendo?

No, direi che erano già nel progetto del libro.

In generale, quando scrive un libro comincia dall’inizio?

Sempre dalla fine! La fine è la prima cosa che scrivo. E poi si tratta di capire come arrivare fin lì. Questo non vuol dire che il finale non possa cambiare, però le prime pagine che ho sono sempre quelle finali. Anche se in realtà quando comincio a scrivere ho sempre già in mano una buona parte del libro. Poi temi e personaggi arrivano insieme, ogni personaggio porta con sé un mondo che per me in quel momento, quando lavoro a un nuovo libro, è in qualche modo importante.


Caterina Orsenigo (1989) è laureata in Filosofia a Milano, in Letterature comparate a Parigi e ha conseguito un maser in Editoria presso la Fondazione Mondadori. Ha vissuto diversi anni a Firenze e lavora come editor freelance. Scrive su Gli Stati Generali, La città dei lettori, Minima&moralia e Doppiozero, e con l’associazione piedipagina organizza passeggiate letterarie a Milano. Quando può, viaggia lentamente e a lungo. Si interessa di letteratura, di teatro, di ecologia, più di visioni del mondo che di politica.

 

Mathias Enard è nato nel 1972. Dopo essersi formato in storia dell’arte all’École du Louvre, ha studiato arabo e persiano. Dopo lunghi soggiorni in Medio Oriente, nel 2000 si stabilisce a Barcellona, dove collabora a diverse riviste culturali. All’attività di professore di arabo all’università autonoma di Barcellona affianca quella di traduttore. Fra le sue opere ricordiamo Breviario per Aspiranti terroristi (Nutrimenti), Zona, Parlami di battaglie, di re e di elefanti (E/O), Via dei ladri (Rizzoli), L’alcol e la nostalgia (E/O), La perfezione del tiro (E/O) e Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona (E/O). Con Bussola (E/O 2016) ha vinto il premio Goncourt e il Von Rezzori, ed è stato inoltre finalista al Man Booker International Prize e al Premio Strega Europeo.

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