Il Commento Collettivo, Canto IX: “Vivere è facile a occhi chiusi”

Questo che segue è il commento al nono canto dell’inferno dantesco, firmato dalla scrittrice Sara Mazzini. Fa parte del nostro Commento Collettivo alla Commedia, Il cosiddetto “CCC”, un progetto che vedrà ognuno dei cento canti dell’opera di Dante commentati da una penna contemporanea.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di salvador dalì

di Sara Mazzini


Con il contributo di 

Dal “Manuale Di Sopravvivenza Per Fanciulle in Amore”, sedicesima ristampa

A questo punto avrai certamente iniziato ad avere paura. Ci spiace privarti di questo sentore di eccezionalità, ma è una reazione abbastanza comune.
Prova a spegnere la luce. A luci spente non è così rischioso.
A questo punto lui sentirà che cominci ad avere paura. Il tuo istinto si riflette nel suo istinto. Il tuo dubbio alimenta il suo dubbio. Vorrebbe dirti che tutto andrà bene. Che sarà tutto diverso, stavolta. Perché solo la speranza può tenervi insieme.
Ma non lo dice.
E ormai ci sei dentro.
Hai bisogno di saperlo, vuoi sentirgli dire che tu sei la prima. La giustapposizione di intenti mette in moto le anime degli amanti.
Vuoi indurlo a confessare che è già accaduto una volta. Non sei la prima, e il dubbio che ti divora è se sarai l’ultima.
Un tempo, ti dice, era come morto, e l’amore di una donna lo restituì alla vita. Il mondo era in fiamme e solo lei poté salvarlo. Ma era un gioco perverso e quell’amore finì per spezzargli il cuore.
Adesso sentirai che tutto è andato troppo a fondo. Lui conosce questa strada e ti guiderà attraverso i medesimi errori.
Adesso gli umori ristagnano e tenti di investirlo delle colpe di chi lo ha preceduto. Il rischio è riversare i tuoi fantasmi su di lui.
Aggiunge qualcosa ma tu non lo ascolti, troppo intenta come sei a lasciarti divorare dal tuo bruciante dolore.
Vorresti aprirti il petto e strapparne via quel cuore che ancora una volta si è preso l’ardire di decidere per te.
Adesso inizierai a urlare e a singhiozzare e a mostrare gli aspetti peggiori di te.
Ma lui conosce la furia di una donna ferita e non si lascerà ingannare. «Guardati» ti dice. «So questa non sei tu. Sei almeno tre donne diverse.
La prima è tua madre, che non ha mai creduto ai sogni. Quella che piange è tua nonna, che ha dormito per anni. Nel mezzo, ci sei tu».
Hai udito troppe storie e hai finito col rassomigliare a loro. Ma quelle storie non appartengono a te. Lasciale andare e ritrova il sentiero al di fuori dell’ombra. Ricordati di quando eri giovane e splendevi come il sole.
Ma certo, bambina, il dolore è reale. E la tentazione, anch’essa piuttosto comune, sarà quella di pregare che il tuo cuore si faccia di pietra, così che non debba provare mai più tenerezza per nessun altro all’infuori di te.
Ma certo, bambina, fidarsi è rischioso. Ma è anche la sola cosa che puoi fare. Credi in lui e nella risoluta urgenza del presente. Rimani al suo fianco, aderente al sentiero, perché una volta che te ne sarai andata non potrai tornare indietro (di punto in bianco, e svanita nel nero).
Chiudi gli occhi. Coprili con entrambe le mani e mettici su anche le sue. L’amore è cecità e tu non vuoi vedere.

*

E ormai siete soli nel mezzo del mondo.
La tua rabbia si dissolve davanti al fragore del nuovo sentimento che ti invade. Perfino le tue lacrime non ti toccano più.
Qui è dove lui ti spingerà a guardarti dentro, per liberarlo dai fantasmi che gli hai sovrapposto. Nient’altro gli importa. Dove tutto è costruito per essere distrutto, vuole solo che tu riesca a vederlo per quello che è.
Ora è il tempo di morire, tuo contro il tuo volere.
Qui è dove vorrai attuare un ultimo, disperato, tentativo di sottrarti al tuo destino. Un tempo sei corsa incontro a lui, ora corri via da lui. Ma non c’è modo di fuggire, perché la tua corsa ti rende ancor più amabile ai suoi occhi. Resta calma e arrenditi al potere dell’amore, questa forza superiore che purifica il tuo spirito.
E quanto inizierai a disprezzare le anime ciniche che a quel potere si sono sottratte!
Coloro che hanno rovesciato la benedizione trasformandola in una condanna. Che hanno ricevuto una fucilata nel cuore e il biasimo va a loro stessi, perché danno un brutto nome all’amore.
Capirai che l’idillio non dura da solo, che ciascuno ha la sua parte da giocare. Ci sono molte cose che gli vorresti dire ma non sai come farlo. Dopotutto, è il tuo muro meraviglioso.
Capirai che per abbattere quel muro è sufficiente restare al suo fianco e accedere insieme a quel fondo segreto che i fantasmi e le furie vi avevano precluso. Dite, parlate. Riscoprite la comunicazione. Scoprite la bellezza nella dissonanza.
– E qui, amore mio, finalmente potrai liberare le ombre che per anni hai tenuto rinchiuse nella tua scatola a forma di cuore. Rinfrancata dalla tenerezza e benedetta dalla compassione, riuscirai a comprendere i loro tormenti. Scoprirai che il dolore che ti hanno arrecato è stato solo un incidente, un passo falso e inconsapevole attraverso l’ignoranza, l’umana conseguenza dell’abiura di ciò che tu e io sappiamo essere sacro.
Potrai lasciarteli alle spalle, bambina, là dove l’amore con lingue di fuoco depura ogni spirito, e procedere con me verso quella salvezza che all’inizio del cammino ci è stata promessa.
Via, via, vieni via di qui. Lascia che ognuna di queste basse persone abbia ciò che più merita. Che bruci insieme a chi le rassomiglia.
Lascia che ti porti giù a fondo con me, verso i campi di fragole eterni. E se niente di tutto questo è reale e anche tu mi mistifichi, almeno sapremo che alcuni momenti suadenti continuano per sempre.

* Chi ha orecchie per intendere intenda.

 

 

Il canto, integrale

Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.

“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.

“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.

Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.

“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo
e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: “Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.


ll Canto IX dell’Inferno sarà commentato da Violetta Bellocchio

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)


SARA MAZZINI È NATA A POGGIBONSI NEL 1980. HA DIRETTO LA RIVISTA CRAPULA CLUB. IL SUO PRIMO ROMANZO È “CENTINAIA DI INVERNI. LA VITA E LE MORTI DI EMILY BRONTË” (JO MARCH).

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