Il Commento Collettivo: “Un’Etica Indelebile- Satana e il fondo dell’Inferno”

Questo è l’articolo numero 34 dedicato al progetto di commento collettivo alla commedia dantesca (che ormai chiamiamo, abbreviando, semplicemente “CCC”). Il commento al trentatreesimo canto dell’Inferno è firmato dalla regista e sceneggiatrice Liliana Cavani.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera dal Codex Altonensis

di Liliana Cavani


Con il contributo di  


Lucifero re dell’Inferno ha enormi ali che sbattono e  il freddo che  spingono Dante a ripararsi dietro a Virgilio e guarda  con  sgomento la disgustosa bruttezza del mostro infernale, Lucifero, che ha tre enormi teste quindi con tre bocche che masticano tra i denti i peccatori .  Dante è giunto al centro della Terra ed è arrivato davanti a Plutone-Lucifero l’artefice  del male che  scheda ed elargisce ad ogni peccatore  adeguate pene . Dante ha visto peccatori di ogni genere ma qui  proprio nel centro  vengono puniti i peggiori dei peccatori  che per Dante sono i traditori , traditori di Dio come  Giuda e tutti i  traditori: degli ideali, della fiducia dell’amore . La Commedia è un  grande viaggio  ( che oggi diremmo fantascientifico! ) fondato sulla tenace fiducia di Dante  che  per le creature umane esiste un Etica  indelebile   e voleva che  fosse resa chiara e indiscutibile e per questo ha scritto la Commedia  in lingua volgare  contrariamente ai  suoi saggi eruditi scritti prima.    E’ nella tradizione etica mediterranea il viaggio nell’oltretomba da Omero a Virgilio ( che qui è la guida di Dante ) a significare che esiste un luogo sia pure invisibile agli occhi umani  dove come    in un enorme  archivio vengono annotate tutte le azioni  di ciascuna  persona  perché nell’altra vita  dovrà risponderne . Dante ha atteso un risarcimento morale e politico che non ha mai avuto dalla sua città . La conosceva bene, conosceva tutti i manipolatori e i  traditori  e conosceva bene fatti e intrighi e  tradimenti di politici corrotti . Non essendo riuscito ad avere giustizia  Dante si è fatto giustizia da solo grazie al   suo mestiere di letterato scrivendo “ La divina commedia “. E’ stato  ( e lo è per sempre ) il più grande intellettuale italiano  che denuncia e condanna i  vizi degli umani; per alcuni dei quali prova pietà ma non la prova  mai per i violenti e i traditori nella vita privata e sopratutto in quella politica. Li condanna per sempre al disprezzo e alle pene più sgradevoli.  La visione etica di Dante è chiara e perfetta e non ha bisogno di aggiornamenti . In Dio esiste somma sapienza , somma vita ,sommo amore, somma luce e verità e felicità e misericordia . Nel Demonio invece esistono somma ignoranza ,sommo male, sommo  odio, tenebre e menzogna e violenza e tristezza . Dante si toglie parecchi sassolini dalle scarpe inserendo nelle orrende enormi bocche di Lucifero a tre teste    i  traditori “ , persone   note alla sua città e ai suoi contemporanei . Dante oltre che grande artista fu come accennavo anche un uomo politico e da quell’esperienza ricavò soltanto delusione rabbia  danno e l’esilio a motivo di politici corrotti traditori della fiducia degli onesti ,dei deboli dei bisognosi . Ha la convinzione che debba esistere un ‘etica  dei fatti, di tutti i fatti umani .  Convinto che  debba esistere un’etica umana e che il Male non nasce dal caso, si impegnò a creare il più originale più severo  testo di etica in lingua volgare, non quella dei dotti ma quella di tutti. E’ deciso a non tacere, a fare i nomi . Si toglie  sassi dalle scarpe inserendo nei vari luoghi di pena persone che ha conosciuto,  le denuncia ne inserisce il nome proprio nel territorio della giustizia divina quella che non fa errori.  Dante si pone decisamente nel solco di chi usa l’arte per una funzione morale e sociale. La sua esistenza di esule deve avere almeno un senso che meriti l’esilio e la mortificazione e la nostalgia di tutti quegli anni lontano dalla sua città . Assume con il suo poema il ruolo di una guida lui che segue nell’Altrove la  guida di un  poeta che ammira. Del resto non è quello il senso della vita di un poeta di un letterato di  un pensatore oggi diremmo di un intellettuale ? Si sceglie per guida un poeta che ammira, ma al contempo assume lui stesso il ruolo di chi ragiona e giudica e condanna : tanti sono i peccati degli umani ma tra essi i peggiori sono  i traditori della fiducia, dell’amore e della vita. E intende precisare che neanche un capello strappato sfugge all’occhio di Dio perché Dio è pura giustizia e puro amore secondo un desiderio di fraternitas che comprende  tutte le creature e questa convinzione  Dante l’ ha di certo approfondita amando Francesco d’Assisi al quale dedica quasi interamente l’undicesimo canto del Paradiso.


Il canto, integrale

Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.

“Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira”,
disse ’l maestro mio, “se tu ’l discerni”.

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

“Quell’anima là sù c’ ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto”.

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,

appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.

“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.

“Lèvati sù”, disse ’l maestro, “in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede”.

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.

“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.

Ed elli a me: “Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,

e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse”.

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.


I commenti precedenti: 

Inferno:

– Canto I (commentato da Giovanni Boccaccio, George Steiner e Maria Zambrano),

– Canto II (commentato da Michela Murgia)

Canto III (commentato da Loredana Lipperini)

Canto IV (commentato da Ilaria Gaspari)

Canto V (commentato da Paola Barbato)

Canto VI (commentato da Vanni Santoni)

– Canto VII (Commentato da Guido Vitiello)

– Canto VIII (Commentato da Andrea Zandomeneghi)

– Canto IX (Commentato da Sara Mazzini)

Canto X (Commentato da Riccardo Bruscagli)

Canto XI (Commentato da Francesco D’Isa)

Canto XII (Commentato da Matteo Strukul)

Canto XIII (Commentato da Pietrangelo Buttafuoco)

Canto XIV (Commentato da Alberto Prunetti)

Canto XV  (Commentato da Edoardo Rialti)

Canto XVI (Commentato da Gabriele Merlini)

Canto XVII (Commentato da Francesco Ammannati)

Canto XVIII (Commentato da Chiara Tagliaferri)

Canto XIX (Commentato da Cristina Simonelli)

Canto XX (Commentato da Francesca Matteoni)

Canto XXI (Commentato da Licia Troisi)

Canto XXII (Commentato da Federico Grazzini)

Canto XXIII (Commentato da Emanuele Rimoli)

Canto XXIV (Commentato da Alessandro Raveggi)

Canto XXV (Commentato da Federico Di Vita)

Canto XXVI (Commentato da Tommaso Ragno)

Canto XXVII (Commentato da Giuliano Ferrara)

Canto XXVIII (Commentato da Gregorio Magini)

Canto XXIX (Commentato da Claudia Durastanti)

Canto XXX (Commentato da Vanessa Roghi)

Canto XXXI (Commentato da Andrea Cassini)

Canto XXXII (Commentato da Johnatan Bazzi)

Canto XXXIII (Commentato da Gordiano Tedoldi)


Liliana Cavani, regista e sceneggiatrice, è autrice dei documentari “La storia del Terzo Reich” e “La donna nella Resistenza”. Della sua vasta produzione cinematografica, ricordiamo I cannibali, Galileo, Francesco, Il Portiere di notte, Al di là del bene e del male,

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