Il Commento Collettivo, Canto XXI: Una gustosa genia di nomi: I Diavoli e Barattieri.

Quello che segue è il ventunesimo canto dell’inferno dantesco, commentato dalla scrittrice Licia Troisi. Questo commento è parte del nostro “CCC”, il progetto de L’Indiscreto di commento collettivo alla commedia.


IN COPERTINA, E NEL TESTO: Un’opera di Giotto

di Licia Troisi


Con il contributo di  


Ho sempre avuto un buon rapporto coi classici. Quelli che si studiano a scuola, per intenderci. Ho riletto per conto mio – più volte, perché li amo moltissimo – sia l’Iliade, che l’Odissea che I Promessi Sposi. Ma, confesso, il mio rapporto con la Commedia non è così idilliaco. Forse non è del tutto nelle mie corde, oppure è l’italiano trecentesco che mi respinge. Fatto sta che sì, l’Inferno mi esaltò quando lo studiai a scuola, ma poi già al Purgatorio avevo perso abbrivio e al Paradiso non ne parliamo. Per cui ho un vaghissimo ricordo di una rilettura da adolescente, ma è un episodio unico. Non ne ricordo altre nel corso degli anni.

E sì che di Commedia, nel mio campo – diciamo – di expertise, se n’è parlato, e molto. Spunta sempre fuori quando si parla di padri nobili del fantasy: qualcuno salta su e dice che in fin dei conti Dante è un antesignano del genere.

Ora, a me questa cosa non ha mai convinta tanto. Va bene, ci sono il bestiario e la fantasia, e cose che a un occhio moderno possono apparire “fantastiche”. Ecco il punto. A un occhio moderno. È tutta un’operazione ex-post. Dante non voleva scrivere un’opera di fantasia sfrenata con la quale intrattenere il proprio pubblico, e in cui l’elemento fantastico giocasse un ruolo centrale. Dante stava scrivendo un’opera allegorica con uno sfondo cosmologico-cristiano, sul quale tessere vicende che erano il vero centro della narrazione.

Per cui, quando mi sono ri-avvicinata alla Commedia per scrivere queste righe l’ho fatto un po’ scettica. Ma che avevo io da dire, o forse anche solo da prendere ora dalla Commedia, in un momento così paradossale e complicato, per altro?

Da dire, non so. In fin dei conti resto pur sempre una semplice scrittrice di genere. Da prendere, un sacco. Perché in sorte mi è capitato il canto XXI, che rende davvero onore a quel titolo, “commedia”.

Contestualizziamo: Dante e Virgilio sono arrivati alla V bolgia dell’VIII cerchio, le Malebolge. A essere puniti sono i barattieri. Ma non sono loro al centro dell’intreccio. Ai dannati vengono dedicate poche righe, il tempo di liquidare rapidamente la loro pena. Il resto è dominato dai diavoli. Esseri neri e alati, caciaroni, tutti intesi a rimestare nella pece bollente i dannati come novelli cuochi, intenti a immaginare tiri mancini contro i Nostri Eroi. Non ci fanno una gradissima figura, Dante e Virgilio, qui: Dante è terrorizzato dal quadro grottesco, Virgilio cerca di fare un pezzo à la “lei non sa chi sono io”,  che sembra anche riuscirgli, non fosse che sappiamo tutti come finisce la storia nel canto successivo.   Il ponte intatto non c’è, Virgilio non può saperlo perché è morto prima di Cristo. Cornuto e mazziato, come si sul dire.

No, i protagonisti sono i diavoli, personalizzati con una gustosa genia di nomi evocativi: Malacoda, Cagnazzo, Barbariccia, Draghignazzo, Graffiacane…sembra di vederli, uno diverso dall’altro, quello che sembra un cane, l’altro col barbone, questo col sorriso storto. E tutto è incredibilmente visivo, queste Malebolge riesco a vederle: il diavolo che porta sulla schiena il dannato lucchese per gettarlo nella pece mi ricorda immediatamente il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, in cui un diavolo nerboruto trascina sulle spalle il dannato recalcitrante, o Luigi Signorelli e i suoi Dannati dell’Inferno, nella Cappella di San Brizio, anche se lì ad essere portata – e in volo – è una fanciulla. E i diavolo che rimestano nella pece farcita di dannati come uno spezzatino, non sembrano usciti da un quadro di Bosch? Del resto, il capitolo si chiude con un demone che “del cul fa trombetta”, a tutt’oggi il modo più elegante e geniale di definire un peto. E in Bosch abbiamo gente che peta note musicali, fiori, che col posteriore suona addirittura il flauto. E mentre vedo tutte queste cose, capisco: forse Dante non è un antesignano del genere fantasy, ma quanto meno la sua incredibile potenza evocativa, la sua capacità di accendere immagini del mio cervellino di scrittrice, ha qualcosa di fantastico. Potenza di un poeta che sa farci ridere anche adesso, a settecento anni di distanza e in mezzo a un’epidemia.

Il canto, integrale

Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,

ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:

tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,
mi trasse a sé del loco dov’io stava.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.

Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto!

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio”.

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: “Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro “Acciò che non si paia
che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’altra volta fui a tal baratta”.

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli”.

Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.

“Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto”, disse ’l mio maestro,
“sicuro già da tutti vostri schermi,

sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro”.

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.

E ’l duca mio a me: “O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi”.

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,
diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”.
E rispondien: “Sì, fa che gliel’accocchi”.

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.

Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei”.

“Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane”.

“Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?”,
diss’io, “deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?”.

Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”.

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.


ll Canto XXII dell’Inferno sarà commentato da Federico Grazzini

I commenti precedenti: Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

– Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)


Licia Troisi, romanziera, astrofisica e conduttrice di programmi culturali televisivi, è autrice delle saghe Il Mondo EmersoI Regni di NashiraPandora, tutte edite da Mondadori. Tra le sue ultime opere ricordiamo La Saga del Dominio e il saggio di divulgazione scientifica Dove va a finire il cielo.

2 comments on “Il Commento Collettivo, Canto XXI: Una gustosa genia di nomi: I Diavoli e Barattieri.

  1. Grazie mille per questa mia prima

  2. Pietrorinaldi46@hotmail.com

    Grazie mille per questa mia prima

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *