Il Commento Collettivo, Canto VI: “Non solo specchio: la marmaglia dei golosi”

Vanni Santoni, scrittore, editor e curatore delle nostre Classifiche di Qualità, commenta il sesto canto dell’Inferno dantesco per il Commento Collettivo alla Commedia. Il”CCC” è un progetto coordinato dal nostro editor Edoardo Rialti e prevede un commento di un autore contemporaneo per ognuno dei 100 canti della Divina Commedia.


IN COPERTINA E NEL TESTO: salvador dalì, illustrazione sull’inferno dantesco

di Vanni Santoni


Con il contributo di 


Il Canto VI è il primo eminentemente politico della Commedia – e tanto gli amanti delle strutture letterarie geometriche quanto quelli della numerologia un tanto al chilo saranno deliziati nel sapere che anche il Canto VI del Purgatorio e il Canto del Paradiso sono così, per di più secondo un moto ascendente che da Firenze, di cui si parla in questa prima sede, si apre all’Italia e poi all’Impero – e viene quindi a ricordare al lettore quanto, al di là della potenza immagnifica, narrrativa, allegorica e teologica dell’opera dantesca, questa sia anche un poema politico – e non di rado di una politica locale, specifica, qualche volta addirittura spicciola.

Non sarebbe allora contestabile chi giocasse a trovarci paralleli con l’oggi – che so, mettendo in relazione il cane da guardia Cerbero con la sua vista a 270° e le “Mille telecamere modello Tel Aviv” annunciate festosamente dall’attuale sindaco per l’inizio del 2020; la marmaglia dei golosi che si dibattono nel fango come specchio del centro di una città dove le università vengono spostate in periferia per lasciar campo a una mostruosa schiacciateria a cielo aperto; il clima di invidia e ingratitudine cittadina verso i suoi grandi uomini che continua oggi come allora; la chiusa su Pluto, demone della cupidigia (o delle suite di lusso su AirBnb)… – ma sarebbe una lettura troppo facile per un canto che ha in sé anche rilevanti riflessioni metafisiche: qui si dibatte della resurrezione dei corpi (le anime incorporee dei dannati, una volta rivestitesi del lor corpo mortale, soffriranno più o meno che in quella forma? Di più, spiega Virgilio rifacendosi alla fisica aristotelica, per la quale quanto più una cosa è perfetta, tanto più è in grado di provare dolore; e si parla di giustizia divina, se è vero che Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Mosca dei Lamberti, qui tutti evocati da Dante come esempi di fiorentini eccellenti, portatori di un’etica e di una visione ormai scomparse in città, vengono indicati da Ciacco, il dannato che gli risponde, come posizionati in cerchi inferiori a quello, in fin dei conti mite, dei golosi: prova che a nulla valgono i meriti in vita, se poi anche una sola volta si cade nel peccato. E c’è poi Ciacco: spesso citato come uno dei tanti enigmi danteschi, quasi al pari del “pape Satàn, pape Satàn aleppe” con cui si apre il canto successivo, e quindi croce e delizia degli appassionati. Per dargli un’identità – o meglio per trovare conferma al fatto che si è perduta – si ricorre quasi sempre a Boccaccio, che nel Decameron (IX, 8) lo definisce “uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse giammai […] per altro assai costumato e tutto pieno di belli e piacevoli motti”; meno spesso, invece, si ricorda che il Certaldese lo descrive anche nelle Esposizioni (VI litt. 25) “Fu costui uomo non del tutto di corte; ma, per ciò che poco avea da spendere ed erasi, come egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, era morditore e le sue usanze erano sempre co’ gentili uomini e ricchi, e massimamente con quelli che splendidamente e dilicatamente mangiavano e beveano, da’ quali se chiamato era a mangiare, v’andava, e similmente, se invitato non era, esso medesimo s’invitava, ed era per questo vizio notissimo uomo a tutti i Fiorentini. Senza che, fuor di questo, egli era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri da qualunque uomo ricevuto” – e forse la descrizione viene così spesso obliata perché nel suo chiarir le cose in modo piuttosto incontrovertibile – si trattava evidentemente di un amabile scroccone noto solo per tale attività – non piace a quelli che nella Commedia vogliono sempre veder più misteri di quanti già non ve ne siano.

In effetti, il motivo per cui il Canto VI è così notevole, non sono i suoi presunti misteri né il suo carico politico valido ancor oggi, ma perché all’oggi non si limita a far da specchio, profezia o caricatura; in effetti, per ciò che concerne Firenze, lo crea e definisce: basterà tornare al passaggio su Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Mosca dei Lamberti per rendersi conto che lì si ha la prima manifestazione di quello che potrebbe esser legittimamente considerato il tratto distintivo dei fiorentini e di Firenze – e ancor più ciò trova conferma se si pensa a quando scrive Dante: siamo a inizio Trecento (nello specifico, la Commedia si svolge nell’anno 1300 e la si ritiene scritta tra il 1304 e il 1321), non c’è, insomma, ancora stato il Rinascimento, ma già qualcuno vagheggia la Firenze del passato come ideale, migliore e ormai irredimibilmente perduta! Col Canto 6 nasce quindi l’“era meglio prima” – e con esso la Firenze contemporanea, immutata negli ultimi 720 anni.

Il canto, integrale

Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

“O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
mi disse, “riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

E io a lui: “L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa”. E più non fé parola.

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita”.

E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi
“.

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo”.

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ’l duca disse a me: “Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba”.

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?”.

Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta”.

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.


ll Canto VI dell’Inferno sarà commentato da Guido Vitiello

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)


Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune(Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dirige la narrativa di Tunué e scrive sul Corriere della Sera.

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