Il Commento Collettivo: “Come se nessuno avesse parlato: i traditori della patria di Inferno XXXII”

Questo è l’articolo numero 32 dedicato al progetto di commento collettivo alla commedia dantesca (che ormai chiamiamo, abbreviando, semplicemente “CCC”). Il commento al trentaduesimo canto dell’Inferno è firmato da Jonathan Bazzi.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di Gustave Doré

di Jonathan Bazzi


Con il contributo di  


Io sto qui, questo è il posto mio.

Conficcato nel ghiaccio, Jonathan Bazzi dannato, conficcato fino al pube e anzi per intero, sino al volto, a mo’ di rana che spunta dalla superficie dell’acquitrino. A piangermi addosso lacrime che sigillano di gelo le palpebre, riempiono di crepe e tagli la pelle, la saldano a quella degli altri abitanti di Caina e Antenora.

Le orecchie che cadranno, cancrena da assideramento, i denti che salteranno via dalle gengive a furia di schiantarsi tra loro per gli spasmi muscolari. Il volto rivolto a forza verso il basso, a ripercorrere ora e sempre abusi e nefandezze compiute. A parole, nei fatti. Solo gli sguardi dei giusti si alzano, possono alzarsi, smettere di strisciare. E io giusto proprio non sono: io ho sputtanato tutti, i vivi, i morti, e per questo Dante mi consegnò al IX cerchio – non esiste passato o futuro per la geometria delle colpe –, estrema profondità infernale, fondo dell’universo, tristo buco, in quanto traditore, insieme, della famiglia e della patria.

Cristallizzato nel Cocito, lago ghiacciato inscalfibile, che mai si scioglierà né sarà infranto, per aver infamato il nome di chi mi ha messo al mondo, madre, padre, tutti, esposto la deprivazione estetica e morale del mio paese, del luogo in cui sono cresciuto. Rozzano, Rozzi, Rozzangels, hinterland milanese, 43.000 abitanti, quasi tutte case popolari, e per questo io non posso che meritare il contrappasso del pozzo infernale: come il mio cuore si è rivelato meteorite di ghiaccio, così gelerò in eterno, attorniato dai miei simili. Uomini – tutti uomini, le donne sempre fedeli alla famiglia? – che hanno rinnegato il legame originario, il vincolo sacro. Il sangue. O la terra, la patria (patria, padre, si appartiene sempre al maschile). La materia che ci ha forgiato, di cui siamo fatti. Peccato massimo, più giù di noi c’è solo Lucifero.

Bestie, siamo come bestie, dice Dante: d’altronde, cosa c’è di peggio degli animali? Noi anime del Cocito sfoggiamo la più meschina delle indoli. Immobilizzate nella lastra glaciale, finiamo per prenderci a testate come caproni, e infamarci, l’un l’altra, subito pronte, col primo che passa, a insozzare il nome dei nostri compagni di pena. Delazione, accusa, tradimento continuo. Fino a sfogare sulla carne dell’altro le scariche del nostro sistema nervoso: morsi, bava, divorare il cranio, cannibalismo. Brutali, come animali. Noi siamo animali. Dante fa lo stesso con noi, perde la pazienza, calcia i nostri volti, strappa i nostri capelli. Ma lui non ha colpe, mai – decreto poetico, o forse divino –, quelle sono solo nostre, noi meritiamo questo e altro. Perché la vita del singolo non può che valere molto meno dello scrigno che la protegge. Patria, famiglia, gli scrigni che noi sovra tutte mal creata plebe, abbiamo incendiato, sventrato, mutato in cenere.

Per parlare di noi, maestri del tradimento, il Poeta fa appello alle Muse: da solo non ce la fa, la sua lingua di prodigi e d’incanto gli risulta inservibile, troppo alta, pura. Gli occorrono rime aspre e chiocce, il linguaggio dell’abiezione, del degrado massimo, per parlare di ciò che abbiamo fatto e siamo. Noi che abbiamo sputato nel piatto in cui mangiammo, fatto la spia (un’altra: Violet Rue Kerrigan) ucciso – la carne (Caino, Oreste, Caracalla, i fratelli Karamazov, i figli di Parenti Serpenti) o la reputazione –, soppresso l’esistenza fisica mediante congiura (Pietro Maso, Erika De Nardo) o la gioia dei cari, dei nostri cari. Ma come si fa, dico io? Che esseri immondi bisogna essere per arrivare a tanto? E tutto per cosa? Denaro, fama, pubblicare un libro – essere liberi?

Stai attento a cosa scrivi di noi, del nostro passato. Ricordati che noi viviamo ancora qua, la cantilena dei miei in fase di scrittura, editing, alla vigilia della pubblicazione. Risultato? Tutto sul tavolo, come se nessuno avesse parlato. Indigenza, violenza domestica, vita sessuale: ogni cosa allo scoperto, nero su bianco, offerta alla curiosità e al giudizio collettivo. Con che diritto rendi pubblica l’intimità altrui? Hai chiesto il permesso?, nessuno ti ha denunciato? E ancora: come pensi stiano i tuoi parenti quando nelle interviste, presentazioni, servizi del tg, eventi, tour dello Strega, definisci di essere stato un bambino invisibile, addossando colpe, la colpa che più genera biasimo? Che ne è del cuore di tua madre, in quei momenti? Lo sai, ci hai mai pensato? Una donna che nella vita ha avuto praticamente solo bastonate. A cui tu hai inferto l’ultima, travestita da riscatto, redenzione, esordio dell’anno.


Il canto, integrale

 

Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e de’ traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.

 S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch’io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’ mi: “Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”.

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,

livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giù tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ’l pel del capo avieno insieme misto.

“Ditemi, voi che sì strignete i petti”,
diss’io, “chi siete?”. E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giù e,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.

D’un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
con esso un colpo per la man d’Artù;
non Focaccia; non questi che m’ingombra

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.

E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni”.

Poscia vid’io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?”.

E io: “Maestro mio, or qui m’aspetta,
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta”.

Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
“Qual se’ tu che così rampogni altrui?”.

“Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo”, rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”.

“Vivo son io, e caro esser ti puote”,
fu mia risposta, “se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note”.

Ed elli a me: “Del contrario ho io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!”.

Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: “El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna”.

Ond’elli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo mi tomi”.

Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,

quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.

“Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle”.

“Va via”, rispuose, “e ciò che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.

El piange qui l’argento de’ Franceschi:
“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi”.

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de’ Soldanier credo che sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia”.

Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.

“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché”, diss’io, “per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca”.


ll Canto XXIX dell’Inferno sarà commentato da Giordano Tedoldi

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)

Canto XXIX (Commentato da Claudia Durastanti)

Canto XXX (Commentato da Vanessa Roghi)


Jonathan Bazzi, scrittore, dopo la laurea in Filosofia e anni di collaborazioni con magazine e riviste, ha esordito nel 2019 col romanzo autobiografico Febbre (Fandango Libri), nominato Libro dell’Anno di Fahrenheit-Radio3, premio Bagutta Opera Prima e finalista al Premio Strega 2020.

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