Il Commento Collettivo, Canto XII “Immersi nel sangue fino agli occhi”

Eccoci arrivati al commento del dodicesimo canto dell’inferno dantesco: uno dei cento che noi de L’Indiscreto pubblicheremo commentati da altrettanti autori contemporanei. A firmarlo è lo scrittore Matteo Strukul. Il nostro progetto di Commento Collettivo alla Commedia, che abbiamo chiamato “CCC”, continuerà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di salvador dalì.

di Matteo Strukul


Con il contributo di  

Il Flegetonte: un fiume di sangue ribollente nel quale sono immersi tiranni, predoni e assassini. A guardia dei dannati vi sono i Centauri – Chirone, Folo, Nesso fra gli altri – armati di arco e frecce. Sono loro a bersagliare con i dardi coloro i quali osano emergere più di quanto sia consentito. È un’immagine di rara potenza e di violenza indicibile, forse quella che mi colpì maggiormente quando lessi per la prima volta la Divina Commedia.

Ci troviamo nel primo girone del settimo cerchio e il Flegetonte è uno dei quattro fiumi dell’Inferno. Gli altri sono l’Acheronte, il Cocito e lo Stige.

Mi colpì quest’immagine e mi atterrì, aggiungo, pensando al fatto che un’anima potesse essere immersa nel sangue fino agli occhi. Ecco, proprio questo mi portò, in tempi successivi, a voler approfondire la figura di Dante Alighieri oltre il testo della Commedia poiché, lo confesso, ho sempre avuto la sensazione che la critica si sia a lungo accapigliata su temi come l’esilio, la politica, l’amore, la donna angelicata, la lingua volgare, le architetture e le geografie delle cantiche, ma mai e poi mai abbia concesso la giusta attenzione al Dante guerriero. Quest’affermazione non suoni provocatoria poiché è un fatto che Dante sia stato, specie in gioventù, un combattente.

E infatti, nel dodicesimo Canto, risulta evidente il terrore che dovette provare il sommo poeta nel trovarsi in prima linea nel corso della battaglia di Campaldino, una delle più cruente del tredicesimo secolo: il fiume di sangue, i guerrieri immersi fino agli occhi, le salve di dardi che colpiscono i dannati proprio come doveva accadere sul campo di battaglia. E poi la crudeltà evocata da figure terribili come Ezzelino da Romano o Obizzo d’Este, personaggi che potremmo tranquillamente equiparare in perfidia e spietatezza a Vlad l’Impalatore.

Ho sempre pensato che i Canti dell’Inferno, nella loro cornice terrificante, liberata per un istante dai significati ulteriori, evocassero gli orrori vissuti da Dante come guerriero, lui che era feditore, combattente a cavallo, armato alla leggera, e dunque equitator e non eques, cavaliere alla cui classe poteva aspirare solamente chi apparteneva ai Grandi di Firenze. Purtuttavia l’essere proprietario di un destriero provava per ciò stesso la sua appartenenza all’aristocrazia fiorentina, seppur di piccola nobiltà.

«Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille.

Ebbene, mai come nel dodicesimo canto, Dante sembra evocare le visioni apocalittiche delle battaglie vissute: non solo Campaldino ma anche Caprona.  Quei conflitti sembrano scatenare in lui le visioni apocalittiche di un reduce dal Vietnam o un alpino italiano dopo la ritirata di Russia.

“Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;

e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni

che dier nel sangue e ne l’aver di piglio”.

Certo, quelle battaglie verranno descritte in altri canti ma è un fatto che il Dante dei venticinque anni fu indubbiamente atterrito dall’orrore di una guerra bestiale, terrificante, sotto la guida di Corso Donati, capitano guelfo e campione di Campaldino, uno degli uomini più sanguinari e crudeli di Firenze per giunta imparentato con sua moglie Gemma Donati. Proprio i Donati erano la famiglia che contendeva ai Cerchi, dei quali Dante era partigiano, la supremazia sul sestiere di San Pier Maggiore, quello nel quale gli Alighieri erano nati e avevano casa di fronte alla Torre della Castagna.

In seguito agli studi condotti, dunque, ho sempre ritenuto questo canto quello che, una volta mondato dalle allegorie e dalle metafore, esemplifica in modo plastico l’orrore e della guerra e della violenza che il Sommo Poeta dovette vivere in gioventù sui campi di battaglia, arrossati di sangue. A ben vedere, dunque, esso è un’autentica mappa che ci fornisce utili informazioni sui misteri e gli enigmi della vita di Dante del quale molto poco si sa in merito agli anni delle lotte fra Guelfi e Ghibellini nella Firenze di fine Duecento.

 

 

Il canto, integrale

Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.

Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene”.

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: “Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale”.

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia”.

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: “A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro”.

Lo mio maestro disse: “La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta”.

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille”.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: “Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti”.
E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada”.

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: “Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”.

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo”.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
“Questi ti sia or primo, e io secondo”.

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola”.

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

“Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema”,
disse ’l centauro, “voglio che tu credi

che da quest’altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell’Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra”.

Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.


ll Canto XII dell’Inferno sarà commentato da Pietrangelo Buttafuoco

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I  (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)


Matteo Strukul è romanziere e sceneggiatore, co-fondatore di SugarPulp e dei Festival letterari Sugarcon e Chronicae. Tra le sue opere ricordiamo la trilogia di Mila Zago (E/O), la saga besteller nazionale e internazionale dei Medici (Newton Compton), per la quale ha vinto il Premio Bancarella 2017, Giacomo Casanova (Mondadori) e il fumetto Vlad (Feltrinelli).

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