Il caso del reddito di base



Sicurezza economica, libertà individuale e giustizia sociale nel XXI secolo.


Questo articolo è un estratto di “La società del post-lavoro“. Di Helen Hester e Will Stronge. Ringraziamo gli autori e l’editore Derive e Approdi per la gentile concessione.


In copertina e lungo il testo Man With a Hoe’ di Jean-François Millet

di Helen Hester e Will Stronge

Il caso generale del reddito di base

Le argomentazioni generali a favore di un reddito universalizzato, sotto forma di una politica di «reddito di base», sono state ben formulate da molti. Daniel Chandler, ad esempio, ne fa un caso forte e liberale, ispirandosi alla filosofia di John Rawls. L’economista della distribuzione della ricchezza Thomas Piketty è diventato un sostenitore dell’idea come nuovo meccanismo per combattere la disuguaglianza dilagante. Allo stesso modo, nello spirito di Beveridge, l’ex economista dell’OIL ed esperto di welfare Guy Standing sostiene la necessità di un reddito di base in risposta a otto nuovi giganteschi mali del nostro tempo (disuguaglianza, insicurezza, debito, stress, precarietà, automazione, populismo ed estinzione). Ci baseremo su queste argomentazioni per delineare il «caso generale» di una qualche forma di reddito di base, prima di passare alle ragioni più specifiche per cui molti teorici del post-work lo sostengono.

Ridurre le disuguaglianze e la povertà

Forse l’impatto più evidente di un reddito di base sarebbe una significativa redistribuzione di denaro dai ricchi ai gruppi a reddito medio e basso. Il Regno Unito e gli Stati Uniti, in particolare, hanno distribuzioni incredibilmente diseguali della ricchezza e dei redditi da lavoro, che portano a una pletora di effetti sociali ed economici negativi ben documentati. Il reddito di base sarebbe un meccanismo molto efficiente per indirizzare il denaro dai ricchi (attraverso la tassazione) ai bilanci di tutti gli altri.

In alcuni degli studi più solidi, le riduzioni della povertà che potrebbero essere ottenute anche con bassi livelli di pagamenti UBI sono notevoli. In uno studio del 2022, i ricercatori hanno scoperto che anche fornendo solo 63 sterline alla settimana per gli adulti e 40 sterline per i bambini, si dimezzerebbe la povertà infantile nel Regno Unito e si ridurrebbe la povertà in età lavorativa di poco più di un quarto. Con livelli leggermente più alti (225 sterline per adulto a settimana) si potrebbe quasi eliminare del tutto la povertà. Quando si parla di uguaglianza economica, nulla di questo ordine di grandezza può essere raggiunto, in un periodo di tempo così breve, da qualsiasi altra politica paragonabile: né da una migliore istruzione, né da interventi per la prima infanzia, nemmeno dalla creazione di migliaia di posti di lavoro o da una maggiore formazione professionale. Un tale riequilibrio dei flussi di reddito e ricchezza dovrebbe essere sostenuto da qualsiasi persona di mentalità progressista.

L’impatto del reddito di base è caratterizzato anche da un importante elemento di parità di genere. Controllare il denaro della famiglia – il suo uso e la sua quantità – è una strategia comune dei partner violenti. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2018 ha rivelato che il 58% di tutti i femminicidi avvenuti quell’anno erano avvenuti «per mano di partner intimi o familiari». La famiglia è spesso lontana dall’essere un luogo sicuro e, come dice Silvia Federici, «se siamo a corto di denaro saremo sempre vulnerabili alla violenza domestica». I pagamenti tradizionali legati al welfare possono rafforzare le asimmetrie di potere in questa zona, poiché storicamente sono stati assegnati al «capofamiglia», piuttosto che ai singoli individui all’interno di esso – facilitando una concentrazione di potere che favorisce gli abusi. Fornendo una fonte garantita di denaro direttamente agli individui, l’UBI allenta la morsa finanziaria di chi abusa. Come scrive Amelia Womak, politica del Partito Verde britannico:

Consentire alle donne di ricostruire autonomamente la propria vita dovrebbe essere al centro della politica in materia di abusi domestici. L’UBI potrebbe aiutare le sopravvissute a fuggire con un reddito garantito che potrebbe in ultima analisi aiutarle a trovare una nuova casa – o anche solo a fornire i soldi per il biglietto del treno ad amici o familiari.

Garantire liquidità rende l’uscita dalle relazioni abusive molto più fattibile (anche se certamente non facile) e come tale sarebbe un incoraggiamento concreto per l’uguaglianza delle donne.

Garantire la sicurezza

In quanto base al di sotto del quale nessuno può scendere, il reddito di base svolge la funzione di responsabilità sociale che i governi, a seconda di come la si guardi, sono obbligati a svolgere – o perlomeno sono nella posizione migliore per farlo. Principi simili erano alla base delle riforme di Roosevelt durante la Depressione e delle politiche della Great Society che seguirono, per non parlare del modello di Beveridge in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale. In quest’ultimo caso, lo Stato avrebbe limitato il rischio di eventi avversi – gli shock – e avrebbe fornito un’assicurazione basata sui contributi (pagati principalmente dai datori di lavoro) per consentire alle persone e alle famiglie di affrontarli meglio e di riprendersi da essi prima e più facilmente.

Nell’epoca odierna, in cui gli Stati sono stati ridotti, nel migliore dei casi, a punti di contatto disfunzionali per il pubblico e, nel peggiore, a meccanismi per facilitare la cattura di valore da parte delle entità private più potenti, non sorprende che l’insicurezza e la privazione siano dilagate. Come osserva Standing, l’insicurezza odierna è legata tanto all’incertezza diffusa quanto al rischio di shock negativi: incertezza dell’orario di lavoro, incertezza della durata del contratto e, infine, incertezza del reddito.

Con l’incertezza, semplicemente non si sa. Ci sono «incognite». Non è possibile fare un calcolo attuariale delle probabilità ed è difficile sviluppare un sistema di assicurazione sociale come risposta adeguata. Il reddito di base – garantito a un certo livello, come diritto – sarebbe un pilastro fondamentale di tale risposta: un passo esattamente nella direzione opposta a queste pratiche occupazionali emergenti e alle precarietà sociali. La sicurezza offerta dal reddito di base è un «bene pubblico di tipo superiore», soprattutto grazie al suo universalismo: dato che tutti lo ricevono, i benefici per la società si moltiplicano. La vita collettiva di tutti i giorni potrebbe non essere così competitiva e abrasiva, la povertà assoluta si ridurrebbe e le comunità potrebbero nutrire una maggiore fiducia nelle istituzioni pubbliche come meccanismi che lavorano nel loro interesse. In molti esperimenti rilevanti e reali, anche la salute pubblica è migliorata, come nell’esperimento Mincome in Canada – un programma molto simile al reddito di base – in cui i ricercatori hanno notato un calo significativo delle visite in ospedale per coloro che ricevevano pagamenti incondizionati.

Il reddito di base diventerà probabilmente più necessario anche come misura di sicurezza di fronte alle varie crisi in arrivo. Con l’avanzare del secolo, è realistico aspettarsi una serie di shock a cascata e interconnessi per le nostre economie: dalle nuove minacce epidemiologiche alla scarsità di risorse, dall’invecchiamento della popolazione e dalla carenza di cure al collasso finanziario, dai conflitti geopolitici alla volatilità e al collasso del clima. Tutti questi fenomeni sconvolgeranno in qualche modo l’attività economica e i mercati del lavoro, mettendo a rischio i mezzi di sussistenza (e le economie nazionali). In questo scenario, non ha molto senso costringere ancora le persone a cercare lavoro per ricevere un sostegno al reddito, o avere sistemi di welfare condizionato che comportano lunghi tempi di attesa per il pagamento. Come abbiamo visto durante l’inizio della pandemia di Covid-19, far arrivare il più rapidamente possibile il sostegno in denaro alle persone è una priorità in tempi di crisi; avere il circuito del reddito incondizionato già in atto in tempi di relativa stabilità ci rende più pronti e resilienti di fronte alle interruzioni. Un reddito di base può essere un’ancora di salvezza in grado di aumentare in modo efficiente i redditi delle famiglie, direttamente e rapidamente, quando necessario; dato che è probabile che lo Stato debba essere più interventista e «spendere di più» con l’aggravarsi della crisi climatica, un meccanismo di questo tipo potrebbe essere essenziale per la pianificazione economica di cui abbiamo bisogno.

Liberare un po’ di «spazio mentale»

Creare una sicurezza finanziaria su cui poter contare – a differenza dei capricci di un datore di lavoro che dobbiamo soddisfare per un salario – ha effetti enormi anche sulla nostra salute mentale. A questo proposito, l’ormai famoso lavoro dell’economista comportamentale Sendhil Mullainathan e dello psicologo Eldar Shafir sulla scarsità è rilevante per la discussione sul reddito di base. Attraverso vari studi, hanno dimostrato che con risorse scarse – e la consapevolezza acuta di questa precarietà – la capacità cognitiva delle persone di risolvere i problemi e di navigare nelle situazioni finanziarie quotidiane si riduce notevolmente: vivere nella scarsità è come un computer che esegue un programma intensivo che succhia tutta la potenza di elaborazione. Ecco perché Standing definisce lo stress uno dei mali «giganti» del nostro tempo: tutto ciò che va dal lavoro precario, alle enormi quantità di debito privato, alla mancanza di accesso a un alloggio decente, aumenta in modo comprovabile il nostro livello di stress e disabilita la nostra capacità di pianificare il futuro e di trovare il tempo per pensare.

Avere un reddito che si sa che arriverà regolarmente – e che arriverà anche per i vostri amici e i vostri cari – può aiutare a placare la mentalità della scarsità e a fornire almeno un terreno solido su cui poggiare. Questo beneficio cognitivo è una conseguenza in gran parte nascosta, ma comunque fondamentale, del tipo di sicurezza del reddito che un reddito garantito e incondizionato può fornire in modo unico.

La capacità unica del denaro contante

Il reddito di base viene spesso contrapposto a quelli che a volte vengono definiti «servizi di base universali» (UBS), ovvero servizi pubblici ampliati e aggiornati che sarebbero gratuiti al momento dell’utilizzo. Riteniamo che questa dicotomia sia un errore. Innanzitutto, porre un gioco a somma zero tra servizi pubblici dignitosi e prestazioni in denaro più consistenti si avvicina troppo a una posizione reazionaria e orientata all’austerità. Nessun progressista sostiene seriamente, ad esempio, un servizio sanitario gratuito al posto della previdenza sociale o delle prestazioni per i disoccupati, e nessuno dovrebbe sostenere la gratuità dei servizi di autobus o degli alloggi (UBS) al posto di un fondo cassa incondizionato per tutti (UBI).

In secondo luogo, e più tecnicamente, dobbiamo considerare le diverse possibilità che i servizi offrono rispetto ai contanti in tasca. Alcune posizioni di UBS-only implicano l’assunto implicito (a volte esplicito) che questi servizi siano sufficienti a sostituire – o a essere equivalenti – al denaro quando si tratta di soddisfare le esigenze di base o necessarie delle persone. Consideriamo per un momento cosa intendiamo esattamente per «necessario» (o «di base») quando poniamo questa opposizione.

Quando si esamina quali siano i bisogni primari delle persone, si entra in un dibattito sui criteri e sulla definizione: cosa usiamo per misurare i bisogni primari e come vengono decisi e definiti esattamente questi bisogni? Questo dibattito riguarda anche la questione di cosa costituisca esattamente la privazione/povertà, nel caso in cui uno standard di vita di base non sia soddisfatto. La definizione di cosa siano povertà e privazione è sempre stata controversa e in continua evoluzione. Nel corso degli anni, tuttavia, si è passati da definizioni «assolute» di povertà (la mancanza di alloggio e cibo ecc.) a definizioni «relative», basate sui bisogni di una particolare società in un determinato momento storico.

Questa idea ha avuto un forte appoggio nella storia dell’economia, dai liberali classici come Smith e Marx ai post-keynesiani come J.K. Galbraith. A partire dagli anni Ottanta, indagini approfondite hanno fornito indicazioni sulla natura mutevole dei bisogni pubblici, sulla soglia materiale relativa di deprivazione e quindi sui dettagli di ciò che costituisce uno standard di vita «di base» – secondo i cittadini stessi. Così, ad esempio, il pubblico ritiene costantemente che un’abitazione ben riscaldata e non umida sia una necessità di base, così come un cappotto per l’inverno, ma sono cambiati gli atteggiamenti su quanto sia necessaria la carne nella nostra dieta, o su quanto sia importante l’accesso a Internet (negli anni Novanta era una tecnologia emergente, nel 2012 è stata percepita come fondamentale). Ciò che è più rilevante per la nostra discussione qui è che molti requisiti di base per la vita contemporanea – come riportato dal pubblico – richiedono scelte individuali in larga misura, sia in termini di praticità che di desiderabilità. Ad esempio, le persone probabilmente si preoccupano meno del tipo di autobus che viene a prenderli rispetto a ciò che mangiano e ai vestiti che indossano – questioni di gusto, di preferenze personali e persino di espressione creativa. Probabilmente le persone non si farebbero scrupoli ad avere un’unica scelta di servizi internet, a patto che funzionino bene, mentre vivrebbero in maniera molto diversa (e forse negativa) la prescrizione esterna di specifici tipi di vacanze o di specifiche leccornie e giocattoli per i bambini. Anche se un programma UBS fosse in grado di emettere l’intera serie di articoli di base di cui abbiamo bisogno e di soddisfare tutte le attività quotidiane, non sarebbe semplicemente auspicabile che queste scelte fossero automaticamente sottratte alle mani delle persone.

Per quanto possa sembrare progressista (di fronte alla disfunzionale privatizzazione neoliberista della vita quotidiana), semplicemente non possiamo – e non dovremmo – soddisfare ogni esigenza con un servizio gestito dallo Stato o a livello locale. Ne consegue che, se i servizi sono poco adatti a soddisfare una parte significativa dei bisogni fondamentali della vita moderna (pur essendo perfetti per soddisfare alcuni di questi bisogni), un reddito di base sarebbe invece molto più dinamico. Il denaro è, ovviamente, l’equivalente universale, il che significa che (almeno in un sistema basato sullo scambio monetario) può essere scambiato con qualsiasi cosa. In quanto tale, in teoria offre a chi lo possiede l’accesso a un ampio paniere di consumi. Se questo denaro non fosse fornito in cambio di lavoro, ma fosse dato come un diritto, incondizionato a qualsiasi cosa, allora diventerebbe una risorsa sicura e flessibile che le persone potrebbero destinare a qualsiasi cosa o attività che loro (e nessun altro) definiscono necessaria. Come riassume il teorico politico David Calnitsky nel suo eccellente articolo sugli argomenti socialisti a favore del reddito di base:

i bisogni e le preferenze dei poveri e della classe operaia sono profondamente eterogenei: le esigenze di un giovane che vive in una piccola città rurale, di una madre single in un grande centro cittadino e di una coppia anziana di periferia sono ineluttabilmente diverse. Per questo motivo, il denaro, un bene altamente fungibile, può soddisfare meglio i diversi bisogni e le preferenze soggettive rispetto a una serie abbastanza completa di beni e servizi specifici.

I servizi di base e il reddito di base soddisfano ciascuno esigenze diverse: i servizi hanno più senso per le infrastrutture necessarie e di uso comune, come i trasporti e la sanità, mentre un reddito minimo consentirebbe alle persone di acquistare gli articoli di base – e meno di base – della vita quotidiana nel XXI secolo e di partecipare pienamente alla vita sociale.

È questa differenza e complementarità che sfugge a teorici come Nancy Fraser, ad esempio, che sostiene che non c’è bisogno di un reddito di base in una società più equa e democratica, poiché non ci saranno mercati per l’insieme dei beni di base e la ricchezza della società non sarà commercializzata «al vertice» della distribuzione. Fraser sorvola troppo rapidamente sulle sfumature dei nostri bisogni «di base», non distinguendo tra riparo, abbigliamento, cibo, tempo libero, trasporti e aria respirabile – tutti beni che, siamo d’accordo, dovrebbero essere «forniti per effetto di un diritto», ma il modo in cui dovrebbero essere resi accessibili è una questione importante e delicata. È interessante notare che, al di là dei beni di base, Fraser sostiene che probabilmente dovrebbe esistere un mercato per un insieme di attività e beni «intermedi» in un mondo post-capitalista.

[Dovremmo] immaginare questa zona intermedia come uno spazio di sperimentazione in cui si aprono varie possibilità: uno spazio in cui potrebbero trovar posto anche i mercati, insieme a cooperative, beni comuni, associazioni auto-organizzate e progetti autogestiti. […] Una volta che il vertice e la base saranno socializzati e de-mercificati, la funzione e il ruolo dei mercati nel mezzo si trasformerebbero.

Se nel postcapitalismo potrebbero effettivamente esserci dei mercati per alcune cose, non vogliamo certo far dipendere l’accesso a essi solo dall’entità del proprio stipendio. Non genererebbe forse più uguaglianza e libertà una forma di denaro garantito che rendesse possibile a tutti l’accesso ai beni e servizi più elementari in questo mercato trasformato? Le lacune nelle argomentazioni di Fraser sono quindi utili per vedere come possiamo individuare alcuni dei fraintendimenti concettuali e delle conclusioni indesiderate più frequenti nel dibattito sul reddito e sui servizi. Finché ci sarà un sistema monetario, dobbiamo pensare a come distribuire il denaro nel modo più equo possibile.

In sintesi, il denaro e i servizi non sono equivalenti e ogni politica offre diverse libertà. Utilizzate insieme, sarebbero un potente meccanismo per eliminare la povertà e sottrarre le persone a uno stile di vita basato sulla scarsità (con tutte le conseguenze materiali e psicologiche che ciò comporta). La comprensione delle specificità del reddito di base – l’unicità del denaro e la non-condizionalità – può aiutarci a capire il suo ruolo nel passaggio a una società più equa ed emancipata.


helen hester è docente di Gender, Technology and Cultural Politics alla University of West London. È autrice di saggi di grande successo, sono stati tradotti in italiano Xenofemminismo (2018) e Dopo il lavoro (2024).

 

will stronge è co-direttore dell’Autonomy Institute, un’organizzazione di ricerca indipendente incentrata sul futuro del lavoro, del welfare e del clima. È co-autore di Overtime: Why We Need a Shorter Working Week (2021) e co-curatore di Georges Bataille and Contemporary Thought (2017).
 
 
 
 

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