Il complottismo è un’ideologia

Il complottismo non è una serie di idee basate su dati falsi – come sembrano sostenere scrittori come Wu Ming 1 – bensì una ideologia che, come tutte le ideologie, porta con sé l’impossibilità di essere confutata per chi già ci crede.


IN COPERTINA e nel testo opere di jan Mandijn

di Jacopo Di Miceli

Ci sono due principali scuole di pensiero in materia di teorie del complotto. La prima le stigmatizza come forme degradate di conoscenza, false credenze che falliscono nel comprendere i meccanismi storici. A questa corrente appartengono, ad esempio, l’epistemologo Karl Popper, che ha circoscritto la definizione di “teoria sociale della cospirazione”, lo storico Richard Hofstadter, autore della prima opera sullo “stile paranoico” nella politica americana, e il semiologo Umberto Eco, che ha a lungo ragionato sul complottismo, a partire dal celebre romanzo Il pendolo di Foucault.

La seconda scuola di pensiero, invece, sviluppatasi negli ultimi vent’anni, contesta il paradigma di condanna morale delle teorie del complotto e ne riconosce il valore di narrazioni culturalmente significative la cui funzione è soddisfare esigenze psicologiche, epistemologiche, sociali, politiche ed esistenziali. In questo filone, inaugurato da accademici degli studi culturali come Peter Knight e Timothy Melley, troviamo una pluralità di esperti afferenti alle discipline più disparate, dalla psicologia sociale alla politologia fino all’antropologia.

Leggendo La Q di Qomplotto, mi sono domandato in quale campo si collocasse il suo autore. Per molti versi, Wu Ming 1 mantiene una posizione ambivalente. Da un lato, esorta a «lavorare sul sintomo» delle teorie del complotto e a non stupirsi della loro proliferazione nelle piaghe suppurative della società capitalistica. Il complottismo, dunque, come reazione allo status quo, ma soprattutto come «bisogno di incanto, di meraviglia, di angolature da cui guardare il mondo in modo diverso e sentirsi diversi». L’accostamento con il sublime kantiano, con la potenza attrattiva di terribili forze sovrumane, è di sicuro impatto immaginifico e denota una rara e indispensabile connessione empatica con chi crede in queste narrazioni. 

Dall’altro lato, però, anche Wu Ming 1 non riesce a non cedere alla tentazione di classificare le teorie del complotto in base al loro grado di verità. Come i discepoli della prima scuola di pensiero, comincia dalla premessa condivisa che, certo, complotti e cospirazioni esistono, ma che solo alcuni sono reali, mentri gli altri sono fantasticati. Da questa ovvietà – perché si afferma qualcosa che nessuno nega, nemmeno i cospirazionisti più fanatici – discende una vera e propria tassonomia epistemica delle teorie del complotto: le ipotesi di complotto pertengono a «complotti specifici e situati, orientati a un fine preciso, che solitamente cessano dopo essere stati scoperti, o al momento della loro scoperta sono già cessati»; le fantasie di complotto, invece, «riguardano sempre una cospirazione universale, che ha come fine la conquista o la distruzione del mondo intero […]. Una cospirazione costantemente denunciata eppure sempre in pieno svolgimento, da decenni, da secoli».

Questa dicotomia, seppur non rigida, colpisce per la somiglianza con la tesi che un autore americano politicamente agli antipodi di Wu Ming 1, il neoconservatore Daniel Pipes, delinea in un saggio sul cospirazionismo. Secondo Pipes, «il complotto è un atto, la teoria del complotto una percezione» o, ancora meglio, «la paura di un complotto inesistente». La separazione fra complotti reali e fantasticati di Wu Ming 1 si adatta infatti benissimo alle formulazioni di Pipes, che svacca nel chiamare “teoria del complotto” tutto ciò che non gli piace, in primo luogo il marxismo-leninismo. E, con il manuale di Wu Ming 1 sotto mano, qualche altro reazionario potrebbe agevolmente bollare il patriarcato degli studi femministi come un complotto fantasticato, all’opera da secoli, in cui un gruppo vastissimo di attori – i maschi – opprime donne per lo più inconsapevoli e in attesa di essere “risvegliate”. L’inconveniente di questi schematismi, in cui la soggettività di ciascuno ha pretese di oggettività valevoli per tutti, è che si usano concettualizzazioni astratte per confermare i propri pregiudizi. 

D’altra parte, le definizioni di Wu Ming 1, così impeccabili nelle teoria, risultano inservibili nella pratica. Ho provato ad applicarle a una delle più clamorose cospirazioni reali dei nostri tempi, il finanziamento di campagne di negazionismo dei cambiamenti climatici da parte delle industrie fossili. Stando alle caratteristiche individuate dallo scrittore bolognese, la vicenda rientrerebbe nei complotti fantasticati perché:

  • ha sì un fine circoscritto, il profitto, ma implica conseguenze di portata globale, addirittura la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta;
  • coinvolge un numero illimitato di attori – dirigenti delle compagnie petrolifere, scienziati compiacenti, decisori pubblici, think tank, giornalisti;
  • tutto, o quasi, si svolge secondo i piani, data l’inazione dei governi nella riconversione verde delle economie;
  • prosegue nonostante sia stato più volte denunciato, anzi si rimodula di volta in volta, come rivelato di recente da un’inchiesta di Channel 4;
  • va avanti da decenni – Exxon sapeva dei cambiamenti climatici già nel 1977 – e trascende le ere politiche.

 

Perché Wu Ming 1 si è infilato in un simile vicolo cieco? Per la sua insofferenza verso l’espressione “teoria del complotto”, da lui ritenuta abusata, denigratoria e, perciò, da superare. In essa il termine “teoria”, di per sé ambiguo, perché si ricollega subdolamente alle solide e rassicuranti fondamenta dei parametri scientifici, si accompagna a “complotto”, una parola – come rileva Franco Cardini – a sua volta dalla forte connotazione “valutativa”, che la contraddistingue dalle voces mediae “cospirazione” e “congiura”, al contrario scevre di un giudizio negativo di valore. La questione degli equivoci di significato, dunque, non è inedita.

In effetti, l’impressione è che Wu Ming 1 avverta il bisogno di stilare personalmente una nuova classificazione delle teorie del complotto perché gli mancano i riferimenti degli ultimi vent’anni di studi accademici sull’argomento. Lo si nota dal fatto che l’unica categorizzazione citata nel libro, quella elaborata dallo statunitense Michael Barkun, risalga al lontano 2001 e sia presentata con il solo scopo di essere scartata.

Ma è utile e, soprattutto, praticabile una differenziazione delle teorie del complotto a partire dal loro contenuto epistemico?

Secondo gli psicologi sociali tedeschi Roland Imhoff e Pia Lamberty, distinguere a priori le teorie del complotto reali (le ipotesi) da quelle false (le fantasie) – come fa Wu Ming 1 – è epistemologicamente impossibile senza un terreno di verità condiviso, una condizione introvabile in tutti gli eventi sociali. Questo tipo di approccio, vagamente popperiano, oltre a essere vetusto, è una tautologia che ci imbottiglia nella trappola del ragionamento circolare. Non ci fa avanzare di un passo nella comprensione del fenomeno, lasciandoci nella comfort zone del “chi crede in una teoria/fantasia del complotto, semplicemente sbaglia a crederci”. Un’inferenza persino perniciosa, perché introduce nel dibattito politico una nozione polemica – quella delle teorie/fantasie del complotto come false credenze – che può ritorcersi in uno strumento retorico «intellettualmente rispettabile» per nascondere cospirazioni reali dietro una cortina fumogena. È insomma imprescindibile che qualsiasi classificazione salvaguardi la facoltà fondamentale, per la stessa democrazia, di teorizzare l’esistenza di un reale complotto. Una facoltà che le tassonomie epistemiche, come quella di Wu Ming 1, mettono involontariamente in pericolo.

Dovremmo piuttosto rassegnarci al fatto che non disponiamo di un metodo analitico risolutivo per distinguere le buone teorie del complotto da quelle cattive. È una presunzione che la maggior parte degli esperti ha ormai abbandonato, perché ogni tentativo in questa direzione sembra guidato dall’obiettivo di screditarne moralmente o politicamente una parte, in un circolo vizioso che continua a caricare l’espressione “teoria del complotto” di implicazioni negative, privandoci così dell’unico criterio concettuale rivelatosi utile, nonostante i limiti. Una teoria del complotto resta perciò una teoria del complotto, a prescindere dalla sua plausibilità. Se, in ultima istanza, si dimostra vera o falsa, è irrilevante per la sua definizione, concludono Imhoff e Lamberty, questo non ne cambia lo stato epistemico.

E, d’altronde, come potrebbe? Le teorie del complotto agiscono in una dimensione per natura inconoscibile. Trame sotterranee, manovre segrete, piani d’azione sovraordinati. Tutto si svolge su un livello separato di realtà, sfuggente alla verificazione e alla confutazione. È un luogo comune che l’infalsificabilità delle teorie del complotto ne costituisca il punto debole, perché il loro dogmatico rifiuto del contraddittorio le rende empiricamente indimostrabili e, di conseguenza, epistemologicamente claudicanti. E, tuttavia, l’infalsificabilità è anche una delle ragioni per cui resistono nel tempo. La loro unicità consiste, infatti, nel paradosso che ogni critica è respinta come parte della disinformazione del nemico, e ogni prova contraria è interpretata come una prova a loro favore, perché documenterebbe con «quanta malvagità “Loro” vogliano farci credere alla storia ufficiale». Già nel 1951 Hannah Arendt notava che l’arte persuasiva delle teorie del complotto riponeva esattamente «nell’individuare gli elementi della realtà adatti alla finzione scelta e nell’usarli in modo da isolarsi dall’esperienza verificabile, generalizzandoli e sottraendoli definitivamente a qualsiasi controllo. Con tali generalizzazioni la propaganda totalitaria crea un mondo capace di competere con quello reale, il cui principale svantaggio è di non essere logico, coerente e organizzato. La coerenza dell’invenzione e il rigore organizzativo consentono poi alla generalizzazione di sopravvivere allo smascheramento delle menzogne specifiche».

Il paradigma di condanna morale delle teorie del complotto, implicito nella scuola di pensiero popperiana, deriva anche da questa irritante scorrettezza procedurale, che si esaspera al punto di scaricare l’onere della prova dai teorici della cospirazione ai loro detrattori. 

Il filosofo Brian L. Keeley ha, però, ribaltato questo assunto. Keeley sostiene che l’infalsicabilità delle teorie del complotto, lungi dall’essere un grave deficit di metodo, sia invece «il solo criterio ragionevole» che possono adottare per reggere alla pressione probatoria cui sono sottoposte. Per impedire che venisse alla luce la sua sistematica campagna di spionaggio e sabotaggio ai danni del partito democratico, il presidente americano Richard Nixon ordinò ai suoi tirapiedi di intimidire gli impiegati del comitato elettorale repubblicano, abusò dei suoi poteri per coprire le indagini dell’FBI e intralciò il corso della giustizia danneggiando i nastri della Casa Bianca e rifiutandosi di consegnarli alla Commissione incaricata del Senato. Nel caso dello scandalo Watergate, quindi, «se ci si fosse strettamente attenuti al dogma della falsificabilità, […] le teorie del complotto sarebbero state respinte in un momento prematuro delle indagini e i cospiratori non sarebbero forse stati scoperti».

Esigere che le teorie del complotto rispettino i requisiti delle teorie scientifiche è allora poco sensato, perché si collocano in un universo epistemologico con regole del tutto diverse. La mela che da un albero cadde sulla testa di Isaac Newton non aveva intenzione di ingannare lo scienziato inglese sull’esistenza della forza di gravità. Eppure, questo è esattamente ciò che accade nelle teorie del complotto, dove l’oggetto dell’indagine non è neutro e disinteressato, ma agisce attivamente per ostacolare l’indagine.

Il problema epistemico delle teorie del complotto non ha, dunque, tanto a che fare con il grado di verità della cospirazione denunciata, quanto, piuttosto, con i presunti tentativi di insabbiarla. Il successo di un complotto si misura, cioè, non dalla realizzazione dei suoi obiettivi, ma dalla sua capacità di mantenersi segreto. 

Nel suo attacco frontale alla figura, un po’ stereotipata, del debunker, Wu Ming 1 sembra convenire che sfidare le credenze cospirazioniste nel campo dell’epistemologia sia, per questi motivi, un esercizio sterile: «il ratiosuprematismo vede solo un’antitesi tra logico e illogico, uno scontro tra ragionamento corretto e fallacia, una guerra tra Scienza e ignoranza». Ma, ancora una volta, la tentazione di isolare il vero dal falso è un richiamo irresistibile. Quando lo scrittore propone di «riconoscere i nuclei di verità delle fantasie del complotto» e incanalarli in una nuova narrazione di «reincanto», cade vittima della stessa «sindrome del foratore di palloncini» che, per lui, affliggerebbe il debunker. Il presupposto, un po’ paternalistico, è sempre lo stesso: le persone sbagliano a credere nelle teorie del complotto e vanno rieducate. Nel caso del debunker attraverso un’iniezione immunizzatrice di fatti, e nel caso di Wu Ming 1 con la strutturazione di un immaginario competitivo con il sublime complottista.

Naturalmente fra lo smontatore di bufale e Wu Ming 1 sussiste uno iato di benevolenza ed empatia: per il secondo «mostrare la sutura» o rivelare i ferri del mestiere dell’illusionista dovrebbe quantomeno salvaguardare i nuclei di verità individuati dal complottista, persuadendolo ad ammettere come falsa soltanto la sua elaborazione successiva. Tuttavia, oramai nessuno degli esperti della materia nega che le fantasie di complotto non abbiano, in fondo, un qualche richiamo alla realtà, persino nelle suggestioni più estreme ed esecrabili, come nel mito del complotto giudaico, provocato – spiega il politologo francese Raoul Girardet – dalla «reazione, in certe frange dell’opinione pubblica, dalla recente e repentina emancipazione delle comunità israelitiche e dall’inaspettata irruzione di molti suoi rappresentanti in molti settori della vita economica, intellettuale e mondana». La stessa Arendt ammetteva che le teorie del complotto agitate dai regimi totalitari «alludono a condizioni reali» delle masse.

Ma chi si illuderebbe di convertire un nazionalsocialista antisemita a un’opposta visione politica democratica, per quanto accattivante? L’ottimismo con cui Wu Ming 1 confida nelle capacità di persuasione di una nuova Weltanschauung – anche se non si capisce bene quale – tradisce un’interpretazione semplicistica del complottismo, da cui, per contro, si distanzia il debunker. Nonostante i luoghi comuni sparsi ne La Q di Qomplotto, il debunker, infatti, non lavora per convincere il complottista, perché è assolutamente consapevole che si tratterebbe di una fatica di Sisifo. Si rivolge, piuttosto, alla maggioranza non ancora radicalizzata, prevenendo che sia a sua volta irretita dalle sirene del complottismo.

In buona sostanza, chi spera in una folgorazione sulla via di Damasco sposa un’analisi riduzionista del fenomeno, secondo cui chi crede alle teorie del complotto lo fa perché non ha gli strumenti – epistemici in questo caso – per interpretare correttamente la realtà, e di conseguenza, se solo un’anima gentile glieli fornisse, sarebbe più che disponibile a cambiare idea. Per dirla con il filosofo Fredric Jameson, che nel 1988 sintetizzò questa posizione, la teoria del complotto sarebbe «la mappa cognitiva della povera gente nell’era postmoderna; una raffigurazione degradata della logica totale del tardo capitalismo, un disperato tentativo di rappresentare la fase finale del sistema». 

Una tesi che sottovaluta l’involucro ideologico delle teorie del complotto. La loro refrattarietà a essere smentite non deriva dal fatto che falliscono nell’essere epistemicamente corrette, ma dal fatto che non vogliono proprio esserlo. Le teorie del complotto assumono, perciò, la forma di una ribellione epistemica alle tradizionali autorità che producono e trasmettono la conoscenza (scienza, mezzi di informazione, istituzioni politiche). Non riconoscendole più come legittime e degne di fiducia, propongono un sistema epistemico separato con nuove regole, nuovi princìpi, nuove autorità di riferimento.

Il complottismo si configura, insomma, secondo i canoni di una vera e propria ideologia anti-sistema, infalsificabile, come tutte le ideologie.


Jacopo Di Miceli ha pubblicato per varie riviste e quotidiani, come Il Fatto Quotidiano, Vice, Jacobin Italia, The Vision e Left. È curatore di Osservatorio sul complottismo, un progetto per l’analisi storica e politica delle teorie del complotto.

 

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5 comments on “Il complottismo è un’ideologia

  1. QUINDI TALLEYARAND PER VOI NON è MAI ESISTITO?

  2. credo ci si debba domandare cosa sia la verità. il concetto di verità viene continuamente manipolato. i fatti esistono? le cause e gli effetti esistono? la storia è fatta da uomini lungimiranti o tutte le azioni si manifestano a caso in quel dato momento?
    c’è un secondo problema a mio parere: il complottismo preuppone che ci siano persone (i “non complottisti”) che sono depositari della verità e solo loro possono sapere cosa è vero e cosa non lo è, solo loro sanno pensare e sanno indicare cosa pensare. i dubbi non sono ammessi.
    uno dei più grandi mali dei tempi odierni è la stasi del pensiero. la persona non deve pensare e quindi porsi domande allenare il pensiero critico, no. tutto è come è e come deve essere. ti dicono gli altri cosa è giusto. il confronto è paralizzato a categorie e classificazioni sterili che nulla hanno a che vedere con la ricerca della verità.

  3. Doriana

    Salve
    Volevo avere la citazione originale dell’articolo di Imhoff e Lamberty che però non riesco a trovare (forse non vedo dove è riportata nella pagina). Ci sono molti articoli su questo tema dei due scienziati ma volevo leggere quello a cui si riferisce lei nel testo. Grazie

  4. Elisabetta Bavasso

    Illuminante

  5. Gloria

    Bellissimo, come ogni vostro articolo.

    Mi è parso quantomeno illuminante, se non utile, visti i tempi moderni che corrono: i complottisti che creano teorie sul covid -e ancora di più sui vaccini- fiottano come acqua piovana.
    Mi tocca particolarmente l’argomento per vari confronti che ho avuto con un mio collega a riguardo, il quale si pone in netta opposizione al green pass, e quindi al tentativo dello stato di incentivare la somministrazione del vaccino. In particolar modo, la sua visione non è completamente confutabile, e infatti, come dice l’articolo stesso, le teorie dei complotti si fondano su dati reali, ma, ciò che mi aveva colpito fin da subito è il suo totale affidarsi a fonti quantomeno curiose (teladiciamonoilaverita.net e così via). Ecco che torna anche questo fatto del mantenersi nel segreto, al di là della conoscenza comune. Il che fa riflettere su quanto sia effettivamente possibile discernere ciò che è reale da ciò che non lo è, da ciò che è vero da ciò che è falso (ci sono dati e statistiche!).
    Ora mi trovo in dubbio se tentare una pacificazione inviandogli l’articolo, anche a costo di finire io a fare la figura della complottista, o se evitare di riaprire un tema così delicato.
    In ogni caso io ho concluso il discorso con questo collega ponendogli una questione di tutt’altro livello: nella vita di tutti i giorni persegue un comportamento di tipo pragmatico o teoretico? Da lì credo di essere riuscita a fare comprendere la mia prospettiva, di stampo più pragmatico, più indirizzata alla concretezza nella scelta, mentre lui si è posto in una prospettiva d’altro tipo, più indirizzata al principio (il perseguimento dell’idea di libertà ad esempio). Certo, anche qui è possibile proseguire con il dibattito, poiché non è chiara a che libertà faccia riferimento lui: è libertà poter decidere deliberatamente di essere un pericolo per gli altri? Ad esempio, al di fuori del contesto del rischio virale, guidando ubriachi?
    Io non credo, per quanto persegua anche io un ideale di libertà, intesa come diritto alla differenza.
    E come meglio concludere se non con un:
    “Hakuna Matata”.

    Comunque ancora grazie per i vostri articoli. È sempre un piacere leggervi!

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