Il cambiamento climatico secondo Makoto Shinkai



Nei lavori del regista giapponese, famoso per “Your name”, i cieli e la pioggia hanno assunto lo strano ruolo di narrare, parallelamente all’evolversi della storia, il problema climatico. 


In copertina, e lungo il testo, immagini di Makoto Shinkai

di Andrea Cassini

Ogni estate, come molti paesi asiatici esposti all’oceano, il Giappone vive una stagione delle piogge che si concentra tra giugno e luglio. Quella del 2019 è stata particolarmente memorabile, registrando una nuvolosità da record e temperature più basse di tre gradi rispetto all’anno precedente, tanto che Tokyo ha attraversato il periodo più nuvoloso da 129 anni. A complicare le cose, il tifone Hagibis che si è recentemente abbattuto sulla popolosissima regione del Kantō causando 80 vittime. Le immagini dei satelliti sono ancora sotto gli occhi di tutti, con il vortice che appare più grande dell’intero paese, ma non è questa l’unica straordinarietà di Hagibis. Formatosi lo scorso 2 ottobre come depressione tropicale, in poche ore si è intensificato fino alla categoria 5 aumentando la propria velocità di 100 nodi in 24 ore, una delle intensificazioni più rapide mai registrate; inoltre, Hagibis giunge al culmine di un periodo particolarmente disastroso per il clima nel Pacifico Occidentale, che a febbraio ha visto passare il supertifone Wutip (il più in anticipo della storia sulla stagione dei tifoni) e in agosto il categoria 4 Lekima, il più costoso di sempre in Cina in termini di danni.

Makoto Shinkai è un regista di film d’animazione giapponese. Nel 2016 ha infranto ogni record al botteghino con Your Name, il suo primo lungometraggio con una chiara impronta da blockbuster, imponendosi all’attenzione internazionale, ma prima d’allora era già uno stimato e visionario autore di cortometraggi (Lei e il gatto, La voce delle stelle) e mediometraggi (5 cm al secondo) insieme all’avventuroso e miyazakiano Viaggio verso Agartha. Makoto Shinkai è anche l’ennesimo “nuovo Miyazaki” per quel che conta, ma ormai abbiamo capito che l’etichetta gode di vita propria e segue ciecamente i successi di pubblico e critica. Soprattutto, Makoto Shinkai è un innovatore nel campo della grafica applicata all’animazione, specialmente quella digitale, e si è ritagliato un posto di rilievo nella tradizione artistica giapponese fino a guadagnarsi un’esposizione monotematica al prestigioso National Art Center di Tokyo. Oltre a tutto questo, Makoto Shinkai è un uomo ossessionato dai cieli, dalla pioggia, dal potere comunicativo e metaforico del clima. È un pilastro della sua poetica minimalista e rarefatta. Va da sé che il suo occhio sensibile sia tra i più indicati per restituire gli aspetti più sottili, le declinazioni più umane del cambiamento climatico. Prendiamo la pioggia. A giudicare da quanto frequentemente compare nelle sue scene, e dal gusto con cui indugia sulle sue immagini, è una sorta di feticcio per Shinkai. Nell’ultimo lungometraggio, Weathering with you (Tenki no ko), vi dà libero sfogo dipingendo una Tokyo assediata da una stagione delle piogge infinita; soltanto Hina, una portatrice di sereno che si ritrova inconsapevolmente nel ruolo delle antiche sacerdotesse dello shintoismo, è capace di rischiarare piccoli squarci di cielo tramite la preghiera, ma a caro prezzo. Seppure pensato per un pubblico giovane e attraversato da una vena umoristica che è cifra distintiva del genere, come già accadeva con Your Name, Weathering with you compie un passo in direzione adulta e, soprattutto, ha un tono cupo. Le piogge incessanti sono una campana opprimente sotto la quale le risate si fanno amare, si cova il malumore e gli abitanti di Tokyo mostrano il loro lato peggiore – basti pensare che il protagonista è un sedicenne ombroso che finisce per usare una pistola, ben lontano dall’eroe solare e innocente di un qualsiasi shōnen. Contravvenendo a qualcosa di vicino a un tabù, Shinkai mette su schermo quelle aree metropolitane che Tokyo preferisce tenere nascoste: il quartiere a luci rosse di Kabukicho, con tanto di camioncino “Vanilla” che passa per le strade con l’inconfondibile jingle sparato dagli altoparlanti, per reclutare giovani donne per “lavori ben pagati”. Cos’è cambiato da Il giardino delle parole, del 2013, dove invece la pioggia era l’espediente che consentiva a Takao e Yukari di ripararsi sotto una tettoia nel giardino di Shinjuku Gyoen, e ogni goccia era come una perla che impreziosiva, mentre maturava, il loro amore impossibile tra alunno e insegnante? È lo stesso Shinkai a riconoscerlo

“In questi sei anni, le sensazioni che i giapponesi provano nei confronti del tempo e delle stagioni sono molto cambiate. Prima, la pioggia era affascinante e si aveva l’impressione che le stagioni scorressero molto lentamente, segnate dal colore delle foglie ad esempio. Ne Il giardino delle parole, la pioggia era una cosa che univa le persone. Ma negli ultimi anni, sembra che i cambiamenti stagionali ci vogliano attaccare. Perciò, in questo film volevo che la pioggia avesse un’impronta più violenta e aggressiva”. 

 

D’altra parte, gli studi suggeriscono che Tokyo, nonostante le sue imponenti infrastrutture, corra veramente il rischio di allagamenti.

Da un punto di vista strettamente cinematografico, Weathering with you segue il solco tracciato da Your Name: da un lato Shinkai continua ad apparire più ispirato quando si cimenta in mediometraggi e cortometraggi, dove la sua estetica minimalista sembra esprimersi al meglio, dall’altro il suo stile non risulta sminuito all’interno di un “pacchetto” più commerciale, e anzi si apre a più spunti interpretativi. Shinkai è un regista che vive di stilemi, per lui è cruciale sfruttare i mezzi dell’animazione per rappresentare l’unione tra l’immagine e il contenuto. Weathering with you, in questo senso, alza ulteriormente l’asticella. Il digitale si fonde senza scarti all’immaginario tradizionale dell’animazione giapponese, e le immani quantità di pioggia fungono da prisma e da lente d’ingrandimento per le sfumature che restano in secondo piano. C’è da credere che la frustrazione degli abitanti di Tokyo, sottoposti alle precipitazioni incessanti, rispecchiasse la stessa frustrazione di Shinkai che, pur sfogando il proprio estro con la pioggia, ha dovuto trattenersi con il suo cavallo di battaglia: i cieli. Anziché gli ampi spazi azzurri, addolciti dai tramonti e striati da nuvole leggere, qui dominano il grigio e il nero. Le nuvole sono una muraglia, articolata e pesante. È un altro capitolo nella rappresentazione shinkaiana di come gli stati d’animo siano un tutt’uno con il clima. Hina, la portatrice di sereno, è in grado di riparare momentaneamente il clima con la preghiera, ma il suo potere agisce anche in maniera figurata: è una ragazza solare, una di quelle persone capaci di portare uno sprazzo di luce nel cuore di una persona che sta vivendo una giornata buia, come accade a Hodaka, il protagonista, sedicenne che soffre la fame per le strade di Toyko dopo essere scappato di casa. Il meccanismo funziona anche in senso opposto. Hodaka è un ame-otoko, ragazzo della pioggia, uno che è seguito dalla propria nuvola personale e porta maltempo e malumore ovunque vada. Si rende conto che le sue sfortune siano contagiose quando persino Hina, coinvolta nella sua fuga dalla polizia, perde il sorriso: l’apice della sua sofferenza corrisponde al picco delle precipitazioni, che culminano in una nevicata in pieno agosto. C’è un’idea antica in questo rapporto tra uomo e clima, che in Giappone è amplificata dalla sensibilità ancestrale dello shintoismo – ma che troviamo anche nel folklore occidentale o nelle pratiche sciamaniche – e di cui rintracciamo impronte anche nell’architettura urbanistica giapponese. Basta una breve visita a Tokyo per apprezzare l’abbondanza di aree verdi, giardini grandissimi e curati al centro della città, ed è difficile per gli occhi occidentali abituarsi all’immagine di templi e portali torii, alcuni davvero minuscoli, che sopravvivono in mezzo all’abnorme espansione urbanistica, tutta tesa verso l’alto, come isole in cui il tempo si è fermato. Il ruolo di questi spazi nell’economia di una città assomiglia a quegli sprazzi di sole che Hina riesce a invocare, e non è raro vedere pragmatici salarymen in giacca e cravatta fermarsi presso uno di questi tempietti sulla via per il lavoro per una preghiera e una donazione. È proprio in uno di questi luoghi che Hina scopre il proprio potere: un piccolo torii in cima a una palazzo diroccato. Da qui il diverso ruolo del “magico” nella quotidianità e di conseguenza nell’arte giapponese: più che incursioni del fantastico nel reale, qui il fiabesco diventa parte del tessuto della realtà, unendo i punti di vista del sacerdote e del salarymen come quelli dell’adulto e del bambino, ed è così che un film come Weathering with you paga un debito nei confronti dei romanzi di Haruki Murakami, tra gli altri, che questa coesione l’ha portata nella letteratura “alta”. Nelle vicissitudini di Hodaka non è difficile ritrovare quelle di Tamura Kafka, protagonista di Kafka sulla spiaggia che era a sua volta un ragazzino “finto adulto” scappato di casa, e Makoto Shinkai ne prende in prestito il linguaggio onirico quando disegna pesci che abitano nelle nuvole e piovono dal cielo, proprio come i bizzarri eventi atmosferici che era in grado di scatenare il signor Nakata.

Questa è la poetica del cambiamento climatico secondo Makoto Shinkai, dunque, prettamente giapponese. Ma l’elemento più importante della trama è la risposta del protagonista a tale cambiamento. Hina si rende conto che il suo potere di portare il sole ha un caro prezzo; più lo utilizza, più il suo corpo perde consistenza e acquista una forma acquosa. Intuisce che il destino delle sacerdotesse sia quello di sacrificarsi per aggiustare il clima sulla terra, facendosi un tutt’uno con la pioggia, ed è pronta a offrire la propria vita. L’idea del portavoce degli dei che diventa vittima di un sacrificio umano è a sua volta antica. Il film mostra spesso dei graziosi pupazzi bianchi, i teru teru bozu, protagonisti di una filastrocca per bambini volta a fare uscire il sole; quello che si è perso nel corso dei secoli, però, è che i pupazzi rappresentavano originariamente i monaci incaricati di portare il sereno, a cui veniva tagliata la testa in caso di fallimento. Emerge un tema legato in maniera particolarmente attuale ai problemi che stiamo incontrando nell’affrontare l’allarme del cambiamento climatico. 

 

C’è un senso di colpa diffuso, accompagnato dall’idea che ciascuno di noi debba fare qualcosa per invertire la rotta, ed è per certi versi una sensazione che rimanda alle paure millenaristiche sulla fine del mondo e al peccato da espiare. In quel genere di mondo però, come in quello dei monaci dei teru teru bozu, c’era un giudice supremo che assegnava la colpa e decretava le modalità per scontarla: ora invece, che abbiamo perso quella tensione verso il divino, proviamo un senso di colpa di cui non conosciamo né l’origine né la pena. Così, quando Bruno Latour avanza l’idea che l’uomo non possa più riconoscersi nella natura e che viva a tutti gli effetti in un mondo post-naturale, sta anche dicendo che vive in un mondo dove dio è morto insieme alla natura. Una tale prospettiva ci immobilizza, ci rende difficile ammettere il nostro ruolo nella crisi climatica: è anche su queste basi, ad esempio, che Andreas Malm la critica nel recente The Progress of this Storm, dove invece sostiene l’unità di uomo e natura e la speciale agentività dell’uomo sul fronte ecologico, da interpretare in chiave marxista. È possibile che ci troviamo a metà del guado, senza sapere a che strada rivolgerci? A vedere l’esempio di Hodaka in Weathering with you si direbbe di sì, perché il dilemma principale resta quello: come gestire un senso di colpa di cui non vediamo il volto, e come trovare il modo giusto per espiare un peccato che non conosciamo?

Se Hina è un personaggio lineare, sereno e prevedibile, Hodaka è invece un protagonista sui generis. È attivo, ma le sue energie sono spesso volte nella direzione sbagliata. È in continuo movimento, ma si sposta per le vie della metropoli senza interagire, come sulla mappa di un videogioco. Scappa di casa, da un piccolo paese su un’isola, non sappiamo mai perché ma Shinkai ci lascia intuire seri problemi con i genitori. L’impatto con Tokyo è brutale, Hodaka si trova presto a fare la vita del vagabondo, uno dei tanti invisibili che popolano gli strati più bassi della città. Poi trova un alloggio e un lavoretto, ma le sue prospettive restano grame. Eppure, a una domanda di Hina, risponde che gli piace Tokyo perché si sente libero – questo dice molto della sua percezione, perché in realtà Hodaka si muove come su una griglia disegnata su Google Maps, e la stessa Tokyo nei disegni di Shinkai ha l’immagine di una prigione, di cui il cielo plumbeo costituisce il soffitto, e in cui l’uso della computer grafica accentua i tratti virtuali. 

Innamoratosi di Hina, Hodaka non accetta che lei si sacrifichi. Sfida la polizia, che lo insegue per riportarlo a casa, pur di andarla a salvare. Hodaka è l’uomo che di fronte al problema posto dal cambiamento climatico, sceglie di non cambiare. Non perché sia malvagio, ma perché non ne vede il motivo, non conosce la catena di cause ed effetti che ha portato a quel risultato. Non darmi niente di meno e niente di più di quello che ho adesso, prega durante l’ultima sera, la più felice, che trascorre insieme a Hina. Non è la risposta di un ingenuo. È la risposta di chi ha compreso la gravità del cambiamento climatico, ha compreso la colpa dell’uomo ma ritiene anche che l’umanità non possa più redimersi: allora, che almeno le nuove generazioni possano vivere qualche attimo di piacere, prima dell’inevitabile collasso.

Il confronto generazionale s’inserisce nel discorso, e non possono non saltare alla mente gli appelli di Greta Thunberg. Weathering with you esplicita un aspetto che rimane spesso latente nell’animazione giapponese, e Shinkai è particolarmente sensibile nel calarsi nel punto di vista giovanile: qui il suo Giappone è un mondo senza adulti. Intanto, lo è in senso letterale, ed è una visione familiare per chi segue anime popolati da ragazzini in età scolastica che vivono da soli, i genitori perennemente impegnati dal lavoro. La madre di Hina è morta, del padre non c’è traccia. Dei genitori di Hodaka, mai inquadrati, intuiamo solo che lo trattavano male ma lui preferisce non parlarne e non mostra i segni di un’educazione familiare: sono fantasmi. Per sopravvivere a Tokyo si appoggia a un adulto, il signor Suga, che è di buon animo ma del tutto impreparato ad affrontare le complessità della società. Gli offre vitto e alloggio, ma è quanto di più lontano ci possa essere da una guida. Gli altri adulti in scena sono criminali e poliziotti, entrambi coinvolti in un gioco di guardie e ladri che per Hodaka non ha nessuna importanza. Se ai suoi occhi Tokyo è un ambiente virtuale, gli adulti sono come NPC, personaggi non giocanti di un videogioco, che però sono più disorientati del protagonista e non gli forniscono né quest né indicazioni. In definitiva, non ha esempi a cui rifarsi, ed è significativo che prenda a chiamare senpai – appellativo riservato a un amico o collega di maggiore età, una figura di riferimento – il fratellino di Hina, perché lo trova particolarmente sicuro di sé e affabile con le coetanee. Nella visione di Hodaka, dunque, i figli non devono pagare per le colpe dei padri – a maggior ragione se gli stessi padri non riconoscono la colpa. Nonostante i nubifragi e i relativi disagi, i giapponesi di Weathering with you hanno una reazione assai realistica: si comportano come se nulla fosse, ostinati a proseguire con il lavoro e le attività quotidiane, persino all’apice della crisi. Chiamano Hina, pagandola profumatamente, perché porti il sole sul mercato rionale o sulla festa di compleanno. Il tempo è misterioso, viene detto, e si chiamano in causa divinità antiche come i dragoni cinesi pur di evadere dalla colpa. Lo stesso signor Suga ha un atteggiamento fatalista. “Il mondo era già folle” risponde alle preoccupazioni di Hodaka, in una delle battute più penetranti del film. La pioggia non è ritratta come la ribellione della natura (qui vengono in mente certe tipiche istanze miyazakiane, ed è significativo che in 22 anni le nuove generazioni si identifichino più in Hodaka che nella Principessa Mononoke) o una punizione, ma come un evento insondabile. Shinkai ritrae spesso la pioggia come un mare che si ribalta sopra la testa, ci sono bombe d’acqua – simili in tutto e per tutto a bolle e popolate da pesci – che si schiantano sulla terraferma e nei momenti più lirici del finale si accenna a creature e prati erbosi che abitano sopra le incudini dei cumulonembi. 

Hodaka sceglie di salvare Hina e nel giro di tre anni, un chiaro cenno alla velocità del cambiamento climatico, la baia di Tokyo si ritrova in gran parte sommersa dalle acque, com’era un tempo prima che gli uomini strappassero territori all’oceano. La scelta di Hodaka consiste nel pagare il prezzo secondo le leggi della natura, restituire all’acqua gli spazi rubati in una naturale dinamica di bilanciamento, e non secondo le leggi della civiltà come nella scelta di Hina: sacrificare una persona perché tutte le altre possano continuare a salire la scala del progresso. Ma viene da chiedersi se qualcuno abbia imparato la lezione, e se i giovani che hanno accettato la crisi possano prendere il posto delle guide che loro non hanno avuto. 

Tornato a Tokyo dopo il diploma, Hodaka cammina per la città invasa dalle acque e la gente gli passa intorno senza alzare la testa, indaffarata come prima, impegnata a parlare al telefono. Hanno semplicemente evacuato le aree allagate e trovato nuove case e nuovi uffici. C’è il sole adesso, ma nessuno sembra accorgersene.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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