Il Commento Collettivo, Canto IV: Quel pallore in cui riconoscersi

La scrittrice Ilaria Gaspari, autrice di “Lezioni di felicità” commenta il quarto canto dell’Inferno dantesco. Commento che pubblichiamo in occasione del Commento Collettivo alla Commedia, che abbreviamo conCCC”. Il progetto della nostra rivista, coordinato da Edoardo Rialti, prevede che i 100 canti della Divina Commedia siano ripresi e revitalizzati da 100 autori contemporanei.


IN COPERTINA E NEL TESTO: Venturino Venturi, divina commedia, courtesy casa d’aste Pananti

di Ilaria Gaspari


Con il contributo di 


Virgilio è pallido nel quarto canto, mentre si avvia al primo cerchio dell’inferno: tanto pallido che lo svenevole Dante (appena tornato in sé dopo il tremendo terremoto che l’ha fatto cascare giù come l’uom cui sonno piglia), a vederlo si spaventa. Non starà per svenire anche Virgilio? Dante, grande esperto di sincopi, è preoccupato – e come biasimarlo? Nella valle in cui si trovano, alle soglie del cieco mondo che Virgilio gli annuncia senza preoccuparsi di nascondere il suo sgomento, la nebbia è tanto fitta e densa che, per quanto si sforzi, non riesce a distinguere niente; e se già quell’oscurità vischiosa lo inquieta, alla vista del poeta tutto smorto la sua inquietudine cresce, come quella di un bambino che vede agitarsi il papà. Persino Virgilio, sempre dolce e calmo, ha paura: chi lo proteggerà, adesso?

Ma lo spavento di Dante – un po’ egoista e un po’ infantile – trova una risposta inaspettata, che schiude uno spiraglio, nelle tenebre appiccicaticce e affollate del limbo, a un’insperata dolcezza consolatoria, tanto da riscattare quasi la sorpresa, in verità piuttosto orripilante – orripilante come può esserlo toccare nel buio, allungando magari una mano per accendere la luce, le ali polverose di una falena – di ritrovarsi in una foresta che di botanico non ha proprio niente. È una foresta di anime, la selva, dico, di spiriti spessi: una foresta che non stormisce ma sospira, sospira, sospira. Sospirano in coro i bambini; sono bambini piccoli, i bimbi perduti, morti senza battesimo e senza peccato, e finiti non sull’Isola che non c’è, e che ancora doveva essere inventata, ma nel suo equivalente medievale, non meno irreversibile ma certo più severo, più tetro e meno avventuroso: la valle del limbo che Dante percorre, a passi cauti, dietro al suo Virgilio. Che, gli risponde, non è pallido perché spaventato; è pallido di simpatia, per la pietà che gli ispirano le anime erranti per la valle.

Intorno a loro non ci sono solo i bimbi perduti, perché Dante, nell’inventarsi il suo limbo, decide di ignorare bellamente la dottrina di Tommaso D’Aquino e lo popola, oltre che di bambini non battezzati, delle ombre di donne e uomini che in vita sono stati virtuosi, anzi, molto più che virtuosi: hanno mostrato una statura morale inusitata, una bontà e una generosità colossali, sono insomma stati magnanimi – ma non cristiani. Sono tutti innocenti, ma nessuno è salvo; e se Virgilio impallidisce è perché ne ha ben donde. Solo i patriarchi biblici sono stati liberati dalla condanna a vagare per sempre alle porte dell’Inferno da un Cristo trionfante che lui ha visto con i suoi stessi occhi spalancare le porte di quel tetro anticamera.

Gli altri, che non hanno adorato né il Dio dell’Antico Testamento né il Cristo, hanno la loro pena nello starsene relegati in una valle che è un abisso, in un esilio lontano, nebbioso e cupo come quello che Dante dovette conoscere in Lunigiana, terra aspra di funghi e di crepacci, lunare, umida e nebulosa persino oggi che il mondo è surriscaldato, figurarsi ai primi del Trecento. Le anime girano in gruppetti, con aria impassibile e tutto sommato serena, né trista né lieta: Omero, con Ovidio, Orazio e Lucano, corre incontro a Virgilio, lo saluta con affetto e grandi attestazioni di stima; Dante viene accolto nella schiera dei poeti – sesto fra cotanto senno, annota lui, sornione come ogni volta che trova un modo ingegnoso di celebrarsi da sé. E chiacchierando di gran segreti poetici, i sei arrivano al castello in cui abitano i grandi eroi – e le eroine – del pensiero e del mito classico, in un sincretismo allegro e vivido, che mescola greci e latini, poemi, trattati e favole, e vede i legami profondi fra età e culture lontane. Fra i grandi esclusi dalla salvezza dei cristiani c’è Aristotele ma anche Democrito, c’è Empedocle e c’è Pentesilea; c’è Cesare e la vergine Cammilla, e pure il Saladino, benché, poveretto, se ne stia in disparte.

Virgilio, nel rivelare a voce quello che già tradiva il suo pallore, dice: e di questi cotai son io medesmo, e poi racconta la condizione dei dannati passando con disinvoltura dal solito loro a un insolito noi, da una terza a una prima persona plurale che dice la più profonda ragione di quel suo turbamento. E di questi cotai son io medesmo: nella pietà che ha per gli altri, Virgilio sente la pietà di sé, e Dante, e noi con lui, in quella pietà ci rispecchiamo. Perché anche se non siamo maestosi pagani, né eroi antichi, e neppure spiriti magni o bambini perduti, in quel pallore possiamo riconoscere comunque, per dirlo con le parole che userà Montaigne quasi tre secoli dopo Dante, il segno dell’umana condizione: vivere con il peso della morte in agguato, senza poter sapere quello che non ci è rivelato. Questo limbo abitato di antichi (che infatti, non per caso, fra tutti i luoghi della Commedia è quello che più somiglia all’Oltretomba dell’Odissea, dove Ulisse raccoglie i sospiri di morti che rimpiangono persino le miserie della vita), è il luogo in cui la morte mostra il suo vero volto, in cui nella nebbia si disegna la vera paura. E non solo perché questi dannati non hanno il beneficio – anche brutale – della vividezza di un contrappasso magari crudo fino all’espressionismo, però realistico, concreto, vivo; ma soprattutto perché sanno far impallidire persino Virgilio, mostrandoci il destino che ci accomuna tutti. L’unica consolazione sono le loro parole: forse (chissà) non quelle segrete che i poeti sussurrano a Dante e che Dante si tiene per sé, ma quelle che ci rimangono, le parole che sono frammenti, poemi, favole, che intessono i racconti di queste vite sognate da milioni di altri uomini. Quelle stesse parole degli antichi dall’animo grande, che Montaigne, tre secoli dopo, volle raccogliere in un libricino di massime, e invece gli esplosero in quel suo autoritratto crudo, divertito, vivido e atterrito, che porta il segno della condizione umana proprio nelle sue contraddizioni.

Il canto, integrale

Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”.

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”.

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”.

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”.

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”.

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ’l mondo a caso pone,
DïogenèsAnassagora e Tale,
EmpedoclèsEraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
IpocràteAvicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.


ll Canto V dell’Inferno sarà commentato da Paola Barbato

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)


ILARIA GASPARI HA STUDIATO FILOSOFIA ALLA NORMALE DI PISA E POI SI È ADDOTTORARA ALLA SORBONNE CON UNA TESI SULLO STUDIO DELLE PASSIONI NEL XVII SECOLO. NEL 2015 HA PUBBLICATO UN ROMANZO (UN NOIR NEVROTICO) PER VOLAND, ETICA DELL’ACQUARIO. NEL 2018 È USCITO IL SUO SECONDO LIBRO PER SONZOGNO: UNA SORTA ROMANZO FILOSOFICO, RAGIONI E SENTIMENTI.

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