Il consiglio dei monaci medievali per ridurre le distrazioni degli smartphone



Ci sono trucchi mentali e veri e propri metodi per concentrarci, sono vecchi di secoli, ma funzionano ancora oggi.


In copertina: un monaco distratto, da un manoscritto i cui diritti appartengono a the British Library

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Jamie Kreiner

I monaci medievali erano bravissimi nel concentrarsi – ma d’altra parte era il loro lavoro. La tecnologia medievale era ovviamente diversa dalla nostra, ma la loro preoccupazione nei confronti delle distrazioni era la stessa. Si lamentavano di essere sovraccaricati di informazioni, e di come, anche quando avevano deciso che cosa leggere, era comunque facile annoiarsi e rivolgersi a qualcos’altro. I monaci erano frustrati per via del desiderio di guardare fuori dalla finestra, o di controllare costantemente l’ora (nel loro caso, usando una meridiana), o di pensare al cibo, o al sesso, quando invece avrebbero dovuto pensare a Dio. Si lamentavano persino di distrarsi coi sogni.

A volte sostenevano che fossero i demoni a far divagare le loro menti. A volte la colpa era degli istinti corporei, ma la mente era il problema principale: è questa a essere portata alla continua distrazione. Giovanni Cassiano, le cui teorie sulla mente hanno influenzato i monaci per secoli, conosceva fin troppo bene il problema. Si lamentava che la mente “sembra guidata da incursioni casuali”, “vaga come se fosse ubriaca”. La mente pensa ad altro mentre prega e canta. Si aggira tra pianificazioni e rimpianti durante una lettura. Non riesce nemmeno a rimanere concentrata sul proprio divertimento – per non parlare dello studio di concetti complessi che richiedono una seria concentrazione.

Siamo alla fine del 420. Se Giovanni Cassiano avesse visto uno smartphone, avrebbe previsto la nostra crisi cognitiva in un batter d’occhio.

Ma Cassiano pensava ad altro: scriveva in un momento in cui le comunità monastiche cristiane stavano cominciando a fiorire in Europa e lungo le coste del Mediterraneo. Un secolo prima, gli asceti avevano vissuto per lo più in isolamento e il nuovo entusiasmo per le imprese comunitarie si tradusse in un entusiasmo per la pianificazione della vita monastica. Questi spazi sociali innovativi erano creati per funzionare in modo ottimale se i monaci seguivano delle precise linee guida su come svolgere il proprio lavoro.

Il loro compito, più di ogni altra cosa, era quello di concentrarsi sulla comunicazione col divino: leggere, pregare, cantare, lavorare per comprendere Dio o per migliorare la salute delle loro anime e delle persone che li sostenevano. Per questi monaci, la meditazione non era un relax, era un lavoro. Le loro parole preferite per descrivere la concentrazione derivavano dal latino tenere, ovvero “aggrapparsi a qualcosa”. L’ideale era una mens intentus, una mente sempre tesa al raggiungimento del suo obiettivo. E farlo con successo significava prendere sul serio le debolezze dei propri corpi e dei propri cervelli, e lavorare sodo per correggerle.

Alcune di queste strategie erano complesse. Come la rinuncia, per esempio. I monaci e le monache dovevano rinunciare alle cose che la maggior parte delle persone ama – famiglia, proprietà, attività commerciali, vita quotidiana – non solo per erodere il loro senso di diritto individuale, ma anche per assicurarsi che non si sarebbero preoccupati di queste cose durante la preghiera. Quando la mente vaga, sostengono i teorici monastici, si sposta generalmente verso gli eventi recenti. Basta ridurre i propri impegni alle cose serie, e avremo meno pensieri in competizione per la nostra attenzione.

Il contenimento funziona anche a livello fisiologico. Sono state formulate molte teorie nella tarda antichità e nel Medioevo sulla connessione tra la mente e il corpo. La maggior parte dei cristiani sosteneva che il corpo era una creatura bisognosa, il cui appetito senza fondo per cibo, sesso e comodità tratteneva la mente dalle cose più importanti. Questo non significa che il corpo va rifiutato, ma solo che ha bisogno di un amore severo. Per tutti i monaci e le monache, fin dall’inizio del monachesimo nel IV secolo, questo si traduceva in una dieta moderata e il rifiuto del sesso. Molti di loro aggiunsero al regime anche il lavoro manuale. Trovavano più facile concentrarsi quando il loro corpo si muoveva, sia che si trattasse di cuocere, che di coltivare o tessere.

Al problema della distrazione  si trovavano anche soluzioni che oggi potrebbero sembrare strane, legate alla creazione di immagini fantasiose. Parte dell’educazione monastica prevedeva l’apprendimento della creazione di figure cognitive fumettistiche, per aiutare ad affinare le proprie capacità mnemoniche e meditative. La mente ama gli stimoli come il colore, il sesso, la violenza, il rumore e l’azione. La sfida era quella di accettare le sue preferenze al fine di trarne vantaggio. Scrittori e artisti possono lavorare alla creazione di vivide narrazioni o di figure grottesche che incarnano le idee che vogliono comunicare. Ma anche una suora, volendo imparare qualcosa che aveva letto o sentito, faceva un lavoro analogo, trasformando il contenuto da memorizzare in una serie di bizzarre animazioni mentali. Più i dispositivi mnemonici sono strani, meglio è – la stranezza li rende più facili da ricordare, e più accattivanti da pensare quando si “torna” a guardarli.

Diciamo ad esempio che si deve imparare la sequenza dello zodiaco. Thomas Bradwardine (un maestro universitario del XIV secolo, teologo e consigliere di Edoardo III d’Inghilterra) suggeriva di immaginare un ariete bianco con le corna d’oro, che prende a calci nei testicoli un toro rosso fuoco. Mentre il toro sanguina, immaginate che ci sia una donna davanti a lui, che partorisce due gemelli, con un parto violento che sembra dividerla in due. Appena nati i gemelli, giocano con un terribile granchio rosso, che li pizzica e li fa piangere. E così via.

Un metodo più avanzato per concentrarsi era quello di costruire complesse strutture mentali nel corso della lettura. Le suore, i monaci, i preti e le persone che da loro venivano istruite erano sempre incoraggiati a visualizzare il materiale che stavano elaborando. Un albero ramificato, un angelo piumato, o, nel caso di Ugo di San Vittore (che scrisse una vivida piccola guida a questa tecnica nel XII secolo), un’arca con vari piani al centro del cosmo, che può diventare un modello con cui classificare il materiale in un sistema ordinato. Le immagini possono corrispondere in modo evidente a un’idea. Ugo, per esempio, immaginava una colonna che sorgeva dalla sua arca a rappresentazione dell’albero della vita del paradiso, che, salendo, collegava l’arca alle generazioni passate e alla volta celeste. Ma le immagini possono essere anche dei segnaposto, dove un albero che rappresenta un testo o un argomento (ad esempio, “Legge Naturale”) può avere otto rami e otto frutti su ogni ramo, che rappresentano sessantaquattro idee raggruppate in otto concetti più grandi.

Il punto non era solamente quello di dipingere questi quadri su delle pergamene. Si trattava semmai di dare alla mente qualcosa da disegnare, per assecondare il suo appetito per le forme esteticamente interessanti mentre riordina le idee in una qualche struttura logica. E quando insegno tecniche cognitive medievali alle matricole del college, questa è di gran lunga la loro preferita. Costruire apparati mentali complessi offre un modo per organizzare – e, nel processo, analizzare – il materiale che devono imparare per altri corsi. Il processo inoltre tiene le loro menti occupate con qualcosa di concreto e avvincente. La concentrazione e il pensiero critico, in questo modo, somigliano più a un gioco che a una fatica.

Ma caveat cogitator: il problema della concentrazione è ricorrente. Qualsiasi strategia per aggirare la distrazione richiede altre strategie per aggirare delle altre distrazioni. Quando Cassiano suggeriva una delle sue tecniche più semplici – ripetere un salmo più e più volte, per tenere il cervello sotto controllo – sapeva già quello che gli avrebbero chiesto i monaci: “Come possiamo rimanere concentrati su quel verso?”. La distrazione è un problema antico, così come lo è l’idea che possa essere evitata una volta per tutte. C’erano tante cose interessanti da pensare milleseicento anni fa come ce ne sono ora, e a volte, semplicemente, ci distraggono.


Jamie Kreiner è professore associato di storia all’Università della Georgia. È autore di The Social Life of Hagiography in the Merovingian Kingdom (2014) e il suo ultimo libro, Legions of Pigs in the Early Medieval West, è in uscita nel 2020. Vive ad Athens, in GeorgiAm negli stati uniti.

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