Il Commento Collettivo, Canto V: Qualcosa ci solleva

L’autrice e fumettista Paola Barbato commenta il quinto canto dell’Inferno. Pubblichiamo questo commento per il Commento Collettivo alla Commedia, ilCCC”: progetto coordinato dal nostro editor Edoardo Rialti che prevede un commento di un autore contemporaneo per ognuno dei 100 canti della Divina Commedia.


IN COPERTINA E NEL TESTO: Venturino Venturi, divina commedia, courtesy casa d’aste Pananti

di Paola Barbato


Con il contributo di 


Muoio, amore mio. Muoio e ti guardo morire. Mentre tu muori, amore mio. Muori e mi guardi morire. E’ questo il nostro “per sempre”, mai pronunciato, l’altare che ci hanno sottratto. La morte è stata il nostro suggello, più delle labbra che si sfiorano, più di un libro che ci raccontava il nostro peccato prima ancora che lo consumassimo. Moriamo insieme, amore mio, e niente della nostra morte ci viene risparmiato, e niente della nostra morte ci viene negato. Lo sapevamo, l’abbiamo saputo dal primo istante che era l’unico destino possibile, in un mondo dove l’amore è colpa ed espiazione insieme, dove la sete di felicità può essere placata solo con il veleno del tradimento. Sapevamo che ogni passo dell’uno verso l’altra segnava un contrappasso che ci avrebbe perseguitati in eterno. Se così non fosse perché non ci siamo nascosti? Perché non siamo fuggiti? Perché abbiamo abbandonato le cautele sapendoci circondati da mille occhi? Perché l’amore in sé è una condanna, l’anima in ceppi non se ne può liberare, la lotta è inutile. La nostra morte è stata scritta dal primo sguardo, aleggiava intorno a noi, sospesa, ad attendere il cedimento della carne, la consunzione della volontà e questo momento, la furia che lo trascina e si abbatte su di noi per mano di mio marito, per mano di tuo fratello. Era la sola promessa che la vita potesse farci e che avrebbe mantenuto. Ora ecco che muoio, amore mio, con una spada nel ventre, la stessa che ha colpito te. Muoio con il mio sangue che si mescola al tuo e il tuo che si mescola al mio. Muoio uccisa dal tuo sangue. E mentre accade riesco solo a desiderare che non finisca, che niente mi sottragga ai tuoi occhi, che niente ti sottragga ai miei, che possiamo continuare a morire in eterno, insieme. E mentre sento che scivolo via, la mano così lontana dalla tua, ti chiamo con gli occhi. Paolo? Andiamo via insieme, Paolo. E succede. Qualcosa ci solleva, ci avvolge, ci trascina. Prima in alto, lontano dalla carne e dalle pietre, poi improvvisamente giù, oltre il conosciuto, nell’oscurità, mentre i tuoi occhi non lasciano i miei e i miei non lasciano i tuoi. E mentre cadiamo insieme io comprendo, e nella comprensione vorrei provare a non amarti, perché ciò che ci attende in eterno mi dilanierà se lo vivrò attraverso di te. E sento il tuo dolore, uguale al mio, che vorrebbe respingermi mentre mi richiama, il mio nome che torna e ritorna: Francesca, Francesca. Ma il vento copre tutto, non si placa, ci investe la pelle come un abito ruggente, acceca gli occhi, spinge e frena e piega e non dà tregua. Lo senti anche tu, amore mio? Senti il suo urlo nelle orecchie mentre ci costringe ad andare eppure ce lo impedisce? Mentre ci fa smarrire e poi ritrovare in una danza perpetua? L’amore che ci lega si gonfia come una vela, complice dell’orrore che ci circonda, se ne alimenta, cresce e ci lacera. Lui è nostro, noi siamo suoi. Due ombre si avvicinano, vorrei mostrartele ma ancora ti ho perso in quest’eterna tempesta. Attendo che torni, col vento che mi batte in viso, col pianto che si asciuga, con l’amore che mi morde il petto.

Torna presto, amore mio.

Il canto, integrale

Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare
“.

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.

La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?“.

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.


ll Canto VI dell’Inferno sarà commentato da Vanni Santoni

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)


paola barbato, milanese di nascita e bresciana d’adozione, è Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog. ha pubblicato BilicoMani nude (vincitore del Premio Scerbanenco), Il filo rossoNon ti faccio niente e Io so chi sei (il primo titolo di una trilogia). Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio.

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