Il canto degli alberi

Il nostro agosto narrativo inizia in grande, con questo estratto da “Canto degli alberi” di Antonio Moresco (Aboca edizioni). In tempo di quarantena, uno scrittore ritorna alla sua città d’origine, Mantova. È solo. Le uniche uscite che, un po’ furtivamente, si concede sono lunghe passeggiate notturne. Avvolto nel silenzio profondo di una città trasfigurata, quasi metafisica, rimane colpito dalla forza dirompente di alcune piante ed alberi cresciuti in posti ostili: in un interstizio di cemento, tra due muri o due pietre di una casa…


IN COPERTINA e nel testo: Luigi Presicce, Senza titolo (2003), Asta Pananti online

Questo testo è un estratto da “Il canto degli alberi” di Antonio Moresco, ringraziamo Aboca Edizioni per la gentile concessione.


di Antonio Moresco

C’è una di queste statue, con un albero che le esce letteralmente dalla testa, scaturendo da un occhio, in un giardino abbandonato, poco lontano da qui, dove si può arrivare attraverso una serie di vicoli.

“Ma come hai fatto a nascere proprio lì?” gli ho provato a chiedere. E lui mi ha risposto, perché si vede che quel piccolo albero ardimentoso nato dentro un tombino ha dato l’esempio, così adesso altri alberi si sono decisi a parlare liberamente con me, non fanno più i sapientoni.

“Si potrebbe dire che sei un albero fuori di testa!” mi scappa detto, stupidamente, ridendo.

E allora anche lui ride, o almeno mi pare, da un fremito improvviso che scompiglia le sue poche foglie.

Luigi Presicce, Senza titolo (2003), Asta Pananti online

Dialogo con l’albero fuori di testa

“Ma proprio da un occhio dovevi nascere?” gli domando ancora.

“Non è dipeso da me” mi risponde. “Il vento ha portato qui il seme da cui sono nato. Si vede che c’era una fessura, una piccola crepa in quello che chiami occhio, e la mia radice si è data da fare là dentro.”

Mi avvicino di più, per vedere meglio.

“Sì, è penetrata nell’occhio, e poi nella testa, sgretolando a poco a poco il marmo, ha continua- to a crescere in quella materia minerale fredda, aspettando che la pioggia le cadesse sopra e facesse piangere i suoi occhi e la sua testa trafitta da una lancia, per carpire un po’ d’acqua e farti crescere e lanciarti sempre di più nell’aria, nello spazio…”

“Non credere che per me sia facile stare tutto così inclinato!” mi interrompe.

“Ma lo sai che fai sembrare questa povera sta tua abbandonata come uno dei guerrieri di Omero che combattevano sotto le mura di Troia?”

“Omero? Troia? Che roba è?”

“È difficile da spiegare a un albero. Erano dei guerrieri che si sgozzavano, si sbudellavano, che venivano trascinati da morti dietro i carri, nella polvere. Achille, Ettore, Aiace, Diomede… E ce n’era anche uno che a un certo punto si prende una lancia in un occhio…”

“Magari sono io!” scherza, perché si vede che è davvero un albero fuori di testa.

Osservo meglio la statua, per capire chi è, chi rappresenta, ma non si riesce a capire, perché è stata abbandonata all’aperto da tempo, le sue superfici sono state intaccate dall’umidità, dalla muffa, dai licheni, si capisce solo che è un uomo nudo e che la sua testa è ormai invasa dalla radice dell’albero cresciuta sempre di più al suo interno e che ormai l’avviluppa con la sua matassa di cordoni vegetali e di fili duri allo scoperto.

“E magari…” mi lascio andare a pensare “quando gli alberi si riprenderanno tutto lo spazio che hanno dovuto cedere alla nostra specie – o da cui sono stati scacciati attraverso stragi vegetali e disboscamenti – ed espanderanno a poco a poco le loro radici su ogni cosa che incontreranno sulla loro strada, molti semi trasportati dal vento attecchiranno anche su altre statue abbandonate nei giardini e nei parchi, e poi anche nelle sale deserte dei musei dov’erano conservate, ci saranno dappertutto uomini e donne di marmo trafitti da una selva di lance che non riusciranno a strapparsi dalle teste e dai corpi con le loro braccia immobilizzate e fredde…”

È tutto deserto, ci sono solo io di fronte a questa statua dalla testa trafitta e trasformata in un duro bozzolo di radici.

“Che cosa riesci ancora a carpire da quella testa e da quel cervello di marmo” gli chiedo “adesso che le tue radici li hanno invasi e compenetrati trasformandoli in un nuovo cervello vegetale?”

“Che cos’è il cervello?”

“Come faccio a spiegarti… Il cervello è la centrale del corpo, almeno così dicono, anche se ci credo poco.”

“Ah, sì? Così se si blocca quello si blocca tutto?” “Più o meno.”

“Come siete fatti male!”

L’albero oscilla un po’, sul bozzolo elastico del- le radici che tengono avviluppata la testa.

“Noi non abbiamo il cervello” mi dice ancora “noi abbiamo le radici, il midollo, i cerchi, il tronco, le foglie… e ognuno fa quello che deve fare, anche se non sa che cosa…”

“E tu invece come fai a saperlo? Come fai a sapere che non lo sapete?”

Le sue poche foglie ridono. “Perché sono fuori di testa!”

Mi allontano da lì, ridendo anch’io. Si sente l’eco della mia risata rimbombare nelle stradine e nei vicoli della città vuota.


Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Tra i numerosi libri pubblicati ricordiamo la monumentale opera in tre volumi intitolata Giochi dell’eternità (Gli esordi, Canti del caos, Gli increati), La lucina, Lettere a nessuno, Fiaba d’amore e Gli incendiati. Tra i suoi ultimi libri: Il grido (2018) e Canto di D’Arco (2019), entrambi pubblicati da SEM.

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