Il Commento Collettivo, Canto VIII: “L’Ira conceduta ai Santi”

Pubblichiamo il commento all’ottavo canto dell’inferno firmato dallo scrittore Andrea Zandomemneghi. Questo commento è parte del nostro Commento Collettivo alla Commedia, Il “CCC”, un progetto che vedrà ognuno dei cento canti dell’opera di Dante commentati da un autore contemporaneo.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di salvador dalì

di Andrea Zandomeneghi


Con il contributo di 


Di due specie di reazioni incontinenti agli stimoli tra di loro antitetiche si sono macchiati i dannati del quinto cerchio dell’Inferno dantesco, la palude dello Stige: la rabbia incontinente (ovvero l’ira, reazione eccessiva) o la distrazione incontinente (ovvero l’accidia, reazione mancante). Mentre la prima reazione è di palmare evidenza, converrà soffermarsi sulla seconda un poco, tracciandone un profilo: l’accidia (secondo Umberto Galimberti “condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo”) è la mancanza ovvero l’impossibilità (colpevole) dell’attenzione, della concentrazione, della perseveranza, dell’ordinamento teleologico del reale, dell’azione che opera nel mondo mutando l’andamento delle cose. L’accidioso “diserta il fine e per non affogare nell’amarezza si distrae: più esattamente si lascia andare” dice Salvatore Natoli. Dalla distrazione totalizzante discendono poi l’inquietudo corporis, il muoversi a vuoto e l’instabilitas, il non trovare un ubi consistam, un luogo in cui stare davvero – dice Tommaso (ed è difficile non andare con la mente alla patologia – o alla caratteristica? – più tipica e pervasiva della contemporaneità: l’iperattività ovvero il disturbo da deficit di attenzione).

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Nell’ottavo canto dell’Inferno dantesco s’incontrano due regioni contigue ma nettamente separate sulla base della graduazione della colpa: la palude dello Stige e la città di Dite. La suddivisione è di matrice esplicitamente (tomistico) aristotelica come risulta da Inf. XI 79-84:

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Il riferimento è all’Etica Nicomachea dove appunto troviamo la ripartizione in tre specie dei costumi che si devono fuggire: vizio (malizia), intemperanza (incontenenza), bestialità (matta
bestialitade). Dante, seguendo Aristotele commentato da Tommaso, considera meno grave l’incontinenza della malizia e della bestialità, mentre la prima è infatti punita fuori dalla città di Dite le altre due sono punite al suo interno. La malizia si differenzierebbe sotto il profilo della gravità del peccato dall’incontenenza perché se la seconda opera per passione la prima opera per elezione: nella seconda cioè il giudizio sul bene e sul male è ancora retto, anche se non seguito, nella prima è pervertito.

Gli incontinenti si suddividono in lussuriosi (II cerchio), golosi (III cerchio), avari e prodighi (IV cerchio), iracondi e accidiosi (V cerchio). 

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Mentre sulla lesta barchetta di Flegias – simbolo dell’ira perché in preda alla stessa incendiò (e il fuoco, che traspare addirittura nel nome del personaggio mitologico demonizzato, è metafora perspicua dell’ira) il tempio di Delfi per vendicarsi di Apollo che gl’aveva sedotto la figlia – Dante e Virgilio attraversano la palude, gli si para davanti Filippo Argenti. Fu costui un cavaliere fiorentino della schiatta (da Dante deprecata) degli Adimari – così chiamato perché soleva ferrare i propri cavalli con l’argento tanto era vanaglorioso e arrogante – famoso per la sua prepotenza e rissosità, nemico personale di Dante (perché provò a corrompere senza successo l’Alighieri e per vendicarsi del fallimento lo schiaffeggiò).

Dopo un aspro scambio di battute Dante riconosce Filippo e lo ingiuria. Filippo reagisce afferrando la barchetta e bloccandola. A questo punto interviene Virgilio che lo respinge ripiombandolo nel fango e  dicendogli: “Via costà con li altri cani!”, poi bacia e abbraccia Dante e si congratula con lui per lo sdegno dimostrato nei confronti dell’Argenti che nel frattempo ha iniziato a prendersi a morsi per la rabbia mentre viene straziato dagl’altri dannati che invocano il suo nome.

A impressionare in questo episodio è la brutalità dimostrata da Dante nei confronti di Filippo. Questa brutalità è però comprensibile dal punto di vista sistematico ed esemplare: dinnanzi alle turpitudini dell’Argenti è necessario adirarsi e reagire in base alla virtù della mansuetudine “la quale modera la nostra ira e la nostra troppa pazienza” – dice Boccaccio rifacendosi ad Aristotele. Da questo punto di vista vi sarebbero dunque un’ira peccaminosa (che non è frutto della mansuetudine), un’ira virtuosa (di reazione di fonte alle nefandezze) e una mancanza d’ira peccaminosa; quest’ultima altro non sarebbe che l’accidia, da interpretarsi come defectus irae. Ciò verrebbe anche confermato dall’agire di Virgilio che approva l’atteggiamento di Dante, come spiega chiaramente sempre Boccaccio: “Virgilio fa festa all’autore, per ciò che ha avuto in dispregio lo spirito fangoso. E mostra in questa particella l’autore una spezie d’ira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è merito a saperla usare: la quale virtù […] Aristotile […] chiama mansuetudine. Questa cotale spezie d’ira n’è conceduta da’ Santi”.

 

Il canto, integrale

Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!“.

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!
“.

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
Chi m’ ha negate le dolenti case!“.

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta”.


ll Canto IX dell’Inferno sarà commentato da Violetta Bellocchio

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)


Andrea Zandomeneghi è nato a Capalbio nel 1983. Scrive sul Foglio e ha diretto la rivista Crapula Club. Il suo primo romanzo è Il giorno della nutria (Tunué).

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