Il Commento Collettivo, Canto XX: “Qui vive la pietà quand’ è ben morta”. La ragione del dialogo, la magia dei corpi

Quello che segue è il ventesimo canto dell’inferno dantesco, commentato dalla poetessa e scrittrice Francesca Matteoni. Questo commento è parte del nostro “CCC”, il progetto de L’Indiscreto di commento collettivo alla commedia.


IN COPERTINA, E NEL TESTO: un’opera di Giovanni Stradano

di Francesca Matteoni


Con il contributo di  


Quasi a metà di Malebolge Dante dubita, prende tempo. 

Di nova pena mi conven far versi

e dar matera al ventesimo canto

de la prima canzon ch’è d’i sommersi.

Il lettore coglierà l’esitazione nel mettere in poesia la materia del canto ventesimo. Come affronterà infatti l’incontro coi falsi profeti, coloro che vollero “veder troppo davante”, discutendo la questione della magia largamente praticata nella sua epoca, e, nel caso specifico dell’astrologia, riconosciuta come scienza? Come punire il dono profetico che lui stesso utilizza, permettendo a varie anime, dannate, purganti e benedette, di predire al pellegrino il destino d’esule?

Il dibattito su miracoli e meraviglie, su magia divina e inganno demoniaco sarebbe continuato ancora per secoli. Come distinguere  fra chi profetizza in nome di Dio e chi a suo proprio, per quella curiosità di indagare  il segreto della natura? Una sete di conoscenza d’altro stampo aspetta il pellegrino fra le lingue di fiamma dell’ottava bolgia dove risplende nel suo tormento l’eroe degli eroi di questa catabasi: Ulisse nella sua ultima avventura. E se lì il nostro viaggiatore resterà ammirato davanti all’audacia mutatasi in errore mortale, qui è per lo meno toccato fino al pianto da un errore che in qualche misura percepisce suo.

Nel riconoscere il sembiante delle anime dannate il pellegrino non trattiene le lacrime:

quando la nostra imagine di presso

vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.   

Il contrappasso è atroce: per chi in vita spinge lo sguardo nel futuro e così torna al presente determinandolo, nell’altro mondo la testa viene “torta”, rigirata, perché per sempre guardi indietro e il pianto scenda dagli occhi al fondoschiena.

Riecheggia Isaia, profeta per cui tramite si ascolta Dio: “Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi, costringo i sapienti a ritrattarsi e trasformo in follia la loro scienza” (44:25).

Similmente perentorio interviene Virgilio: “qui vive pietà quand’è ben morta”, e con la durezza di questo verso prende la parola per fare il canto suo. Indica al viaggiatore gli indovini dell’antichità –  Anfiarao, Tiresia, Arunte, Euripilo – fino a quelli medievali, fra cui Michele Scoto, mago alla Corte di Federico II, e l’astrologo Guido Bonatti; e, soprattutto, contraddice se stesso, raccontando l’origine di Mantova, sua città natale. In quell’area acquitrinosa della pianura ai piedi delle Alpi, a valle del fiume Mincio,

la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d’abitanti nuda.     

Manto (dal greco màntis, indovino) trova rifugio. Se nell’Eneide è Ocno, suo figlio, a fondare la città, ora, Virgilio si sofferma lungamente sulla geografia, riportando la nascita di Mantova alla scelta degli uomini che vi si insediarono per godere della difesa naturale offerta dal pantano. Dell’indovina rimane il nome, poiché per prima lei vi prese dimora.Ogni incanto è negato.

Il Virgilio dantesco si discosta dai poteri magici di cui invece godeva nella tradizione comune grazie ai lotti virgiliani, tavolette su cui erano incisi i suoi versi, usati fin dall’antichità a scopo divinatorio. Ma all’Inferno Virgilio è la ragione chiamata a sostenere l’umano, pronto a perdersi dentro sogni strani e che comunque trova una via per sfuggirle e riaffiorare nel corpo, dove la parola ammutolisce.

Se questo è il canto del libero arbitrio contro il determinismo per cui tutto è già scritto e alcuni sanno scrutare avanti nel futuro, l’affermarsi del primo non è mai certo, vacilla e Dante troppo a lungo indugia sull’immagine delle anime, sulle vite eremitiche che condussero. Nessun altro dannato ha un’apparenza così sconvolgente, nemmeno i tristi suicidi, privati della carne negli alberi, o i seminatori di discordia, tagliati dalle lame dei demoni, o gli alchimisti coperti di lebbra sul fondo di Malebolge. Non nel giudizio divino, ma nel corpo gli indovini trovano l’autentica condanna: il corpo di tutti che si affievolisce e detta il limite di ogni visione. Spoglia mortale dove la libertà si arrende. Ma questi corpi hanno forza sessuale, mistero, sono l’ultimo traguardo di ciò che l’umano prova a controllare e a cui infine cede. Incontriamo quindi la vicenda transgender di Tiresia, che in vita fu sia uomo che donna e viceversa:

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

quando di maschio femmina divenne

cangiandosi le membra tutte quante; 

indovino più interessante per la sua metamorfosi che per il suo profetare, che mostra nella mutazione la fragilità liquida dell’esistenza fisica, sicuramente nota al pellegrino che attraversa l’inferno debole, impaurito, lacrimoso… donnesco.

Eppure alle donne non viene riservato un gran trattamento: con efficacia Dante si attarda sul corpo femminile di Manto, “vergine cruda” come “cruda” è la negromante Eritone, ricordata nella città di Dite. Manto si copre con le trecce i seni, “ha di là ogne pilosa pelle”, ovvero è ricoperta di peli, il suo corpo sepolto nella palude è vano, le sue ossa morte, quasi a ribadire che nessun vaticinio sopravvive infine. Se la possibilità di cambiare il proprio essere è affascinante, il corpo, quando decade, fallisce, è sempre femminile.

Senza nome seguono il calzolaio Asdente, che troppo tardi rimpiange di non essersi tenuto il suo mestiere,

le triste che lasciaron l’ago,

la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;

fecer malie con erbe e con imago. 

Ovvero le streghe, che trasgredirono i compiti abituali delle donne (l’ago, la spola, il fuso), invece che darsi alla bassa magia. Nei loro corpi nei secoli a seguire prenderà forma il più abusato degli stereotipi femminili, che vuole la malefica vecchia, stolta, lussuriosa, dalla lingua svelta e pungente. La realtà dice altro, e fra le decine di migliaia dei morti sulla forca o nei roghi per stregoneria figurano uomini e donne, indistintamente. L’accusa non era infatti di femminilità, ma di maleficio. Tuttavia la ricerca storica ancora si attarda nel trovare l’anello fra immaginario e fatti, attraverso cui l’uomo si cambia in donna, il corpo saldo in corpo labile, la robustezza fisica in terrore.

Facciamo ora un salto mirabolante, fin dove l’Inferno diviene la contemporaneità e Dante un abile  crononauta. Chi ha davanti non sono gli indovini stravolti da un giudizio ultramondano, ma i visionari di oggi, o coloro che dovrebbero esser tali, e hanno invece rinunciato al futuro per piangere l’impossibile corpo del presente, rivolti indietro nella retorica della memoria.

È tardi, la luna che conforta il soggiorno nel regno sommerso ha iniziato la sua fase calante. Virgilio sprona il pellegrino e mentre i due conversano, procedono su di un sentiero fioco, ma non del tutto rabbuiato.   

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Il corpo è un tumulto silenzioso, chiuso in se stesso e in se stesso cieco, il destino è estraneo, il desiderio di vedere ardente. Il dialogo resta aperto.

Il canto, integrale

Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.

 Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.

Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.

Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,

ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’io potea tener lo viso asciutto
,

quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,

Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.

Mira c’ ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.

Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor esser grama.

Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.

Fer la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.

Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.

Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi”.

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede”.

Allor mi disse: “Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,

sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda”.

Sì mi parlava, e andavamo introcque.


ll Canto XX dell’Inferno sarà commentato da Licia Troisi

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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