Il Commento Collettivo, Canto X: “Magia trasformatrice”

Il testo che segue è uno dei cento commenti agli altrettanti canti danteschi che noi de L’indiscreto abbiamo deciso di ripensare in chiave contemporanea, attraverso i pensieri di autori e autrici. Questo firmato da Riccardo Bruscagli è il commento al canto decimo, parte del Commento Collettivo alla Commedia, Il nostro “CCC”.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di salvador dalì

di Riccardo Bruscagli


Con il contributo di  

Per prima cosa si rimane stupiti, riprendendo in mano il X dell’Inferno, dalla sua strepitosa partitura drammaturgica. Tre atti, nitidamente scanditi: nel primo l’incontro-scontro con Farinata, il gran capo della fazione ghibellina, ora (al tempo fittizio del viaggio di Dante nell’oltretomba, ovvero nella primavera del 1300), sconfitta, mortificata, perseguitata, ma ancora trionfante in vita di questo gigantesco personaggio, provvidenzialmente defunto nel 1265, alla vigilia di quella battaglia di Benevento che avrebbe capovolto le sorti del partito imperiale in Italia; nel secondo, il dialogo elusivo, e in fondo mancato per via di equivoci multipli, con Cavalcante de’ Cavalcanti, il padre di Guido, il “primo amico” di Dante, lo sdegnoso e potente cantore di un eros mortale, senza beatrici e senza salvezza; nel terzo atto, infine, la ripresa dello scambio tra Dante e Farinata su un registro stavolta meno acre, in cui le battute a rinfaccio del primo atto si stemperano in accenti amareggiati e malinconici, fino all’augurio finale che la “semenza” degli Uberti trovi finalmente pace, da parte di un Dante guelfo sì, ma soggiogato dal disarmante patriottismo e dalla grandezza d’animo dell’avversario. Il canto attraversa così tonalità violentemente chiaroscurate: dall’acceso diverbio del primo atto, alla smarrita elegia del secondo, alla temperata colloquialità del terzo e ultimo. Eppure, al lettore i tre atti appaiono concatenati e serrati in una stretta consequenzialità. Ciò che più profondamente li lega insieme è la natura del peccato di Farinata e Cavalcante, e il modo in cui esso modella la loro fisionomia di personaggi. Ambedue stanno fra gli “epicuri”, che “l’anima col corpo morta fanno”: gente che non credeva nell’immortalità dell’anima, e che adesso – ironico contrappasso – si è risvegliata per giacere, in eterno, in quelle tombe dove avevano creduto che tutto finisse, trasformate all’Inferno in camere di tortura. Epicuri dunque, sia Farinata che Cavalcante: e profondamente simili, nonostante la divaricazione dei caratteri e perfino degli atteggiamenti corporei; Farinata “dalla cintola in su” eretto fuori del suo sepolcro, “quasi avesse l’inferno in gran dispitto”, altèro monumento di se stesso; Cavalcante appena affiorante al bordo della tomba con una faccia inquieta e ansiosa, uno sguardo che scruta qua e là, aspettandosi di trovare, in compagnia di Dante, l’idolatrato figliuolo. Profondamente simili, i due, proprio nella loro cecità mentale; nel loro ossessivo radicarsi ancora entro l’orizzonte terreno delle loro passioni e dei loro affetti. Che saranno diversi – la passione politica per Farinata, l’affezione paterna per Cavalcante – ma appaiati dalla stessa angustia morale: come il gran ghibellino non sa uscire dal pensiero di Firenze e di quello che egli ha fatto o non fatto per la sua città, così Cavalcante non sembra capace di accettare l’idea di una minorità del suo grande figliuolo rispetto a Dante, o, in un patetico equivoco, l’idea stessa che Guido sia già morto. 

Ma c’è dell’altro, in questo canto, che riguarda la posizione   di Dante pellegrino nell’al di là, e il ruolo che egli si attribuisce. Con sfrontata arroganza, l’Alighieri immagina di affrontarsi, lui guelfo sì, ma di una famiglia che in fondo non si era compromessa mai troppo, al massimo rappresentante del partito ghibellino in Toscana; immagina di tenergli testa, di sottoporlo persino ai suoi sarcasmi. Analogamente, mentre ci presenta un Cavalcante che si aspetta di trovare Guido insieme a lui, Dante insinua l’idea di una sua proverbiale associazione col più grande poeta fiorentino della sua generazione (con qualche forzatura, visto che Cavalcante era morto nel 1280, quando Dante aveva quindici anni, e il suo compagnonage con Guido era di là da venire). Mirabile, quanto indiretta e sottile, operazione di self-fashioning, e di costruzione del proprio personaggio…Ma è su Farinata che Dante opera la più alta delle sue magie trasformatrici. In questo Canto X, Farinata trae tanta parte della sua altèra grandezza dal “dispitto” con cui guarda l’Inferno e la sua pena, quasi non volesse arrendersi alla verità di un Dio che l’ha condannato “a questo letto”. Ma le cose non erano andate proprio così. Morto nel 1265, debitamente sepolto in terra consacrata, presso l’antica Cattedrale di Santa Reparata, destinatario di regolari messe di suffragio (come dimostra il venerabile libro di sagrestia della Cattedrale) Farinata dovette aspettare diciannove anni prima di essere dichiarato eretico patarino, in uno dei processi farsa, debitamente postumi, istruiti dalla Parte Guelfa per mettere le mani sui patrimoni delle sconfitte famiglie ghibelline. Ancora una volta, si resta stupefatti di come la Commedia sappia salire dalla cronaca alla poesia; di come Dante, anche da una condanna palesemente strumentale, e dall’avidità di denaro dei borghesi di Parte Guelfa, riesca a creare un grande personaggio d’invenzione.

 

 

Il canto, integrale

Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.

“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.

Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.


ll Canto XI dell’Inferno sarà commentato da  Francesco D’Isa

I commenti precedenti: Inferno:
– Canto I
 (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)


Riccardo bruscagli Allievo di Lanfranco Caretti, è stato Ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università di Firenze, Direttore del Dipartimento di Italianistica e Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Tra le sue opere, Stagioni della Civiltà Estense (Nistri-Lischi), l’edizione Einaudi de L‘Orlando Innamorato di Boiardo, Studi Cavallereschi (SEF), Machiavelli (Il Mulino), Il Palazzo di Atlante (Loescher, con Gino Tellini).

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