Il centro è il canto – Purgatorio II

Qui a L’indiscreto abbiamo un progetto chiamato Commento collettivo alla Commedia: decine di autori e autrici che si impegnano nel commentare gli altrettanti canti della divina commedia, per riscoprirla e riproporla in chiave contemporanea. Abbiamo cominciato con l’inferno, ora siamo al secondo canto del purgatorio. A firmarlo è Liborio Conca.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera di Joseph Mallord William Turner, Dawn after the Wreck, del 1841.

di Liborio Conca


Con il contributo di  


Da quando L’Indiscreto mi ha affidato il secondo Canto del Purgatorio, settimane fa, ho fatto alcune cose. Prima di tutto l’ho riletto; non lo toccavo dai tempi del liceo, dove per fortuna ho avuto un professore capace di recitare Dante a memoria e spiegarlo con il trasporto che quest’opera senza tempo merita. Seconda cosa: l’ho riletto ancora. Ho lasciato passare qualche giorno prima di pensarci di nuovo. Poi ci ho ripensato, iniziando a ragionare su cosa scrivere materialmente. Mi sono sentito goffo e del tutto inadatto. Sono passati altri giorni – come potrete intuire l’assegnazione è avvenuta con largo anticipo. Ne ho parlato con amici e amiche; di Dante, e di questo Canto in particolare. In effetti non è che siano argomenti così frequenti, ma ognuno ha avuto qualcosa da dire; in questo Dante è davvero unificante. Ho riletto il Canto anche a loro buttando giù alcune impressioni. Abbiamo riso. È venuto fuori che sembra esistere una chiara dicotomia tra chi ha avuto professori che sono riusciti a far amare Dante e la Commedia e altri che invece hanno fallito miseramente. Spesso saltavano aneddoti su questa o quella lezione a scuola a tema dantesco. Poi l’ho riletto ancora, da solo. Mi è venuta un’idea, mi sembrava ottima e ho pensato di svilupparla, poi l’ho abbandonata, quindi l’ho ripresa ma non come intendevo all’inizio.

In altre parole, ci ho girato intorno. Che altro vuoi fare, davanti a un monumento, se non girarci intorno per cercare di capirlo?

Non è poco, quello che ho potuto vedere. Cercando di afferrare il senso del Canto mi sono aiutato con associazioni mentali, scarti di pensiero e memorie sparse. Sarò diretto e non ho problemi ad ammettere che rileggendo i versi la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i Radiohead.

Il secondo Canto si apre con Dante e Virgilio sulla spiaggia del Purgatorio, ovvero la montagna da scalare che si intravede in lontananza – la scalata per il paradiso. È l’alba, e sulle teste di Dante e Virgilio si infiamma un cielo fitto di illuminazioni celesti e tutto un vortice di pianeti e costellazioni che si disperdono in una marea splendente. È un’ouverture di movimenti complessi che lascia intravedere una miriade di luci, rifrazioni prismatiche che passano dal bianco al rosso e all’arancione. Da un punto distante sul mare, una luce bianca si fa sempre più vicina, accecante di meraviglia. È un angelo che sta attraversando il cielo «trattando l’aere con l’etterne penne, che non si mutan come mortal pelo».

Nel duemilauno, a distanza di neanche un anno da Kid A, i Radiohead fanno uscire un nuovo album ricavato dalle stesse ombre del precedente. L’album si chiama Amnesiac e il primo singolo estratto è Pyramid Song, che fa così: «I jumped in the river and what did I see? / Black-eyed angels swimming with me / A moon full of stars and astral cars / All the figures I used to see».
Detto che la canzone è sistemata per giunta al numero due della scaletta, e che chiunque abbia in mente la musica abbinata alle parole – note oblique e ondivaghe di pianoforte su cui ondeggia il canto di Thom Yorke – sarà a conoscenza dell’alto tasso etereo che si dispiega nel pezzo, è chiaro che quella parte della mia memoria Responsabile delle Associazioni Mentali non ha dovuto fare gli straordinari per accostare il secondo canto del Purgatorio alla seconda canzone di Amnesiac.

Nelle interviste, Thom Yorke ha spiegato come «qualcosa di traumatico sia accaduto in Kid A, e Amnesiac è il girarsi a contemplarlo, provando a rimettere in sesto i pezzi». Ora, non voglio proporre un saggio breve del genere Affinità e Divergenze tra Dante Alighieri e Thom Yorke; qui siamo alle prese con un pugno di suggestioni (le mie). Ma è pur vero che la musica di Kid A ha il segno del ghiaccio mortale dell’inferno, mentre Amnesiac possiede un moto ascensionale (ancora Yorke: «Kid A era come uno shock elettrico. Amnesiac è come essere nei boschi, in campagna»). E soprattutto c’è questa cosa. Alla fine degli anni Ottanta Thom Yorke è uno studente alla Exeter University, è iscritto al corso in Inglese e Belle Arti e lì conosce una ragazza, Rachel Mary Owen, che diventerà sua moglie. Durante la relazione con Thom, Owen trascorre diversi mesi a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. È lei stessa ad aver raccontato di essersi innamorata di Dante durante quel periodo. Illustratrice e fotografa di talento, inserisce nel suo dottorato uno studio sulle illustrazioni della Commedia. Lei stessa realizza incisioni ispirate al poema. Rachel Owen e Thom Yorke sono stati insieme per più di vent’anni, hanno avuto Noah e Agnes, e si sono separati nel 2015. C’è qualcosa di tragico in questa storia, perché Rachel morirà soltanto un anno dopo. La ristampa di Ok Computer, nel 2017, è dedicata alla sua memoria. Di certo, attraverso Rachel, Thom ha avuto un accesso privilegiato all’opera di Dante. E vale la pena di ricordare che nei Radiohead non è l’unico ad aver coltivato un rapporto stretto con la letteratura. Phil Selway, il batterista, l’ha studiata a Liverpool e insegnata per qualche anno a scuola. Colin Greenwood è laureato in lettere a Cambridge, e sua moglie è una critica letteraria. Nell’orwelliana canzone 2+2=5 è contenuto un riferimento agli ignavi dell’Inferno. Una mia suggestione invece mi ha sempre portato a immaginare che canzoni come Motion Picture Soundtrack («I will see you in the next life), Videotape («When I’m at the pearly gates»), Codex («Slight of hand / Jump off the end / Into a clear lake / No one around») siano una descrizione tutta radioheadesca dei contorni del Paradiso.

Ma questa è un’altra storia. Torniamo al Purgatorio e al giro intorno a questo canto. Mi viene in mente il videoclip di Imitation of Life dei R.E.M., una stessa scena con un folto gruppo di personaggi ripresi di volta in volta da zoomate diverse. E quindi: via di zoom. Sulla spiaggia del Purgatorio abbiamo assistito all’arrivo di quest’angelo piumato. Il suo compito è traghettare delle anime sulla riva con vista sul monte (al comprensibile stupore di Dante davanti a questa figura maestosa – l’angelo nocchiero – Virgilio assume quel tono da fratello maggiore e gli fa: «Fa, fa che le ginocchia cali. Ecco l’angel di Dio: piega le mani; omai vedrai di sì fatti officiali »; della serie, non startene lì impalato e abituati alla fauna a cui stiamo andando incontro). Dalla leggiadra barca trainata dall’angelo discendono sulla spiaggia cento anime e una di queste riconosce Dante: è Casella, musico a lui contemporaneo. Cercano di abbracciarsi, ma essendo Casella fatto di puro spirito, il movimento corporeo di Dante si rivela del tutto inutile. Il poeta, però, ha una richiesta per il suo vecchio amico: Non è che puoi intonarmi quella canzone che mi piaceva così tanto?

Ecco. Dicevo prima del senso profondo del secondo Canto, e nella minuziosa geometria dantesca eccolo qui, più o meno al centro dell’episodio, tra la sequenza sulla spiaggia e la rovinosa fuga finale. Il centro è la musica, il canto che intona Casella. Nel momento in cui la sua voce inizia con Amor che ne la mente mi ragiona, la musica si riverbera per tutti i versi, proiettandosi in avanti e all’indietro, gettando una luce ulteriore e decisiva su tutti i lampi iridescenti che già costellano il Canto. «Lo mio maestro e io e quella gente / ch’eran con lui parevan sì contenti, / come a nessun toccasse altro la mente»: siamo sulla spiaggia del Purgatorio, le anime sono state appena trainate in riva da una creatura magnifica, Dante stesso ha assistito a un’apparizione miracolosa – chi non vorrebbe vedere un angelo, adesso? – eppure è la musica di questa canzone a rapire le menti di tutto il gruppo, Virgilio compreso. È qualcosa che ha dell’incredibile, a pensarci: Dante ci ha trasportato in un regno ultraterreno, con vista sul Paradiso – anche se la scalata deve ancora iniziare è lì, in cima al monte – ma la forza della voce e delle parole di Casella è pura Terra, ed è come se per un rovescio paradossale il Paradiso venga dalla Terra, da quell’impasto impalpabile di emozioni che una grande musica può suscitare.

Il momento musicale ha una durata breve, brevissima. Il secondo Canto ha una chiusura brusca; a immaginarla, persino comica. L’occhio di Catone, il custode del Purgatorio, cade sul quadretto di anime rapite dalla canzone di Casella e le sgrida a brutto muso, provocando una precipitosa corsa del gruppo verso la montagna, una fuga che coinvolge anche Dante e Virgilio («né la nostra partita fu men tosta», così si chiude il Canto). La musica è troppo appagante, disdicevole per delle anime che hanno tutto un aspro cammino da svolgere per potersi purificare e ascendere al Paradiso. Ma concedendo a Catone le sue brave ragioni – è pur sempre il custode, vale a dire: una guardia – non ho potuto fare a meno di pensare a quale potrebbe essere la canzone che se mai dovessi ascoltare sulla riva del Purgatorio potrebbe distrarmi persino dalla vista del Paradiso.
Ci ho pensato a lungo, in realtà. Qualcosina l’ho trovata.

 


Il canto, integrale

Canto secondo, nel quale tratta de la prima qualitade cioè dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto
;

e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino,

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.

Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,

gridò: “Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani.

Vedi come l’ ha dritte verso ’l cielo,
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo”.

Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.

’In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce.

La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzò la fronte
ver’ noi, dicendo a noi: “Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte”.

Virgilio rispuose: “Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco”.

L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,

così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d’ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: “Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?”.

“Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio”,
diss’io; “ma a te com’è tanta ora tolta?”.

Ed elli a me: “Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala”.

E io: “Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!”.

’Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: “Che è ciò, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto”.

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,

se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’assaliti son da maggior cura;

così vid’io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’om che va, né sa dove rïesca;

né la nostra partita fu men tosta.


Il prossimo commento sarà firmato da Luciano Funetta.

A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


liborio conca è Redattore di “MInima e Moralia” e collabora con diverse testate, tra cui Esquire e Repubblica. Il suo primo libro è Rock Lit (Jimenez-2018)

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