Il Commento Collettivo, Canto XIX “La vostra avarizia il mondo attrista”

Quello che segue è il diciannovesimo canto dell’inferno dantesco, commentato dalla teologa Cristina Simonelli. Questo commento è parte del nostro “CCC”, il progetto de L’Indiscreto di commento collettivo alla commedia.


IN COPERTINA, E NEL TESTO: un’opera di salvador dalì

di Cristina Simonelli


Con il contributo di  


L’Inferno nell’VIII Cerchio scende sempre più in profondità, strutturandosi nei dieci terrazzamenti delle Malebolge che racchiudono anime le cui colpe suscitano sdegno, non lasciando campo alla comprensione e alla com/passione che hanno coinvolto Dante nelle vicende d’amore di Francesca o di Brunetto Latini. Qui nella terza bolgia, in specie, il tono si addolcisce solo di fronte al “mio bel San Giovanni”, vagheggiato anche in seguito come luogo di riscatto personale e riconoscimento letterario (Paradiso XXV,7-9). Per il resto prevale il giudizio evangelico e politico, mentre il registro erotico, appena evocato tramite “colei che siede sopra l’acque” e fu vista “puttaneggiar coi regi”, risulta solo volgare e trasgressivo, come in un insulto da bettola. La passione infatti è tutta civile e religiosa, forte come eros e thanatos, prorompente come le grandi acque (Ct xx) lucida e informata come logos e sophia, La cura posta nella descrizione dell’orrido pietroso – a riprova della  sofisticata costruzione della scena – dilata l’attesa suscitata dall’invettiva scagliata contro Simon Mago e contro gli ecclesiastici che come rapaci hanno dilaniato la carne della chiesa. Di questi infatti si tratta: non dei ladri, che si trovano in un’altra bolgia, e neanche degli avari, che sono già comparsi assieme ai prodighi per un personale squilibrio nell’uso dei beni. Qui è questione di coloro che, assunto un ruolo di guida nella Chiesa, avrebbero il compito di presentare, se non proprio incarnare, la forza del Vangelo e invece ne fanno mercato. Il verbo di questo commercio sta giustamente al presente, perché l’architettura dei versi ha anche una accorta trama temporale: il pontefice effettivamente incontrato è Niccolò III (1277-1280), ma l’errore di valutazione di questi, che scambia Dante per Bonifacio VIII (1280-1303), consente di anticipare anche la sua dannazione, dando vita a uno dei versi più noti del canto:

Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già così ritto, Bonifazio?

L’apostrofe, doppia come il diniego – “non sono colui, non sono colui” – rafforza il militante sarcasmo della pagina. Qui è tutto alla rovescia, ma il contrappasso mette ordine in ciò che il peccato personale ha sconvolto, assumendo dimensioni collettive. Le colpe dei Pontefici, infatti, crescono dal nepotismo di Niccolò Orsini, limitato al favoritismo nei confronti dei parenti, fino alle responsabilità politiche di Bonifacio VIII e del Guasco Clemente V, “pastor senza legge”, di ben “più laida opra”. In fondo l’oracolo evangelico secondo cui gli ultimi saranno i primi e viceversa sottende la scena: coloro che han portato le insegne della potestà ecclesiastica, nello sfarzo principesco ammantato di ieraticità, stanno in posizione irriverente, a testa in giù infilati in un buco, con i piedi levati, dolenti e scalcitranti, in attesa che il nuovo arrivato li butti di sotto come la pallina di un gioco. A completare il ristabilimento di un ordine più giusto, in piedi è l’esule Dante, che anzi, semplice laico nella Chiesa, sta ritto e nella stessa posizione del sacerdote che accoglie l’ultima confessione del condannato, esposto nella pubblica tortura che lo porterà alla morte:

Io stava come ’l frate che confessa,

lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,

richiama lui per che la morte cessa

Il pertugio ricorda inoltre i pozzi battesimali visti da Dante in San Giovanni: il battistero ottagonale, a ricordo del giorno ottavo, primo e ultimo, del compimento, sembra avere avuto all’interno delle vasche strette che consentivano l’immersione totale dei fanciulli, perché di questi ormai si tratta (una struttura architettonica piuttosto rara, ma non ignota). Il poeta ricorda anche un singolare episodio: un tale vi era rimasto incastrato e lui stesso, per salvarlo, aveva dovuto rompere il fonte. Come dire che l’accaparramento dei privilegi e l’acquisizione del potere rende una farsa anche il battesimo, mentre un cittadino giusto riporta salvezza e trova le parole per richiamare le esigenze del vangelo:

De’, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore da san Pietro

Ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non “Viemmi retro”

Non c’è possibile attenuazione del giudizio, il colpevole “sta ben punito” e deve guardare il prezzo – come i trenta denari di Giuda – della vendita della Chiesa e del paese, della Sposa e dei poveri. Mentre Dante parla, il papa scuote i piedi, ma anche in questo caso non è chiaro se si tratti di coscienza, possibile barlume di pentimento, o più probabilmente di semplice ira.

Quelle parole non perdono forza col passare dei secoli, stavano bene per la svolta costantiniana (ahi Costantin…), suonano un monito fin nel cuore della contemporaneità, in cui il nepotismo può diventare clericalismo e il disinteresse personale può andare a braccetto con gli imperialismi:

[ché] la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi

[…] Fatto v’avete dio d’oro e d’argento,

e che altro è da voi all’idolatre,

se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Non perde d’attualità neanche la vicenda di fraticelli e spirituali nel nome di Francesco, condannati con sacre bolle per la loro franchezza evangelica; forse si intravede pure l’avventura di un povero cristiano diventato pontefice dalla fine del mondo e costretto, in pratica, al gran rifiuto delle riforme, come Pietro da Morrone /Celestino V (Inferno III, 60). 

Qualcosa è oggi però diverso: Dante giudica il metodo, ma non la legittimità stessa di una istituzione “delle chiavi”, di un mondo ecclesiastico per cui, tra l’altro, le donne sono accessori, che si possono ammirare ma di cui si può benissimo fare a meno. Non sono passate invano la modernità e le sue Riforme, il Sessantotto e il Femminismo: ma questa è un’altra storia e chiede altri contrappassi. 

Il canto, integrale

Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Niccola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de l’inferno.

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.

Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.

“Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti”,
diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.

Ed elli a me: “Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace”.

Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.

“O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa”,
comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.

Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”.

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi””;
e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: “Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
“Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!”.

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.


ll Canto XIX dell’Inferno sarà commentato da Francesca Matteoni

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)


Cristina simonelli è docente di patristica all’università teologica dell’italia settentrionale. ha vissuto 36 anni in contesto rom ed è presidente del coordinamento delle teologhe italiane. tra le sue opereDio patrie famiglie. Le traiettorie plurali dell’amore”, Piemme 2016, E. Green – C. Simonelli, “Incontri. Memorie e prospettive della teologia femminista”, San Paolo, 2019.

1 comment on “Il Commento Collettivo, Canto XIX “La vostra avarizia il mondo attrista”

  1. Giovanni de Girolamo

    Notevole il contrappunto dialogico tra i due poeti, e la versificazione sviluppata tra emistichio e enjambement: lento o veloce, nel teleologico trascorrere dello sguardo.

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