Il commento collettivo, canto III: La continuazione della pura assenza

La scrittrice e celebre voce di Radio Tre commenta il terzo canto dell’Inferno dantesco, in occasione del nostro Commento Collettivo alla Commedia, ilCCC”: un progetto de L’indiscreto in cui i 100 canti della commedia più famosa al mondo vengono ripresi e interpretati da 100 autori contemporanei.


IN COPERTINA E NEL TESTO: Venturino Venturi, divina commedia, courtesy casa d’aste Pananti

di Loredana Lipperini


Con il contributo di 


©Tania/Contrasto

L’avevano soprannominata “casa del norvegese”: era una villetta a un piano che si sporgeva sopra la curva più alta della collina, ma di fatto, quando passavano in automobile, riuscivano a vederne soltanto la grande porta color fango e un angolo del tetto. Ogni volta, si chiedevano chi ci abitasse, perché di certo era scomodo raggiungerla e figurarsi d’inverno quando nevicava, e ogni volta concludevano che era disabitata, e si dividevano appagati una sigaretta o una sorsata d’acqua minerale o un boccone di pane e formaggio, e tornavano a pensare al supermercato dove avrebbero fatto la spesa, o alla piscina comunale dove avrebbero preso il sole, o, se era d’inverno, a commentare la quantità della neve che copriva le cime delle montagne, e a fingere preoccupazione se era troppo poca, o non c’era affatto.
La Norvegia era molto lontana: l’idea che la casa isolata appartenesse a un norvegese era venuta a lui, perché durante una vacanza alle isole Lofoten aveva conosciuto uomini che erano fuggiti dall’Italia per ritirarsi laggiù, nel buio artico, senza altra compagnia che se stessi e le lingue di merluzzo fritte. Quella, diceva, era la vera solitudine. Lei taceva e pensava che, forse, la vera solitudine era la loro.

Accadde d’inverno, proprio mentre passavano sotto la casa: la macchina sobbalzò e tossì, e lui ebbe appena il tempo di sterzare a sinistra e inchiodare sulla salitella dopo la curva. Poi, il motore si spense, mentre il vento gelato piegava gli alberi. “E adesso?”, chiese lei. Lui non rispose, come faceva quando era di cattivo umore. Lei si accese un’altra sigaretta, come faceva quando lui taceva, e borbottò “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”. “Ogne”, disse lui. “Come?” “Dante scrive ogne, non ogni”. Se è per questo, pensò lei, dice anche voi ch’intrate. Lo conosco bene, quel canto, l’ho studiato a scuola e me lo ricordo ancora”. Soffiò fuori il fumo. Non valeva la pena replicare, così come non valeva la pena correggersi a vicenda mentre rischiavano di congelare in una macchina rotta, che non avevano mai trovato il tempo di portare dal meccanico, così come non trovavano il tempo di riparare la serranda o di potare le rose in giardino, o di sbrinare il frigo o controllare i conti in banca. Cosa altro avevano da fare, poi? Un lavoro né bello né brutto. Le insalate davanti al computer, a pranzo. Mettersi in pantofole, lei, infilarsi la tuta, lui. Cenare. Lavare i piatti. Poi, le serie televisive per lei, Nudi e crudi su Dplay per lui. La buonanotte, dandosi le spalle a letto. Com’erano finiti a vivere così? Spense la sigaretta, contrariata più dalla domanda che si era posta che dalle circostanze. Era sbagliato fare bilanci in una situazione di emergenza, i bilanci vanno lasciati per i momenti in cui si cammina in un parco umido di nebbia e il sole illumina le foglie gialle, e solo allora, graziati dall’affacciarsi dell’inconsueto, è legittimo chiedersi come mai la vita sia diventata questa cecità.
“Andiamo”, disse lui, slacciandosi la cintura di sicurezza. “Dove?”. “Dal norvegese, da chi altri? E’ l’unica casa qui intorno, siamo a dieci chilometri dal paese più vicino, c’è una bufera in corso, non abbiamo riscaldamento e non c’è campo per i telefoni”. “Ma non c’è nessuno in quella casa”, disse lei. Lui indicò in alto: dalla salita, in effetti, si vedeva una finestra, e dalle persiane accostate filtrava una luce. Sganciò anche la sua cintura, e rimpianse di non aver messo un paio di stivaletti. Nevicava, ora.

La salitella si rivelò difficile, e più volte lei dovette chiedergli di fermarsi e aspettarla e porgerle la mano, perché scivolava, e allora lui si fermava sbuffando, come se tutta la situazione fosse colpa sua, e non della loro indifferenza, del loro essersi lasciati andare come quando si nuota in acque senza tempo, col vento che turbina intorno portando suoni che sembrano voci, che sembrano sospiri. Com’era accaduto?, si chiese di nuovo. Un tempo erano giovani e pieni di desideri e adesso camminavano svogliatamente sotto un cielo buio, invidiando su Facebook quelli che raccontavano amori, nascite, cene con gli amici. Cose piccole, ma vive, se confrontate al misero modo dei loro giorni. “Questo misero modo/ tegnon l’anime triste di coloro/che visser sanza ’nfamia e sanza lodo”.

Siamo come gli ignavi, si disse lei, stupita di come lo stesso ricordo (canto III, Inferno) l’avesse raggiunta per due volte nel giro di pochi minuti. Fu tentata di condividere la stranezza con lui, ma ricordò il silenzio di prima e tacque, continuando a salire. Ignavi, sì, pensò ancora, perdendo la presa sulla ghiaia, e di colpo la situazione le sembrò non un banale contrattempo ma qualcosa da cui fuggire il prima possibile, e desiderò tornare indietro e da quel momento, lo giurava, avrebbe cambiato tutto, e avrebbe convinto anche lui a farlo, perché stavano davvero sprecando l’unica vita che avevano.

Ma lui era già arrivato alla porta, e aveva bussato, e quando lei li sentì, li sentì ineluttabili da dove si era fermata, quei passi pesanti come sciacquio d’acque nere sotto un remo, seppe che ad aprire sarebbe stato un uomo vecchio con la barba bianca, altro che norvegese, altro che eremita, e che i suoi occhi sarebbero stati cerchiati di un rosso vivo come di fiamma e che a quel punto non sarebbero più potuti fuggire, perché quando si arrivava là non c’era altro che rassegnarsi, a patto che ci si potesse rassegnare a un’eternità di dolore, e non il dolore delle vespe e dei mosconi e dei vermi succhiasangue, ma qualcosa di peggio, qualcosa che era la continuazione della pura assenza, e allora si voltò e aveva cominciato a scendere, decisa a morire nella bufera piuttosto. Ma non aveva gli stivaletti, e scivolò, battendo il sedere a terra. E poi, appunto, la porta si aprì.

 

Il canto, integrale

Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume d’Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa“.

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.


Loredana Lipperini è scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica, oggi voce di di Fahrenheit su Radio Tre. Ha scritto “Ancora dalla parte delle bambine” e “Di mamma ce n’è più d’una” , entrambi per Feltrinelli, e con michela murgia “«L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!”. Il suo ultimo libro è Magia nera, uscito nel 2019 per Bompiani.

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