Il Commento Collettivo, Canto XVI “Come squali ultraterreni”

Pubblichiamo il sedicesimo canto dell’inferno dantesco: uno dei cento che noi de L’Indiscreto pubblicheremo commentati da altrettanti autori e autrici contemporanei/e. A firmarlo è Gabriele Merlini, scrittore e giornalista culturale.


IN COPERTINA, E NEL TESTO: un’opera di Ezio Anichini

di Gabriele Merlini


Con il contributo di  


 

Terzo girone del settimo cerchio, luogo di eterno riposo – ad esclusione del fuoco che sfregia i corpi degli ospiti – per coloro che in vita si siano macchiati di violenza; nello specifico, sodomia.

Trovarsi «sotto la pioggia de l’aspro martiro» è situazione che non spinge uno scrittore all’iperrealismo, tuttavia ciò che Dante riporta nel canto ha tali e tante attinenze con il contemporaneo da scioccare il lettore. In modo particolare colui che provenga dal capoluogo toscano e abbia all’incirca una quarantina d’anni.

Incipit: assieme a Virgilio il Sommo Poeta viene fermato da tre figure e, al netto delle beghe con la città d’origine, all’istante emerge un’indole così profondamente fiorentina che mica puoi rimuoverla con banali esili. La reazione di Dante è infatti tirare avanti senza considerare quei seccatori. Sarà la guida a convincerlo della bontà dell’ipotesi di fermarsi e concedere loro qualche minuto di attenzione: «or aspetta […], meglio stesse a te che a lor la fretta» evitando di passare da maleducato.

(Primo dei molti ganci verificabili tra l’aldilà d’inizio Trecento e il 2020 in città: tirarsela da morire.)

Le figure, come squali ultraterreni, per la legge del contrappasso sono obbligati a girare costantemente in cerchio senza mai potersi fermare. I nomi suonano familiari a Dante in quanto membri della società altolocata lungo l’Arno, individui che di poco l’hanno preceduto la cui memoria ancora è fresca nella popolazione: Guido Guerra che «fece col senno assai e con la spada», Tegghiaio Aldobrandi proprietario di una «voce nel mondo sù dovrìa esser gradita» e Jacopo Rusticucci che per primo prenda la parola. Uomini capaci di ottime intuizioni nel corso delle rispettive esistenze – «ch’a ben far puoser li ‘ngegni» – ma sporcati da condotta altamente peccaminosa all’atto di tirare le somme.

(Parallelismo numero due: in zona la buona borghesia avrà anche mille risorse ma va sorvegliata di continuo perché, come ti distrai un istante, eccola che scivola in tentazione.)

Dante, sullo stile dei dorsi locali dei quotidiani nazionali, pennellando l’Oltretomba tende spesso a perdersi nella stretta cronaca non sottraendo una virgola agli attacchi frontali, dunque dopo lo slancio affettivo iniziale – «s’i’ fossi stato dal foco coperto, gittato mi sarei tra lor di sotto» – parte diretto con le sciabolate. La domanda che gli viene posta è semplice e diretta: come stanno le cose a Firenze ultimamente? Segue una risposta che lascia poco spazio alle interpretazioni.

La recente storia europea e mondiale ha dimostrato quanto sia funzionale, se qualcosa va storto, incolpare gli ultimi arrivati o chi provi a raggiungerti in cerca di una condizione sociale migliore: nella norma ti danno ragione a scatola chiusa e non ci vuole molto. Alcuni lo fanno berciando, altri in rima con sublime eleganza. Per Dante le cose a Firenze non sarebbero andate benissimo a causa di un’infezione dei nobili costumi innescata da «la gente nuova» venuta dal contado e «i sùbiti guadagni» dei loro traffici più o meno oscuri. Una specie di Fiera del Bestiame, di Expofattoria e Confagricoltura unite assieme per conquistare la metropoli. La reazione dell’uditorio (terzo parallelismo meritevole con l’attualità) è di immediata fiducia: «così gridai con la faccia levata; e i tre, che ciò inteser per risposta, guardar l’un l’altro com’al ver si guata.» Sodomiti sì, ma pur sempre capaci di riconoscere il reale stato delle cose.

Una spiegazione non soltanto comprensibile quanto esaustiva poiché, appena ricevuta, ecco che Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci levano le tende soddisfatti per «fuggirsi ali sembiar le gambe loro isnelle.» Inizia da questo verso la seconda parte del canto XVI, tematicamente indipendente e senza dubbio più suggestiva.

Riprendendo il cammino ecco uno scuro crepaccio. Serve fermarsi per valutare al meglio il da farsi. Sul fondo, immerso nell’ombra, gorgheggia il corso d’acqua Flegetonte «come quel fiume c’ha proprio cammino prima dal Monte Viso ’nver’ levante, da la sinistra costa d’Apennino» ovvero l’Acquacheta. È necessario trovare un modo sicuro per attraversarlo e quanto escogita Virgilio –  «’l duca» – ancora oggi resta piuttosto misterioso per gli studiosi: dopo avere sfilato dai fianchi di Dante la fune utilizzata come cintura (perché quella corda? Quale l’allegoria esatta?) sulla stile di un’esca la cala nel burrone. Ciò che ne uscirà si rivela incredibile ma veritiero, promette l’autore sull’opera stessa: «per le note di questa comedìa, lettor, ti giuro.» Alla fine, come non dargli un minimo di fiducia?

La descrizione di Gerione, il mostro che spunta dal burrone, Dante la riserva al proseguo del testo: un essere con faccia umana, corpo di serpente, mani pelose dai potenti artigli e coda biforcuta. Rivelandosi nuota nell’aria fuligginosa tipo quel marinaio che riemerga dalle onde annaspando dopo essersi tuffato per sciogliere l’ancora.

Il tema della manutenzione del manto stradale come ennesimo parallelismo tra il canto VXI dell’Inferno e l’attualità può apparire una forzatura inaccettabile, però l’argomento della viabilità sapeva generare anche ai tempi notevoli apprensioni: di nuovo, in quale modo sarà possibile proseguire il viaggio tra precipizi e creature allucinanti?

Per concludere: se Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci fossero moderni abitanti del capoluogo toscano, più o meno si comporterebbero nello stesso modo in vita e porrebbero le stesse domande in morte.

Al pari, se Gerione fosse qualcosa di moderno, non saprei dire quanta soddisfazione avrebbe dallo scoprire che potrebbe apparire come una versione più curiosa e traballante di tranvia. Ma questo accade nel momento in cui sulla schiena issa Dante e Virgilio e, con stupenda musicalità, la scena volge a conclusione tra fiamme vorticose, fumo avvolgente e troppi schiamazzi per i residenti che – ieri come oggi – alla fine vogliono solo riposare in pace.

Il canto, integrale

Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
“Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava”.

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ’l viso ver’ me, e “Or aspetta”,
disse, “a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta”.

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.

E “Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi”,
cominciò l’uno, “e ’l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”.

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto;

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”.

“Se lungamente l’anima conduca
le membra tue”, rispuose quelli ancora,
“e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole”.

“La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.

Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’al ver si guata.

“Se l’altre volte sì poco ti costa”,
rispuoser tutti, “il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,

fa che di noi a la gente favelle”.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’alto burrato.

’E’ pur convien che novità risponda’,
dicea fra me medesmo, ’al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: “Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.

Sempre a quel ver c’ ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.


ll Canto XV dell’Inferno sarà commentato da Gabriele Merlini

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV (Commentato da Edoardo Rialti)


Gabriele Merlini è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (Effequ 2013) e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2020.) Ha inoltre curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Suoi racconti, recensioni e reportage su numerosi magazine e quotidiani

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