Il Commento Collettivo: “Brama e nodo, sempre insieme”-I Falsari di Inferno XXIX

Per il nostro progetto di commento collettivo alla commedia dantesca, ormai ribattezzato nella forma abbreviata “CCC”, pubblichiamo il ventinovesimo canto dell’inferno dantesco, commentato da Claudia Durastanti.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, Beppe Ciardi, Mare in tempesta, Asta Pananti online

di Claudia Durastanti


Con il contributo di  


C’è un rapporto tra la ferita e la scrittura su cui hanno lavorato tutte le autrici francesi che io ricordi. È un’idea un po’ generica come è sempre generica la magia, e ha per me una funzione rassicurante, questa écriture féminine che rinnova sempre il problema di come la scrittura lacera e ricuce la pelle allo stesso tempo, trasformandoci tutte in piccole e bellissime Frankenstein, fin quando sia il taglio sia la cicatrice spariscono e resta solo la pagina. E magari un nuovo genere appena inventato. Così ha fatto Mary Shelley: ha preso l’uomo, lo ho spaccato, lo ha punito per la sua impresa mitica, e ci ha dato la fantascienza, rimpiazzando Dio con il mostro, con enorme sollievo di noi tutte.

È così che penso a Hélène Cixous, Julia Kristeva e alle altre innumerevoli di cui non so il nome. Come a studiose che scrivevano da poetesse, posizionando la donna e il suo corpo nel testo, non di rado ricorrendo ai mostri, molto più vivaci e capacitati delle sante.

Pensavo a loro in questi termini anche quando non le leggevo, e dovevo commentare i Canti di Dante al liceo. Immaginavo che ci fossero forze visionarie che mi avrebbero distratta da tutto quello che già sapevo. E Dante mi veniva spiegato così: con molta didascalia, e poca meraviglia, e Dio e la bellezza sempre al centro.

All’epoca distratta e temeraria e annoiata dalle muse che portavano in Paradiso, mentre ero molto devota alle vergini vestali. Penso di aver dedicato almeno due temi di italiano alle vergini vestali, andando fuori traccia. Del Cielo di Dante, invece, mi interessavano gli spiriti difettivi più che i dannati, così prevedibili nelle loro afflizioni; gli spiriti che non adempivano ai voti presi ed erano incostanti, come Piccarda Donati. C’era qualcosa di tentacolare, per me, nelle sante che potevano essere e non sono state; nell’idea del sacrificio imposto dai padri e della legge e sabotato dall’interno a costo di una scarnificazione personale, di una mutilazione persino.

E di mutilazione parla in fondo, il Canto XXIX, quando Dante vede i falsari, nello specifico gli alchimisti che hanno provato a contraffare i metalli. La punizione per aver manipolato la materia generando illusioni è la deturpazione. [Volendo, nella seconda parte questo è il vero canto degli scrittori e delle scrittrici, spesso condannati all’Inferno per le loro opinioni, mentre la pena riguarda proprio il metodo, è il metodo la condanna.]

«O tu che con le dita ti dismaglie», tu che con le dita ti scrosti, e disfi le maglie della tua pelle. [Maglie di ferro, maglie da soldato, maglie da Giovanna d’Arco]. Per anni, ho inseguito una bella traduzione della parola yearning in italiano e non ci sono mai riuscita. Sentendomi, appunto, una falsaria: non riuscivo a salvare la voglia, il desiderio e la brama che questa parola porta con sé senza perdere lo yarn, il filo che ha dentro, quando la brama e il nodo stanno sempre insieme, perché il desiderio si in-fila ovunque e si contorce su sé stesso, fin quando poi qualcuno lo disfa. Ed era impossibile questo farsi dell’amore, questo volere l’altro, senza un farsi e disfarsi interiore.

In inglese questo senso rimaneva, in italiano no, e io mi sentivo una contraffattrice che aveva l’ambizione ma non l’umiltà di rimettersi alla scienza, perseguendo obiettivi più modesti. La scienza poetica di Dante: Dante mi avrebbe detto che c’era la parola dismaglie, che avrei potuto usare per tenere insieme l’idea di farsi dea e di scontarne il costo scrostandosi l’illusione di dosso, come fanno i dannati in questo canto, schiena a schiena, ricurvi e ansimanti e afflitti «del pizzicor, che non ha più soccorso» tra la malaria mitica, e l’inferno del reale. [C’era quel dis, che con un po’ di fantasia era dissonanza, dismissione, dismay, sgomento, io mento.]

Welcome to the hell of the real, avrebbe detto una delle mie scrittrici francesi sovrapponendolo al deserto del reale di Braudillard, sempre ostinata e materica, probabilmente ancora ossessionata dal sangue di Cristo, nel riflesso automatico di un’educazione da ragazza, che tiene insieme l’ambizione e la mostruosità in cielo come in terra, perché così le viene insegnato, e così le viene istintivo.

«Le ragazze non sono mai buoni mostri» scrive Chris Kraus in Aliens and Anorexia quando discute come la fuga dal corpo di Simon Weil e l’anoressia di tante sante sia stata categorizzata come una forma di vanità e di narcisismo patologico, e chissà quale girone si sarebbero meritate per questo. Spiriti difettivi o falsarie? Beate mancate o dannate costrette a sperare di avere abbastanza unghie per completare il lavoro di auto-flagellazione, come Dante e Virgilio augurano ai falsari del Canto? Le ragazze non sono buoni mostri, ma non sono neanche buone dannate: non c’è uno spazio solo per la loro alchimia. E per tutto il talento, perpetuato nel corpo e scritto nel testo, di dismagliarsi senza arrivare in un’oscura valle a «languir li spiriti per diverse biche».


Beppe Ciardi, Mare in tempesta, Asta Pananti online

Il canto, integrale

Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.

 La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: “Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.

E già la luna è sotto i nostri piedi;
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi”.

“Se tu avessi”, rispuos’io appresso,
“atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso”.

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: “Dentro a quella cava

dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa”.

Allor disse ’l maestro: “Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito”.

“O duca mio, la vïolenta morte
che non li è vendicata ancor”, diss’io,
“per alcun che de l’onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:
e in ciò m’ ha el fatto a sé più pio”.

Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva

giù ver’ lo fondo, là ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

“O tu che con le dita ti dismaglie”,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tanaglie

dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro”.

“Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue”, rispuose l’un piangendo;
“ma tu chi se’ che di noi dimandasti?”.

E ’l duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo”.

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: “Dì a lor ciò che tu vuoli”;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:

“Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi”.

“Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena”,
rispuose l’un, “mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece”.

E io dissi al poeta: “Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!
“.

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: “Tra’ mene Stricca
che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

com’io fui di natura buona scimia”.


ll Canto XXIX dell’Inferno sarà commentato da Vanessa Roghi

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)


Claudia Durastanti è traduttrice e scrittrice. Tra le sue traduzioni ricordiamo Cthulhucene di Donna Haraway (Nero) e brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (La nave di Teseo); tra le opere, Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (Marsilio), Cleopatra va in prigione (Minimum Fax), La Straniera (La nave di Teseo)

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