Il Commento Collettivo: “Il Cranio e la Terra. Il Conte Ugolino in Inferno XXXIII”

Questo è l’articolo numero 33 dedicato al progetto di commento collettivo alla commedia dantesca (che ormai chiamiamo, abbreviando, semplicemente “CCC”). Il commento al trentatreesimo canto dell’Inferno è firmato da Giordano Tedoldi.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di William Blake

di Giordano Tedoldi


Con il contributo di  


Amici fin troppo benevoli e fiduciosi mi chiedono di commentare il canto XXXIII dell’Inferno, quello famoso dove appare il Conte Ugolino. Io, onorato, accetto, nel che sta la prova della mia stoltezza, perché non si può commentare la poesia, si può parlare d’altro, ma la poesia, che colloco insieme con la musica al vertice delle creazioni umane (molto sopra la prosa, di cui sono umile mestierante) non può che spiegarsi con se stessa, figliando tautologie. Chiunque s’attenti a commentare poesia (e s’intende, vera poesia, non quella che per tale passa con estrema facilità ai nostri giorni) meriterebbe, se non sta scherzando, d’essere inchiavato in una novella Torre della Muda, benché senza figli e nipoti, perché, sebbene io sappia d’essere crudele, non posso eguagliare in perfidia l’arcivescovo Ruggieri, uno dei più stupefacenti villain del poema (protagonista di una delle dream sequences più conturbanti mai scritte), benché misconosciuto, un silenzioso bastardo intrigante fabbricatore instancabile di “mai pensieri” e suscitatore, al poeta, di immagini gore tali da deturpare perfino quel po’ di misura (immaginaria? È una mia pruderie?) che si conserva nell’Inferno (il suo architetto è pur sempre Dio). Dunque cosa farò? Non avendo voglia di scherzare? Commentare Dante non si può e tantomeno posso io, tuttavia ho dato la mia parola e i miei committenti sono stimabili e non vanno traditi, allora farò ciò che fanno tutti e non dicono: parlerò d’altro, prendendo debole, anzi, molle spunto (“soft doctrine as steady help as stable doctrine”, canta Walt Whitman nella Song of Myself, lanciando una delle sue allitteranti eterne verità) da qualche brandello morsicato di canto, da qualche grumo di carne e sangue roso (so che si rodono gli ossi e non i grumi, ma sotto la protezione di Dante la pedanteria, questo italico freno al genio e risarcimento dei mediocri, mi fa meno paura), in altre parole, io farò al Canto XXXIII quel che Ugolino fa alla capoccia del suo nemico, mi ugolinizzerò. Ad esempio, che se ne può fare di quel “ahi dura terra, perché non t’apristi?” Posso dire che c’è un’associazione di idee fra il cranio di Ruggieri – nel quale il rodente Ugolino vorrebbe, una volta dischiusolo con i denti, scrutare, per osservare la malvagità custoditavi – e la Terra, la quale dunque sarebbe tutta un cranio di traditore, incomprensibile e inaccessibile centro generatore di “mai pensieri”. Ma a parte questo. Il verso risulterebbe essere uno dei tanti relitti virgiliani, ma per me è un relitto familiare, di mio nonno Nicola, direttore scolastico (stranamente non pedante, nonostante l’ufficio) che quel verso pronunciava ogni volta che perdeva un punto a carte. So, so, ora voi direte: ma guarda questo, parla di sé, di suo nonno, e non di Dante, di Ugolino, cioè del liceo classico che abbiamo frequentato e nel quale continuiamo a ciondolare fabbricando commenti, affibbiando giudizi e voti, fino all’età della pensione (siamo l’Italia, cioè una cultura scolastica repressa). Come se l’avessi inventato io, questo modo di investire con l’autobiografia qualunque infimo o sommo tema. Ho spiegato all’inizio del perché sono costretto a fare così, ma posso anche ribadire: noi scriventi siamo solo autobiografia, non c’è altro che autobiografia: teorie, romanzi, saggi, poemi, film, qualunque cosa un uomo di oggi possa credere di fare nelle forme artistiche note, farà autobiografia, e quando non la fa, rimuove, e la rimozione produce nevrosi, e l’autobiografia ritornerà, a sua insaputa, con stratagemmi dolorosi per lui e soprattutto per i suoi lettori, che, d’altronde, non meno contaminati, esigono e chiedono solo autobiografia, la loro autobiografia. Infatti compito dello scrittore contemporaneo è scrivere l’autobiografia dei suoi lettori, e dunque lasciatemi fare, abbiate un po’ di fiducia, so che vi chiedo molto, ma non avete altra scelta del resto, perché non ci sono più altre storie da raccontare, tutto ora ci appartiene in modo così feroce, così intimo, lo abbiamo così a lungo sedotto e amato, lo abbiamo così in lungo e in largo e in alto e in basso letto e visto e studiato e compreso e comunicato, che è diventato – la nostra autobiografia. Il processo d’identificazione (non alienazione, il suo opposto anzi) è quasi assoluto.

Siamo nell’epoca, dunque, del genere letterario unico: l’autobiografia. E allora vi dirò che il Canto XXXIII dell’Inferno, a parte quel verso che sovente saliva alle labbra di mio nonno Nicola, e la splendida sequenza del sogno che sola lo solleva a altezze irraggiungibili, io non lo riconosco come mio, diversamente da Ugolino il quale crede di vedere il suo stesso volto nei figli e nei nipoti affamati. Io non sono affamato dei cibi che Dante mangiava, e noi non capiamo più nulla di Dante, del passato, perché il passato, nella sua tendenziale verità (caviamocela così) appartiene al genere storico, e noi siamo seduti alla mensa dell’unica pietanza oggi possibile, che è, mi pare di averlo già detto, l’autobiografia figlia di una malata pulsione all’identificazione. Posso stentare – e un indizio l’avete avuto al principio di questo nonsenso, quando ho usato il termine gore, uno di quei termini che noi moderni, vittime della moda, usiamo per farci intendere dai nostri simili, credendo di essere ipermoderni – e dire che il Canto XXXIII è un film di Lucio Fulci, e che Dante, per me, stavolta, sì lo dico, ha fatto un pessimo lavoro, cioè, non un pessimo lavoro, ma qualcosa di molto vicino a Lucio Fulci (che in effetti adoro), e che il Canto XXXIII, con buona pace di tutti, è robaccia trash, spazzatura volgare e effettistica, protoverismo grandguignolesco, e non credo a una sola parola del Conte, non mi commuove la sua autodifesa, e paragonarne la figura a quelle di Paolo e Francesca, come è stato detto in sede critica, mi sembra inconcepibile. Io invece non so, mi sbaglio, sicuramente ho perso del tutto il gusto, ma il canto cannibalico della mia epoca lo ha fatto meglio Ruggero Deodato. Il mio Dante vivente, cioè Io, sta al Purgatorio, dove non c’è canto nel quale non mi senta messo in musica, e dove lampeggia il verso che più mi descrive: “conobbi il tremolar della marina”.

Eccola qua l’autobiografia. Dire sciocchezze purché siano mie. Sbagliare, ma a modo mio. Essere completamente arbitrari, ma profondamente soggettivi. Trovare la baia della propria stupidità incontaminata. Non abbiamo più altro, e non è soggettivismo romantico, è rovesciamento dialettico della fu alienazione, è l’identificazione del sé col sé, dove l’altro non è più che un fastidioso presentimento. Saliremo su una pira inaudita (sinestesia?) ma a nostro modo, con andatura inconfondibilmente personale e perciò estremamente artistica e applaudita, e quando brucerà l’Io, si tornerà a essere esatti come una vecchia calcolatrice della metà degli anni Settanta. Io detesto il sangue e la vendetta.

Blake, William; Ugolino and His Sons in Prison; The Fitzwilliam Museum; http://www.artuk.org/artworks/ugolino-and-his-sons-in-prison-5170

Il canto, integrale

Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;

ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,

già mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: “Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?”.

Ond’elli a me: “Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove”.

E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli”.

Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.

Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.

“Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.

Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso”.

“Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.

“Nel fosso sù”, diss’el, “de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.


ll Canto XXXIV dell’Inferno sarà commentato da Liliana Cavani

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)

Canto XXIX (Commentato da Claudia Durastanti)

Canto XXX (Commentato da Vanessa Roghi)

Canto XXXI (Commentato da Andrea Cassini)

Canto XXXII (Commentato da Johnatan Bazzi)


Giordano Tedoldi è nato a Roma nel 1971. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di racconti Io odio John Updike (Fazi Editore; seconda edizione minimum fax 2016). I segnalati (Fazi 2013) è il suo primo romanzo, seguito, nel 2017, da Tabù (Tunué).

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