Il Commento Collettivo, Canto XIV, “Nel cerchio dei bestemmiatori ‘un si bestemmia, maremmamaiala!”

Pubblichiamo nel Commento collettivo uno stralcio del nuovo manoscritto di Alberto Prunetti, che chiuderà la sua trilogia working class. Nell’occasione Prunetti rinarra il canto quattordicesimo dell’Inferno dantesco.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di salvador dalì

di Alberto Prunetti


Con il contributo di  


[Nota: queste righe sono un’anticipazione del nuovo romanzo di Alberto Prunetti, che uscirà per Laterza dopo l’estate]

 

Terzo girone del cerchio sette. Nota dal Regolamento Aziendale del personale dipendente: “È fatto divieto assoluto di spregiare la bontà, il nome e la reputazione del Titolare dell’Azienda. I trasgressori saranno puniti a norma di contrappasso”.

Una mano anonima ha aggiunto con un gesso bianco: “Nel cerchio dei bestemmiatori ‘un si bestemmia, Maremmamaiala!” 

Nel mezzo del cammin della mi’ vita mi son trovato dentro a un sogno oscuro. Sognavo e sudavo, come un dannato del lavoro. Attraversavo una gora su una barcaccia dove Caronte, il nocchiero, bianco per antico pelo, aveva le fattezze del custode zoppo dei campi di calcio della mi’ infanzia. Mi guardava con occhi di brace, rimembrando un rigore contro la Massetana che avevo padellato tanti anni fa.

Intimorito e incredulo, presi a camminare per un sentiero pieno di polvere rossa, segnato da arbusti carbonizzati. Poi arrivai in una piazzola di terra combusta, simile a una carbonaia dei boschi maremmani. C’era un tipo con una tuta blu, di spalle. Teneva in mano una saldatrice. Appoggiò gli elettrodi a terra, poi si mise a cantare. 

 “Ho trovato una nave che salpava e ho chiesto dove andava / Nel porto delle illusioni / mi disse quel capitano / Terra terra, forse cerco una chimera / questa sera, eterna sera”. 

Una canzone di Piero Ciampi dedicata a Livorno. La canzone che cantava sempre lui…

Ciao brodo!

Babbo!

Che ci fai da queste parti? T’è saltata addosso la voglia di lavorà? Era l’ora…

Allora, pochi discorsi, mettiamoci al lavoro, figliolo. M’hanno messo alla manutenzione. Che qui va tutto in malora. Vi fanno una testa così sulla Divina Commedia, ma ce ne fosse uno che ha voglia di fa un po’ di manutenzione delle strutture.

Dunque, il progetto me l’ha spiegato il capocantiere, il Sommo Costruttore, ma io mi so’ sentito libero di ridisegnà qualche sezione, tanto qui la supervisione è scarsa che quelli stan sempre ai piani alti a strologà di virtù e carità, ma a sudà qua sotto ‘un si vedono mai…  Quindi ho modificato l’impianto, senza perde tempo. Oggi sto a rabberzà il cerchio dei bestemmiatori. 

Lo interrompo: Mi sa che ne conosci parecchi, babbo. 

Infatti a questi trattamento di favore, replica, io l’avrei tutti sciorti. Aperti i gabbioni e via a fa’ danni in culo alla Meloria, ma il Costruttore è orgoglioso e l’ha voluti tené al gabbio a tutti i costi, si vede si sentiva offeso da quelle lingue sciolte.

Babbo, ma i tormenti degli inferi sono davvero così atroci come li racconta Dante? Il cerchio dei bestemmiatori, il XV, ha come contrappasso delle fiamme che perseguitano i dannati…

Ma sai che paura ci fanno quelle fiammelle che il principale ha voluto mette nella coreografia… Ascolta, bimbo, ti dico questo: vai all’altoforno al turno di notte e dopo ‘un c’è inferno che tenga. In quella fucina nera, in quella rena arsiccia, le scintille del padrone scendono come pioggia di foco. L’inferno vero è quello e io c’ho lavorato una vita. Pensaci, gente come noi s’accendeva la sigaretta con l’elettrodo della saldatrice. Il foco del cerchio di Dante pole fa cacà addosso giusto quelli con le manine frolle. “Piovean di foco dilatate falde”. Bravo palle, sette tuo, son qui che tremo di paura. Oh, il fiorentino sbraita e promette la saetta di Giove.  E noi condannati del lavoro, giù tutti a ride. Allora lui se ne va con la coda fra le gambe invocando la vendetta del Capocantiere. Sai che paura! Primo, quelle fiamme per noi metalmeccanici son cerini. Secondo, siamo belli coibentati, siamo nati con la tuta ignifuga al posto della pelle, c’importa ‘na bella sega. La ghisa incandescente dell’altoforno di Piombino è peggio. E sa’ c’è? La lingua era sciolta dì la, è sciolta anche di qua, Maremma cane. E poi voglio dirti una cosa. È tutta una messinscena. 

Una messinscena?, faccio io incuriosito.

Avoglia te. Oppio der popolo. Chiamà queste “fiamme dell’inferno” è una cosa che fa ride. Lo vedi, mi tocca controllà questi manometri che regolano la pressione del gas… è tutta una messincena… fanno finta, fanno crede ai dannati per farli sta in riga alla catena che siano fiamme infernali, ma so’ i tubi che c’ho io a manutenzione, la fiamma pilota è collegata a un termostato e ogni tanto scatta e via una fiammata. L’inferno vero ‘un’è mica questo, brodo, è quello delle raffinerie dov’ho lavorato io, che quando arrivavano le fiammate ti scioglievano la pelle addosso… qui al massimo ti strinano. Io poi queste fiammelle le dribblo come se fossi Cruyiff. 

Ma d’un tratto Renato si blocca: Oh, lo senti anche te il rumore dei remi? Accidenti ai padroni che m’hanno fatto diventà sordo! Zitto, ‘un ti move, riecco quel nato d’un cane!

In lontananza si intravede Caronte che spinge la su’ barcaccia.

Renato lancia un fischio: Caronte! Carondimonio! Artista! Vieni qui, Maremma indemoniata, ascolta…  vieni qui che si scatena l’inferno….volevo chiederti un consiglio, Carontino… senti, c’ho da fa un isolamento termico galvanizzato a sinistra con diodo alla stupasky, la filettatura la faccio a serrare?

E Caronte, mirandolo con occhio di bragia, pronunciò il fatal suono: eh?

E Renato: Puppa! Ci sei cascato un’altra volta, brodo!

Ammutolito, il nocchiero dell’Acheronte si allontana con aria tetra, incalzando l’ombra di uno sventurato.

Il canto, integrale

Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.

Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’ le a colui, ch’era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.

Quella che giva ’ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?”.

E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra”.

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
“O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito”.

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.

Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ’n pietra, e ’ margini dallato;
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.

“Tra tutto l’altro ch’i’ t’ ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta”.

Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di cui largito m’avëa il disio.

“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta”.

E io a lui: “Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?”.

Ed elli a me: “Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto”.

E io ancor: “Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova”.

“In tutte tue question certo mi piaci”,
rispuose, “ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa”.

Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne”.


ll Canto XV dell’Inferno sarà commentato da Edoardo Rialti

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I  (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II  (commentato da Michela Murgia)

Canto III  (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)


alberto Prunetti è scrittore e traduttore. Scrive per Carmilla e Jacobin Italia, e dirige la Collana Working Class per Edizioni Alegre. Tra le sue opere ricordiamo Il fioraio di Perón (Stampa Alternativa), Amianto. Una storia operaia  (Alegre) e 108 Metri. The new working class hero (Laterza).

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