Il Commento Collettivo: Le cose si complicano – i consiglieri fraudolenti, commento al canto XXVII

Per il nostro progetto di commento collettivo alla commedia dantesca, ormai ribattezzato nella forma abbreviata “CCC”, pubblichiamo il ventisettesimo canto dell’inferno dantesco, commentato da Giuliano Ferrara.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’illustrazione di Venturino Venturi

di Giuliano Ferrara


Con il contributo di  


Leo Strauss (1899-1973) era un filosofo politico e un grande erudito dell’ebraismo e della cultura classica, insegnò a generazioni di americani e di europei a leggere tra le righe, a capire che cosa c’era di non detto e non scritto nella antica sapienza, e medievale, come nel pensiero moderno inaugurato da Machiavelli. Strauss faceva strani accostamenti, indagava sulle omissioni inspiegabili, cercava di capire come il pensiero veritativo si difendeva dall’inganno e dalla repressione superstiziosa del potere, analizzò perfino cabalisticamente i numeri dei capitoli del Principe e dei Discorsi per decrittare il nascosto profetismo ateo del segretario fiorentino e altri dettagli della più grande importanza. Chissà come leggerebbe, accostandoli e sezionandoli nei significanti e significati reconditi, i versi del poema di Dante nei canti XXVI e XXVII, dove si tratta dei consiglieri fraudolenti e in particolare di Ulisse e di Guido da Montefeltro.

La storia di Ulisse (canto XXVI) è eloquente e celebrata per il suo lirismo epico della conoscenza, per il fatti non foste a viver come bruti, per l’alto mare aperto di ogni metafora, per il folle volo castigato dalla divinità pagana. Il peccato di Ulisse sanzionato dal Dio che gli richiude sopra il mare e lo affonda è il titolo di gloria del pensiero libero di tutti i tempi, la volontà di sapere. E in questo è contenuto già un misterioso enigmatico quid: da che parte stava Dante, l’altissimo poeta? Era contrario alla conoscenza pagana e solo sostenitore della conoscenza beata e sacra?

La storia di Guido, nel canto successivo, è invece affetta da ermetismo e laconismo. Dall’alto mare aperto si passa alle rudi terre di Romagna e ai suoi feroci o ambigui signori, sulle quali terre e classi dirigenti si fa esercizio di geopolitica applicata, con una perfetta relazione a Guido dell’autore della Commedia, capace di dargli ogni dettaglio sulle guerre civili striscianti provvisoriamente sospese tra Cesena e Forlì e Rimini. Ma la cosa più rilevante è la difficile definizione del peccato di Guido in rapporto al comportamento dell’odiato Bonifacio VIII, fino alla lite teo-logica sul pentimento in cui si oppone un agente voglioso dell’Inferno al paradisiaco Alter Christus che è Francesco. Il peccato del Montefeltro, il suo consiglio fraudolento a Bonifacio VIII alle prese con l’assedio della nemica Palestrina dei colonnesi, è apparentemente in un solo verso, “lunga promessa con l’attender corto”, elargisci misericordia e incassa la vittoria negandola, prometti ma non mantenere. Un peccato relativo alla conoscenza, quella politica, la suprema epistème. Un peccato che va dietro alla realtà effettuale della cosa. E però questa trasgressione fatale va accostata e letta tra le righe come violazione relativa, in sommo grado, al peccato del papa Caetani, il quale esige il “consiglio fraudolente” e per ottenerlo promette al condottiero pentito e divenuto frate un’assoluzione impossibile a fil di logica, “ch’assolver non si può chi non si pente,/né pentere e volere insieme puossi/per la contradizion che nol consente”.

Le cose si complicano di parecchio se si pensi che questo verso sempre celebrato in modo sciattamente proverbiale, “per la contradizion che nol consente”, è pronunciato da un cherubino nero che rapisce praticamente Guido al santo Francesco, che lo voleva incamminare verso il Purgatorio, e lo trascina all’Inferno da Minosse, dicendogli con superba ironia: “Forse tu non pensavi che io loïco fossi!”. Il cherubino loico vince contro il santo che perdona e sbeffeggia il condannato riacciuffato per le lingue di fuoco cornute; il male e il bene, peccato e contrizione impossibile, sono letti a filo di logica morale e non sulle ali dell’amore e della compassione. Cose complicate e dai riflessi molto moderni. Solo il talento drammatico più ispirato e universale della storia umana poteva sottoporre le sinuose vie della sua sapienza e del suo spietato lirismo a una lettura fondata sull’ambiguo e sul molteplice come quella che la Commedia sempre richiede.

Il canto, integrale

Canto XXVII, dove tratta di que’ medesimi aguatatori e falsi consiglieri d’inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.

Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,

quand’un’altra, che dietro a lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;

così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra”.

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: “Parla tu; questi è latino”.

E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
“O anima che se’ là giù nascosta,

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.

Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte”.

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:

“S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente
“.

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,

disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro”.

Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.


ll Canto XXVII dell’Inferno sarà commentato da Gregorio Magini

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

– Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

– Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)


Giuliano Ferrara, giornalista, saggista, conduttore televisivo, politico, è stato firma de  L’Espresso, Il Giornale, Il Corriere della Sera. Ha fondato e diretto “Il Foglio” dal 1996 al 2015.

1 comment on “Il Commento Collettivo: Le cose si complicano – i consiglieri fraudolenti, commento al canto XXVII

  1. Giovanni de Girolamo

    Sensibile e acuto commento: acronico Dante nel cogliere le ipotetiche sottigliezze diplomatiche e psicologiche sempre in osmosi con il carattere dei personaggi. Che bella la circolarità narrativa, aperta sia nel sostrato diacritico (costante la dieresi) che nel mimetizzarsi dell’io, agente e attento osservatore NON moralistico o giudicante.

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