Il Commento Collettivo: “Oro e Stagno”- Commento in filastrocca a Inferno XXX

Per il nostro progetto di commento collettivo alla commedia dantesca, pubblichiamo il trentesimo canto dell’inferno dantesco, commentato da Vanessa Roghi.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, Tano Festa, Dal peccato originaleAsta Pananti online

di Vanessa Roghi


Con il contributo di  


C’era un tale, un tale di Firenze
Che s’era messo in testa di vedere
Come i dannati stavano all’Inferno
Per poi farcelo tosto a noi sapere

Così con un suo amico, il buon Virgilio
Nell’Ade era sceso a fine inverno
E dopo tante pene ed avventure
Lontani dalla porta dell’Averno

Le Malebolge avevano trovato
Lì c’erano i falsari di persona
Che a dirlo poi davvero non s’intende
Se sia una cosa brutta oppure buona

Ma invece era assai brutta, per davvero
Al punto che i dannati lì presenti
Tal Gianni Schicchi e l’infelice Mirra
Solevano azzannarsi con i denti

Poco lontano c’era un altro tale
Che invece aveva l’oro alleggerito
Mastro Adamo forgiando fiorini
Col vile stagno l’aveva sostituito

E accanto a lui il greco Sinone
Che progettato aveva il trucco
Che fuor dalle porte di Troia
Aveva lasciato tutti assai di stucco

A causa di quel tale di Firenze
Curioso come una nera gazza
La lite era scoppiata fra i dannati
Come succede fra la gente pazza

Il buon Virgilio allora un poco stufo
Aveva detto al tale curiosone
“Non è gran cosa invero ascoltare
Le tristi ire di queste persone

Del tale di Firenze avete sentito
Così, larga la foglia lunga la via
Una versione buona come tante
Ma posso solo dir che è la mia


Tano FEsta, Dal peccato originale – Asta Pananti online

Il canto, integrale

Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.

Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fïata,

Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,

gridò: “Tendiam le reti, sì ch’io pigli
la leonessa e ’ leoncini al varco”;
e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l’un ch’avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando”.

“Oh”, diss’io lui, “se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi”.

Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma”.

E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.

“O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo”,
diss’elli a noi, “guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ ho le membra legate?

S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia”.

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

“Qui li trovai – e poi volta non dierno -“,
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo”.

E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.

Ond’ei rispuose: “Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi”.

E l’idropico: “Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto”.

“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio”,
disse Sinon; “e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!”.

“Ricorditi, spergiuro, del cavallo”,
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
“e sieti reo che tutto il mondo sallo!”.

“E te sia rea la sete onde ti crepa”,
disse ’l Greco, “la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”.

Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole”.

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: “Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!”.

Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.

Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,

tal mi fec’io, non possendo parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.

Maggior difetto men vergogna lava“,
disse ’l maestro, “che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia“.


ll Canto XXIX dell’Inferno sarà commentato da Vanessa Roghi

I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)

– Canto XXIX (Commentato da Claudia Durastanti)


Vanessa Roghi, storica, collabora a La Grande Storia di Raitre. Ha pubblicato “La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro” (Laterza), “Piccola città. Una storia comune di eroina” (Laterza), “Lezioni di fantastica. Storia di Gianni Rodari” (Laterza)

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