Il capitalismo è una forma di vita vegetale?

Nei romanzi di Antonio Moresco e nella filosofia di Timothy Morton ricorre l’idea di auto-accrescimento e uno sguardo sul mondo vegetale, che suggerisce un parallelo con un’altra forma di crescita, quella del sistema capitalista.


In copertina: LA foresta imbalsamata, MAx Ernst (1933)

di Roberto Gerace

“Irresistibilmente”

Se qualcuno volesse scrivere un saggio di critica stilistica sull’opera narrativa di Antonio Moresco, potrebbe concepire l’idea di farlo ruotare tutto attorno a un avverbio, “irresistibilmente”, il cui uso l’autore mantovano ama piegare a esiti ambigui e interessanti. Anche solo tenendoci ai tre libri più ambiziosi, quelli della trilogia cosiddetta dei Giochi dell’eternità, negli Esordi l’avverbio compare 11 volte, in Canti del caos 67, negli Increati 43. Se ne trovano poi otto esempi in una delle ultime prove narrative, quel Canto degli alberi edito da Aboca nel 2020, che è una lunga operetta morale che pone in dialogo i fantasmi personali di uno scrittore e l’orgoglio doloroso di una serie di personificazioni vegetali, ed è anche uno dei libri più belli che si siano pubblicati in Italia di recente. Quattro di questi “irresistibilmente” si riferiscono all’atto del parlare con gli alberi, uno a quello di perdersi in un’unione mistica con uno di essi (“Farò irresistibilmente un altro passo verso di lui, rimarrò per un po’ sbilanciato, oscillerò come oscilla il fuoco, sarò sul punto di fare un ultimo passo in avanti e di fondermi con lui in un solo incendio”, p. 134), un altro allo svilupparsi di nuovi schemi mentali che ci sottraggano al pericolo dell’estinzione, due all’espandersi degli apparati radicali delle piante; a questi ultimi bisogna aggiungere l’”irresistibile spinta” di una radice che arriva a sfondare anche un tombino.

Chi abbia letto la trilogia dell’increato avrà certo acquisito familiarità con queste immagini della tracimazione e dello sfondamento, né si può negare che il loro riproporsi ciclico di pagina in pagina abbia in sé un carattere ossessivo, la cui simbologia di supporto rinvia, com’è ovvio, al campo semantico della fecondazione e della nascita. Da qui deriva la centralità del tema dell’esordio, parola-archè che promuove l’epica negativa dell’autore sommerso che anela alla pubblicazione, tipica per esempio delle Lettere a nessuno, a principio ordinatore di un complesso sistema metaforico, quello appunto della trilogia, in cui ogni cosa, senziente o meno non importa, si tende di continuo in uno spasimo (Spinoza avrebbe detto: in un conatus). Da qui l’impressione, espressa da molti lettori di Canti del caos e Gli increati, di trovarsi di fronte a una forma di racconto che procede per successive gemmazioni. Si capisce già dalla sintassi, del resto, e dal ritmo tipico del suo periodare a fisarmonica, sempre conteso tra anafore e zeugmi, che per Moresco scrivere equivale a germogliare.

Come scrive dunque Moresco? Irresistibilmente. In questo senso tutti i suoi sono in qualche modo libri-pianta, dolorosi resoconti da un aldilà vegetale in cui il romanzo ha fatto piazza pulita dei suoi gerghi psico- e sociologici (quelli su cui si è costruita la fortuna del realismo ottocentesco: “La marchesa uscì alle cinque”, per intenderci). Per riprendere la vecchia espressione di Contini, il suo è un unilinguismo radicale che, ricorrendo con insistenza straniante ai lessici geologici e astronomici, punta a raccontare le vicende umane nella loro qualità di nuda vita, sub specie biologiae. Sono libri, cioè, in cui l’estinzione della specie umana, mentre è predicata di continuo come eventualità da scongiurare (e si pensi a un testo che potremmo definire di denuncia, come Il grido), viene però intanto anticipata e assunta come stile.

È accaduta domani

“Bisogna essere morti molte volte per scrivere così”, disse una volta Walter Siti a proposito di un altro libro di Moresco, La lucina. Moresco è in questo senso un “acrobata del tempo”, per riprendere la curiosa formula, presa in prestito dal filosofo tedesco Günther Anders, che Carla Benedetti adopera nel suo ultimo saggio, La letteratura ci salverà dall’estinzione, pubblicato da Einaudi all’inizio di quest’anno. Con la sua solita scrittura chiara e suggestiva, Benedetti riprende qui il filo del discorso iniziato nel 2011 col suo saggio intitolato Disumane lettere, in cui, con grande anticipo rispetto alla cultura accademica italiana, offriva l’esempio ammirevole di un approccio ecologico agli studi letterari che non si limitasse a far la conta degli scrittori che parlano di riscaldamento globale e di ecomafie. Il concetto più utile in quel libro era senz’altro quello di finzione prima: un certo modello sclerotizzato di realismo, sosteneva la studiosa, ha fatto sì che la maggior parte degli scrittori moderni (con poche, mirabili eccezioni: per esempio, Gadda) si abituassero a trattare lo sfondo delle loro storie come una semplice scenografia convenzionale, un fondale di carta; mentre, se c’è una cosa che la nostra epoca sta rendendo chiara in modo difficilmente discutibile, è che molto di ciò che finora abbiamo considerato solo sfondo delle nostre esperienze quotidiane (la temperatura dell’aria che respiriamo, il livello del mare, la quantità di ghiaccio ai poli) rischia di diventare il primo antagonista del nostro destino come specie.

Se Disumane lettere si concentrava sul problema dello spazio, in questo nuovo libro l’attenzione di Benedetti è rivolta soprattutto ai modi in cui la scrittura può configurare il tempo. Formulando una distinzione analoga a quella che caratterizzava le antinomie del suo celebre Pasolini contro Calvino, l’autrice sostiene che di fronte al problema dell’Apocalisse si possono avere due atteggiamenti enunciativi differenti: la parola profetica che annuncia, e cioè fa leva sul semplice potere informativo dell’enunciato apocalittico, e la parola profetica che suscita, perché attraverso un’attitudine performativa e un’inclinazione al pathos si sforza di provocare un senso di emergenza. Appartengono alla prima categoria la maggior parte delle profezie dei teorici soprattutto del secondo Novecento, spesso inclini a dipingere come un destino inevitabile l’imporsi di forme di dominio sociale senza via d’uscita. Alla seconda appartiene invece il comizio che Noè pronuncia nel racconto di Anders dal titolo Il futuro rimpianto, in cui l’eroe biblico, nel tentativo estremo di ottenere dai suoi contemporanei una reazione commisurata alla catastrofe imminente, finisce per inscenare il lutto per i morti del futuro.

“«Chi ti è morto?» gli chiedono.

«Davvero non lo sai? Molti mi sono morti», risponde Noè.

E allora gli altri, stupiti, gli chiedono: «Quando è accaduta questa disgrazia?»

«È accaduta domani», risponde Noè provocando così un rovesciamento dell’ordine del tempo.” (p. 34)

Mentre la parola assertiva dei teorici finisce quindi per restringere la nostra percezione del tempo nei termini di un eterno presente concentrazionario, lo strano stratagemma del lutto anticipato di Noè riesce ad espandere le capacità di empatia dei suoi contemporanei fino alla contemplazione della catastrofe a venire: si trovano così “smarriti nel tempo profondo” (p. 38).

Nelle prime pagine di un altro libro di Moresco, Lo sbrego, il narratore riceve una telefonata: è Senofonte. A ben vedere, quando leggiamo un’opera letteraria del passato stiamo sempre facendo il nostro ingresso nel tempo profondo della storia dell’umanità.

Homo vegetalis

“Irresistibilmente” è un avverbio che potrebbe piacere a Timothy Morton, che lo userebbe forse per descrivere l’attitudine con cui abbiamo scelto di mettere la sopravvivenza in cima a tutti i valori della nostra civiltà (su questo sito si è già parlato di lui qui). È questo uno dei tratti fondamentali di quella che il filosofo inglese chiama “agrilogistica”, cioè quell’insieme di regole utilitaristiche implicite o esplicite che hanno presieduto allo sviluppo della civilizzazione, e che si caratterizzano per un totale disinteresse nei confronti del destino degli esseri non umani – quelli la cui azione si ritorce ora contro di noi in modi catastrofici. Come ci avviamo verso l’estinzione? “Irresistibilmente”, sembra a volte dire Morton: come a dare seguito a una coazione a ripetere. Nel suo Ecologia oscura, tradotto di recente in italiano per le edizioni della LUISS, tanto quanto in Come un’ombra dal futuro (Aboca edizioni), per leggere il nostro rapporto col destino di specie Morton usa spesso il concetto di pulsione di morte, avallando un’idea simile a quella che Moresco propone nel Grido nella parte dedicata a Freud. La Storia umana gli appare quindi come il complicato embricarsi uno sull’altro di una serie infinita di circoli viziosi (lui li chiama loop), ossia di trappole percettive e psicologiche. 

In una recente presentazione veneziana del suo libro, Carla Benedetti ha ricordato il concetto di Umwelt di von Uexküll: l’ambiente non è lo sfondo oggettivo delle nostre azioni, ma una costruzione derivante dalle nostre capacità di appercezione (la famosa storia della zecca che risponde a tre stimoli: olfatto, temperatura e tatto, oltre i quali non può percepire alcun orizzonte). Poi ha paragonato l’angustia percettiva della zecca a quella delle classi dirigenti globali che pretendono di risolvere tutti i problemi presenti e futuri intervenendo al solo livello dell’economia. Tra le altre cose, nel suo libro Morton si sofferma più volte sul modo in cui il depresso esperisce il suo rapporto con il tempo: per certi versi la depressione non è altro che un progressivo restringimento prospettico, che fa sì che la nostra coscienza non sappia andare per più di un minuto indietro nel passato o avanti nel futuro. Il mercato, questo non-luogo iperuranico in cui in un eterno presente i flussi di denaro si scambiano di posto secondo le logiche della probabilità e del rischio, determinando a catena le scelte politiche dei popoli, somiglia dunque molto a un parco giochi per depressi. 

O, se si vuole, a una pianta. Che cos’altro, se non una pianta, vive con l’unico obiettivo di accrescere sé stesso, non importa in quale direzione? Forse i romanzi di Moresco sono un’allegoria perfetta del capitalismo proprio perché non fanno che mimare formalmente una logica strutturale votata eternamente all’autoaccrescimento. Del resto, proprio su questo punto insistono alcune delle interpretazioni più utili della diagnosi marxiana del capitalismo. In una serie di articoli apparsi per la prima volta sulla rivista Consecutio rerum, l’economista Riccardo Bellofiore, per esempio, riprendendo le intuizioni di un vecchio saggio di Franco Moretti contenuto in Segni e stili del moderno, descrive Il capitale come un capolavoro della letteratura gotica, proprio perché a ben vedere il suo protagonista, il plusvalore, non è altro che un puro vettore vampiresco, un “feticcio automatico”: verrebbe da dire una pianta carnivora che succhia via la vita dai lavoratori. Mentre secondo il filosofo Roberto Finelli, autore di due volumi fondamentali sul rapporto tra Marx e Hegel (Il parricidio mancato, edito da Bollati Boringhieri, e Il parricidio compiuto, Jaca Book), il Capitale risponde alla logica hegeliana del “circolo del presupposto-posto” (un concetto per certi versi non dissimile dai loop di cui ci parla Morton). Si tratta, cioè, di un Soggetto che pone continuamente i propri presupposti: non solo in termini economici, perché il mercato tende a espandersi e a replicare dovunque le sue logiche, ma anche perché ricrea di continuo le premesse per la propria legittimazione giuridica, culturale e spirituale; verrebbe da dire, insomma, che si comporta come una pianta infestante.

Forse, perciò, al contrario di quanto dice Morton, il problema fondamentale dell’ecologia non è l’eccessiva sovranità dell’uomo sull’ambiente. Il nostro progetto di civiltà è semmai sorretto da una pulsione inconscia allo spossessamento. Anzi, la specie che ha inventato l’agricoltura si è innamorata a tal punto dei prodotti della terra, si è entusiasmata tanto nel vederli crescere, che ha semmai desiderato inconsciamente, per una sorta di nostalgia evoluzionistica, di tornare a occuparne il posto. Forma perfezionata di quella che Finelli chiama l’antropologia della penuria, il capitalismo le ha fornito lo strumento perfetto per conseguire questa regressione, prospettandole un futuro in cui sarà concime. Siamo forse quindi una specie vegetale?


Roberto Gerace (1991) è dottorando di letteratura italiana all’Università di Pisa. Il suo progetto di ricerca riguarda le rappresentazioni dell’ipocondria. Un suo saggio sul concetto di bisogno in Marx è in uscita sulla rivista Consecutio rerum. Fa parte della redazione della rivista letteraria Il primo amore. Ha scritto su Il Sole 24 Ore, Nazione indiana, Doppiozero e Il Ponte.

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)

0 comments on “Il capitalismo è una forma di vita vegetale?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *