Il Commento Collettivo: “I Giganti di Inferno XXXI”

Questo è l’articolo numero 31 dedicato al progetto di commento collettivo alla commedia dantesca (che ormai chiamiamo, abbreviando, semplicemente “CCC”). Il commento, al trentunesimo canto dell’Inferno, è firmato da Andrea Cassini.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera di ROBERTO BARNI, “TERRORE DEL VUOTO” oggi all’asta da pananti casa d’aste.

di Andrea Cassini


Con il contributo di  


“Improvvisamente mi colpì l’idea che quel piccolo puntino che vedevo, così bello e così blu, fosse la Terra. Alzai il pollice e chiusi un occhio, e il mio dito nascose completamente il nostro pianeta. Non mi sentii un gigante, affatto. Mi sentii molto, molto piccolo”.

Così scriveva l’astronauta Neil Armstrong a proposito della vista dalla luna, a testimonianza di come il gigantesco e il piccolissimo siano sempre questione di prospettive, anche quando ci sono di mezzo interi pianeti. Il canto trentunesimo dell’Inferno, dove sullo sfondo c’è un coro di giganti, è un canto tutto fondato sulla prospettiva, sulla verticalità, sulla vertigine. Quando Dante, in chiusura, vede l’immensa sagoma di Anteo piegarsi sopra sé e Virgilio per afferrarli e trasportarli nel pugno fino al fondo ghiacciato dell’Inferno, prova una sensazione che è al tempo stesso sbalordimento emotivo e turbamento fisico, che si traduce in allucinazioni, effetti ottici: un essere talmente grande che quando si muove sembra piegare la realtà per accomodarvi la propria figura, come la torre della Garisenda, a Bologna, che vista dal basso pare pendere in direzione delle nuvole in avvicinamento. E il lettore prova la stessa vertigine a seguire l’avvincendarsi fra “rime aspre e chiocce”, come Dante le nominerà in apertura del canto successivo (grifo, rubesto, stipa), e suoni alti, parole nobili in posizioni cardinali della frase. C’è un “Orlando” in rima, isolato e raro come la dignità del nome impone – e del resto l’epica è misura e linguaggio della grandezza. C’è un “terribilmente” incastonato nel medesimo endecasillabo (“non sonò sì terribilmente Orlando”), reso potente dalla cesura interna, che nel giro di pochi versi risuona e si declina prima in “caramente”, poi in “sottilmente”

Dante sfida i suoi autori, come Virgilio, Lucano e Ovidio, è risaputo, ma talvolta sfida anche se stesso. Qui, nel disegnare un canto verticale, traccia un asse interno al viaggio infernale che si muove a sua volta dal basso verso l’alto. I giganti che torreggiano intorno a lui sono speculari al panorama del canto ventiseiesimo, dove Dante e Virgilio squadravano la fiamma di Ulisse e Diomede sovrastando l’ottava bolgia, e gli indizi confermano il richiamo fin dal primo verso. “Una medesma lingua pria mi morse”: si veda la celebre fiamma di Ulisse, che si muove “come fosse la lingua che parlasse”. L’enjambement del sedicesimo verso (“Dopo la dolorosa rotta quando / Carlo Magno perdé le sante gesta”) è del tutto simile al novantesimo verso del canto ventiseiesimo, sacrale pausa dopo la quale si dispiega il monologo di Ulisse, e l’albero della metafora dell’ultimo verso (“né, sì chinato, lì fece dimora / e come albero in nave si levò”) è forse il medesimo della nave di Ulisse, che si inabissa sotto il mare. Non soltanto: quando Dante vede i giganti che “son nel pozzo intorno dalla ripa / dall’umbilico in giuso tutti quanti”, il pensiero non può non andare a Farinata degli Uberti, nel canto decimo, che “s’è dritto / da la cintola in su […]”

Con questo, Dante vuole forse dirci che esistono diversi generi di grandezza. Quella di Farinata è una verticalità morale, di chi drizza la schiena persino in quel luogo, la tomba, dove per definizione si sta distesi. Quella di Ulisse è una verticalità geografica, di chi supera i confini. Quella dei giganti è una verticalità al tempo stesso umana e disumana: il loro destino rende conto di quel nucleo di malignità che fa parte della nostra condizione, ma Dante non cade nella tentazione di immaginare il peccatore come esclusivamente disumano, come altro. Cruciali sono i versi 49-57, che con gli occhi di oggi troveremmo di sorprendente finezza antropologica ed etologica, soprattutto perché è una delle rare volte in cui Dante menziona gli animali fuor di metafora: “Natura certo, quando lasciò l’arte / di sì fatti animali, assai fe’ bene / per tòrre tali essecutori a Marte. / E s’ella di elefanti e di balene / non si pente, chi guarda sottilmente / più giusta e più discreta la ne tene; / ché dove l’argomento della mente / s’aggiugne al mal volere ed alla possa, / nessun riparo vi può far la gente”. Se ciò che differenzia l’uomo dagli altri animali è “l’argomento della mente”, ciò che differenzia l’uomo dal gigante dev’essere solo, per l’appunto, una questione di proporzioni e prospettive. All’epoca non vi erano certo conoscenze sufficienti in materia, ma è suggestivo pensare al fenomeno biologico del gigantismo insulare e alla regola di Bergmann, che spiega come la massa degli animali vari proporzionalmente a latitudine e temperatura media dell’habitat, e a come le varie megafaune del mondo si siano via via estinte (talvolta, come nel caso di quella australiana, anche per mano nostra) lasciando spazio ad animali più piccoli, noi compresi. E il fatto che l’uomo sia diventato piccolo può essere letto anche come una punizione divina, simile al contrappasso dei giganti che conficcati nel ghiaccio debbono rinunciare a metà corpo, poiché la grandezza è anche sinonimo di rettitudine morale. 

Pensando ad altre e più recenti visioni infernali, L’Attacco dei Giganti (Shingeki no Kyojin), manga di Hajime Isayama, si muove in bilico su questa ambiguità fra umano e disumano. L’umanità è rinchiusa in città fortificate, assediata da giganti antropofagi che assomigliano a noi ma non sono esattamente come noi; la sensazione che scatenano in chi li osserva, lettori compresi, è un caposaldo di ciò che Mark Fisher teorizzava come eerie. Appaiono orribili, goffi, deformi e soprattutto crudeli, come se portassero all’estremo i nostri aspetti negativi. Per organizzare la controffensiva e motivare i soldati al sacrificio, l’esercito umano insiste su una dottrina che è di chiara ispirazione nazista, anche nell’estetica, e pare debitrice del pensiero del teorico di regime Carl Schmitt: si identifica il nemico nel diverso, nello straniero, e si punta alla sua eliminazione per realizzare l’ideale dello “stato totale”. “Cosa sei, esattamente: un umano o un gigante?” chiede l’istruttore Shadis al protagonista Eren Jaeger, ed è su una simile polarizzazione che si muove l’intera vicenda, se non ché lo stesso Eren scopre di potersi trasformare in gigante, ingrandendosi, facendosi sproporzionato e mostruoso, e come lui altri personaggi. Mentre il mistero si infittisce, appaiono giganti intelligenti, persino misericordiosi, non più in preda alla furia cieca, e le argomentazioni di Schmitt scricchiolano: chi siamo noi e chi sono loro? Chi è il nemico? Da che parte stiamo combattendo questa guerra? 

I giganti di Shingeki no kyojin hanno il nostro stesso sangue. Sono i “figli della terra” come dice Dante richiamando il mito della gigantomachia, ed è significativo che nel presentare Briareo Dante si discosti dal modello di Virgilio: per il “dolce padre” Briareo era un ecatonchiro, un mostro dalle cento braccia e dalle cinquanta bocche, ma l’allievo lo descrive con fattezze umane, come a metterci in guardia dall’errore che compirà Schmitt, affinché non ci lasciamo trarre in inganno dal diverso. I giganti siamo noi. Lo eravamo un tempo e torniamo a esserlo quando ci innalziamo a eroi, a statue. Talvolta siamo chiamati a diventare giganti per affrontare nemici altrettanto grandi, agendo da campioni dell’umanità. E’ quello che fanno i mecha, i mastodontici robot di manga e anime come Mazinger e Gundam: macchine antropomorfe alte decine di metri e solitamente comandate da un pilota umano, che spesso siede nella testa del robot e talvolta vive una fusione empatica con lui, ne è cervello e anima. I giganti sono specchi che riflettono al massimo grado vizi e virtù, e nel caso dantesco sono anche lenti che amplificano il contrappasso – più sono grandi, del resto, e più fanno rumore quando cadono. Il caso di Neon Genesis Evangelion, capolavoro di Hideaki Anno, è emblematico: quando il pilota Shinji Ikari, adolescente e insicuro, cade in una crisi di panico mentre è nella cabina del suo Eva-01, l’imponente robot comincia a dimenarsi come un bambino rabbioso, distruggendo però tutto ciò che ha intorno.

Alla luce di tutto questo, è difficile pensare, come facevano alcuni commentatori antichi, che la captatio benevolentiae con cui Virgilio s’introduce ad Anteo sia venata di scherno, o che con la cacofonia che Nimrod rivolge ai visitatori Dante voglia suggerire una scala di valori al cui vertice sta il più affascinante “pape satàn aleppe”. I giganti sono traditori, ma se non fossero finiti dalla parte sbagliata della guerra, i ruoli forse si sarebbero ribaltati. Sono dei vinti, ma il loro esempio conserva importanza e valore persino nella tremenda bassezza dei loro gesti. Restano conficcati nel ghiaccio, condannati all’immobilità delle loro dimensioni abnormi, come monito. Come statue, o come le torri di cui “Montereggion si corona”.

Vi sono, nel cammino di un singolo uomo o dell’umanità intera, momenti intermedi dove l’aria è sottile. Un viaggio all’inferno, ad esempio, che può essere sotto o sopra la terra. Quando Dante e Virgilio raggiungono il nono cerchio, è “men che notte e men che giorno”: il tempo del mito, del sogno, forse di catastrofi e nuovi inizi. Un tempo in cui le statue possono prendere vita e rafforzare il loro avvertimento. Briareo, Fialte, Anteo e Nimrod sono come i colossi di Shadow of the Colossus, videogioco di Fumito Ueda, i cui occhi si accendono quando riconoscono, nel protagonista Wander, un loro simile – nonostante egli sia un piccolissimo uomo bellicoso e loro siano pacifici giganti di pietra. E tuttavia i colossi non sono meri automata; abitano a loro volta uno spazio intermedio tra artefatti inorganici ed esseri viventi, sono pietra e metallo ma anche carne e pelliccia. Quando Wander li colpisce gridano di dolore, e più Wander li colpisce, più sui corpi di entrambi, uomini e giganti, compaiono simboli che sono il marchio della medesima colpa; la violenza e il tradimento. Quando è men che notte e men che giorno, forse anche il consueto rapporto tra causa ed effetto si altera, e ci si può sentire piccolissimi pur stringendo fra due dita il pianeta blu su cui abitiamo; e tuttavia, l’uomo deve farsi grande perché su quel pianeta ha già lasciato impronte da gigante, e grandiose devono essere le sue azioni e responsabilità.


Il canto, integrale

Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.

Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;

così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.

Poco portäi in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, dì, che terra è questa?”.

Ed elli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi”.

Poi caramente mi prese per mano
e disse: “Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,

così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura

però che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.51

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;

ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.

“Raphèl maì amècche zabì almi”,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.

E ’l duca mio ver’ lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passïon ti tocca!

Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga”.

Poi disse a me: “Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto”.

Facemmo adunque più lungo vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.

“Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove”,
disse ’l mio duca, “ond’elli ha cotal merto.

Fïalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move”.

E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei”.

Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto”.

Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.

Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

“O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,

recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama”.

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: “Fatti qua, sì ch’io ti prenda”;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, ched ella incontro penda:

tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,

e come albero in nave si levò.


ll Canto XXIX dell’Inferno sarà commentato da Vanessa Roghi

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)

Canto XXIX (Commentato da Claudia Durastanti)

Canto XXX (Commentato da Vanessa Roghi)


ANDREA CASSINI, CLASSE 1988, FILOLOGO MEDIEVALE DI FORMAZIONE, È GIORNALISTA, TRADUTTORE E CONSULENTE EDITORIALE. SCRIVE DI SPORT PER FIBA, L’ULTIMO UOMO, PLAY.IT USA E ALTRE TESTATE. HA PUBBLICATO RACCONTI SU RIVISTE LETTERARIE E NELLE ANTOLOGIE “PRISMA VOL. 1” (MOSCABIANCA EDIZIONI) E “FORME D’AUTORE – CINQUE RACCONTI DI ARTE CONTEMPORANEA” (L’ECO DEL NULLA – ASSOCIAZIONE ESSERE).

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