Il corpo

“Quando sono arrivata c’era troppo silenzio, sulle prime però non ci ho fatto caso. Dovevano essere le quattro del pomeriggio, avevo la sensazione di cadere dentro un déjà-vu.”.


IN COPERTINA: Lion Rending Apart a Corpse, di Eugene Delacroix

di Ilaria Gaspari

Quando sono arrivata c’era troppo silenzio, sulle prime però non ci ho fatto caso. Dovevano essere le quattro del pomeriggio, avevo la sensazione di cadere dentro un déjà-vu. L’albergo era lo stesso, uno di quei quattro stelle tipici delle località di mare: quattro stelle che sono in realtà due stelle. Non mi fermerei mai in un albergo di località di mare, se non per lavoro. Non andrei neanche nelle località di mare, se non d’inverno. Invece lì c’ero già stata l’estate prima. Ero entrata in un negozio di scarpe, proprio di fronte all’hotel, che a sua volta era accanto alla stazione, perché il laccio dei sandali che indossavo si era rotto e per evitare che mi si sfilasse il piede dovevo strisciarlo per terra, cosicché sembrava che zoppicassi. Mi ero comprata un paio di ballerine celeste polvere, sono ancora quasi nuove. Quest’anno, mi hanno detto quando sono arrivata, c’è divieto di balneazione per via di qualche alga, o un batterio, comunque qualcosa che pullula nel mare, qualcosa di malsano. Ho pensato che tanto non ci sarei andata: non mi piacciono le spiagge affollate, tutti quei corpi sudati, troppo vicini. 

Credo che se avessi saputo cosa era appena successo, forse il dettaglio del mare velenoso mi avrebbe trafitta. 

È arrivata la mia amica S., aveva sentito il fischio che fa la mia valigia. Ho indovinato che eri tu, mi ha detto. La mia valigia in effetti ha una ruota fuori asse; per qualche motivo vado sempre in giro con qualcosa di difettoso. Abbiamo riso della mia mania di girare l’Italia sbrindellata, con le scarpe rotte, la valigia rotta, le cose essenziali tutte fuori posto. Poi abbassa la voce e mi fa: e comunque io l’ho visto.

Hai visto cosa? Pensavo che il tono serio, grave, fosse uno scherzo. Una volta le ho detto che ha proprio l’animo del cowboy o dell’uomo d’affari, e lei spesso lo fa apposta, a esprimersi come un uomo d’affari di qualche vecchio film, in cui gli uomini d’affari avevano modi gioviali, aggressivi e molto pratici. 

Ma non era uno scherzo, non stava impersonando l’uomo d’affari e nemmeno il cowboy. 

L’ho visto, mi ha detto, il corpo. Il corpo? Sì, il corpo. Il corpo di chi? 

Il morto, mi ha detto. Era lì. E con la mano ha indicato un punto sul marciapiede opposto, non lontano dal negozio in cui avevo comprato le scarpe celeste polvere, che poi era il colore del cielo in quel momento. Ho sentito un nodo al respiro, ho inghiottito, ho guardato ma sapevo che non avrei visto niente. Per fortuna non porto mai gli occhiali.  

C’erano delle persone in piedi, così mi è parso. E credo che sia stato allora che mi sono resa conto del silenzio. Da quando ero arrivata non era passata neanche un’auto; forse una, ma non di più. Ho pensato che era per quello che il cielo mi pareva impolverato: c’era una patina sopra le cose. Un torpore malsano. Un torpore contagioso – un miasma?
Non fare la cretina, mi sono detta. Quale morto?, ho detto.

S. non aveva più i suoi modi da uomo d’affari del Far West. Era pallida e insolitamente reticente, il che mi allarmava più del pallore. 

Hanno ammazzato uno, proprio lì.

Ma come, hanno ammazzato uno? Chi l’ha ammazzato?

Un tizio che passava. L’ha preso a botte, a colpi di stampella.

E io per qualche motivo mi sono detta che era impossibile: se uno gira con una stampella vuol dire che ha problemi a stare in piedi, mica può inforcare la stampella e usarla come randello. Perderebbe l’equilibrio, cadrebbe. Non mi è venuto in mente che la stampella potesse appartenere alla vittima. Che un uomo ben piantato sui suoi due piedi possa prendere la stampella di uno che zoppica, e buttarlo a terra, e salirgli sopra, e usarla, la stampella, per picchiarlo, e strangolarlo con la stampella perpendicolare alla trachea. 

E pensare che era andata proprio così. 

S. mi ha detto che quando era arrivata lei, c’era ancora un tizio, uno pelato con una maglietta bianca che stava addosso al ragazzo per terra. Un ragazzo?, ho detto io. Era tanto giovane? Pensavo a un adolescente, uno di quei ragazzini macilenti come cannucce. Non so se era giovane, mi ha detto lei, certo non era vecchio. Non era magro, tutt’altro. C’era uno con la maglietta bianca che gli faceva il massaggio cardiaco, poi ha detto: è andata. Ho pensato che volesse dire che si era ripreso: è andata, è andata bene. Senza rendermene conto mi ero convinta che fosse stato un colpo di caldo, un malore.

Ma poi quello con la maglietta bianca si è alzato, e nel frattempo stava arrivando la polizia. E allora ho guardato il ragazzo per terra e ho visto che era morto. L’ho visto dalle gambe, aveva le gambe incrociate, come uno che si vuole riposare, ma chissà perché, le gambe in quella posizione mi hanno fatto indovinare tutto.

Era morto.

E infatti era morto, e l’assassino si era allontanato a passo svelto, ma non troppo. Se n’era andato per la sua strada, lasciando un corpo sul marciapiede, e un tizio in maglietta bianca che si era scaraventato a tentare il massaggio cardiaco, anche se ormai era inutile. Tutto questo davanti a un negozio in cui avevo comprato un paio di ballerine azzurre. Tutto in pieno giorno, in un giorno caldo, con l’aria immobile, poche persone per strada. Poche, ma qualcuno c’era – non l’hanno fermato?

Non hanno capito cosa stava succedendo, o forse sì, forse hanno avuto paura. Però hanno chiamato la polizia – ma subito, o hanno aspettato?

E soprattutto, perché l’ha fatto?

Dice che ha infastidito la sua fidanzata. 

E la fidanzata, non l’ha fermato?

Dice che era entrata in un negozio.

La vittima era un uomo, originario della Nigeria, aveva una moglie e un figlio di pochi anni, meno di dieci. Faceva il venditore ambulante e a quanto pare aveva dei modi insistenti. 

O forse era solo sembrato insistente all’assassino, che l’aveva atterrato e con la sua stampella l’aveva percosso e poi strangolato. Zoppicava perché reduce da un incidente stradale. L’assassinio era un uomo tracagnotto di poco più di trent’anni, originario della Campania. L’avevano preso, l’aveva portato via la polizia.

Mi chiedevo, chissà come si sarà sentito, allontanandosi a piedi, di fretta, ma non troppo. Chissà come si sarà sentita lei, la fidanzata – avrebbe potuto fermarlo, lei? Forse sì, forse anche i passanti, qualcuno dei passanti. 

Ma io cosa avrei fatto? 

Non posso saperlo, mi sono detta. 

Saliamo in albergo, ci siamo dette. Avevamo bisogno di stare un po’ per conto nostro, ognuna nella sua camera.

Sul marciapiede uno scarafaggio è passato perpendicolare alle ruote della mia valigia. Ho cercato di evitarlo ma era troppo tardi. Crac, ha fatto il guscio sotto il sibilo della ruota difettosa. 

Mi viene da vomitare, dico a S.

Anche a me, mi fa lei, ma non potrei giurare che si sia accorta della brutta fine che aveva fatto lo scarafaggio.

Alla reception mi avevano registrata con un altro nome, Alessandra. Il nome non mi è mai piaciuto, ma pensai che forse era un segno, forse per quel giorno potevo essere un’altra, prendermi una vacanza. La ruota non sibilava più, faceva uno strano scricchiolio. Pensavo con orrore allo scarafaggio incastrato nel meccanismo. Sul marciapiedi non aveva lasciato traccia, quindi doveva per forza essersi incuneato fra la ruota e il rivestimento bianco, rigido, della valigia. Non perdere la calma, mi dicevo, fai come farebbe Alessandra. Questa Alessandra che non conoscevo, che a ben guardare nemmeno esisteva, era arrivata proprio al momento del bisogno. Intanto il concierge mi aveva accompagnata su, su in ascensore e lungo il corridoio, crac crac crac. Cercai su internet cosa fare se si schiaccia uno scarafaggio, una delle pagine che consultai sosteneva che se ne uccidi uno poi ne arrivano a frotte, ma aveva tanto l’aria di una diceria, una di quelle leggende che passano per saggezza popolare. Mi feci coraggio, per fortuna in hotel c’erano quei kit per la cura del corpo, uno scatolino di cartone che conteneva una lima semirigida, di cartavetrata. Con il respiro corto per il disgusto, cauta, la infilai fra la ruota e la valigia. Spinsi, frugai. Saltò fuori solo una foglia secca. Presi il telefono e attivai la funzione torcia, per guardare meglio – non c’era niente. Provai a trascinare la valigia sulla moquette bordeaux del pavimento – crac crac crac. Eppure dentro non c’era niente. Forse il guscio era caduto in corridoio.

I giornali nel frattempo rilanciavano la notizia dell’omicidio. Per qualcuno era un delitto, per qualcuno un incidente. Era già scoppiata una polemica sul mancato intervento dei passanti, e un’altra sulla natura razzista del delitto. Altre ancora erano destinate a esplodere: perché certi passanti avevano registrato l’accaduto, e dunque: era legittimo, o no, che i giornali pubblicassero quei filmati? Gli editorialisti erano già pronti per il giorno dopo, molti peana sulla rovina a cui ci ha trascinati la mania di vivere filmando la vita, tutta questa vita virtuale che ci impedisce di vivere davvero. La solidarietà che manca.

Io pensai allora, e lo penso ancora, che era un delitto razzista. E che non c’entrava la vita virtuale, con il mancato intervento, ma una specie di distanza dal corpo percosso, il corpo di un uomo con la stampella, un corpo respinto, remoto, rimosso dallo sguardo di tutti quelli a cui avrà cercato senza successo di vendere la sua merce, fuori dai negozi. Anch’io mi sarei scansata? Tante volte mi sono scansata, con gentilezza che non maschera il fastidio; e ogni volta mi sono sentita un piccolo dolore dentro, ma forse, appunto, era solo fastidio.

Provai a riposarmi un po’, ma non c’era verso. Sul letto bianco, lenzuola lisce da hotel, le mie caviglie tendevano a incrociarsi, e io non potevo non pensare a quella faccenda della postura delle gambe, come me l’aveva descritta S. Com’era possibile che solo da quel dettaglio si fosse accorta che era morto? Era un messaggio così antico, così imperscrutabile – la morte che riconosci da lontano, anche se non ti è mai capitato, anche se non penseresti mai e poi mai di incontrarla lungo una strada disadorna, a cento metri dal mare, uguale a un milione di altre strade calpestate da persone identiche a milioni di altre persone. 

Lei, per esempio, con il chihuahua al guinzaglio, avrà assistito alla scena? E lui, che sta lavando la vetrina del negozio? E quei due che camminano per mano, saranno stati lì, avranno perso l’occasione di salvarlo, se ne saranno accorti? E se qualcuno non si fosse reso conto del pericolo, nello sgomento dell’attimo, ma solo dopo, solo troppo tardi – ecco cosa sarebbe successo a me, di sicuro. Non ho i riflessi pronti, non ho la risposta pronta. E cominciai a disperarmi come se mi fosse successo davvero.

Ero di nuovo fuori, senza valigia, ai piedi sandali con tacchi alti e plateau. Tanto valeva che mi avviassi al palazzetto dove mi aspettavano, anche se il mio intervento era approssimativo e mi ero vestita alla bell’e meglio: in albergo non avrei combinato niente di buono. Mi passò accanto una donna bionda e mi parve che avesse un’espressione dura, cattiva. Anche i bambini nei passeggini avevano occhi crudeli.

Crac, di nuovo, sotto la scarpa. Per fortuna avevo il plateau – chiusi gli occhi, non potevo pensare di vedere un altro scarafaggio, non avrei potuto sostenerlo. Continuai a camminare, mi superò un uomo con la bocca storta, come un taglio. Crac, di nuovo – non guardare, non guardare, non guardare.

Non guardai. E nemmeno al terzo, nemmeno al quarto crac. Arrivai al luogo dell’evento, la piazza era gremita. C’era qualcuno, nella platea, che aveva assistito al fatto orribile del giorno? Qualcuno il cui padre, la madre, il fratello, la sorella, la fidanzata, gli aveva regalato un biglietto per la sera, e che aveva pensato: tanto vale, si era fatto una doccia, spruzzato il profumo ai polsi, che si era pettinato per essere lì, per svagarsi un po’? Non potevo non pensarci, la folla era tanto fitta e numerosa che mi sembrava perfettamente plausibile: che almeno qualcuno avesse un legame diretto col delitto. 

Altrettanto certo era che non ci fossero la moglie, e il figlio, e gli amici, della vittima. Che rabbia, che dolore potevano covare? Chi li consolava? E di sicuro non c’era neanche la fidanzata dell’assassino. Che sera, anche per lei, doveva essere.

La piazza trattenne il fiato per un lungo minuto, un omaggio al morto. Poi ci parve di aver fatto il nostro dovere – era più facile, e più ovvio, agire dopo, con tutta la calma che serve. Era così chiaro, lì, il nostro dovere. Stare in silenzio, chiudere la bocca, chiudere anche gli occhi, chi voleva.

Quando salii sul palco farfugliai qualcosa sul fatto del giorno. Poi feci il mio intervento e scesi.

Un giornalista locale, dietro il palco, mi mostrò uno dei filmati dei testimoni. Era materiale riservato, ma di lì a poco l’avrebbero rilanciato le agenzie di stampa. Una voce gridava, così lo ammazzi!

Ci chiamarono sul palco per prendere gli applausi. Le mani battevano tutte insieme. Una bellissima onda di entusiasmo, tutti all’unisono, tutti concordi. Peccato che nel frattempo le strade fossero state ricoperte da una marea di scarafaggi: dal palco, lì in alto, li vedevo benissimo, tappeto brulicante che rivestiva le strade, le scale, i marciapiedi. Come avremmo potuto camminare, come sarei potuta tornare a casa? 

Avevo i miei plateaux, ma non sarebbero bastati. Già sentivo il rumore, crac crac crac. Già mi cedeva il cuore, ma sorrisi, perché quell’applauso era bellissimo, da farti venire le lacrime agli occhi, e la folla applaudiva, tutta insieme, come un unico corpo gigantesco, e ognuno di loro era così preso dall’applauso che degli insetti non ci importava niente.


Ilaria Gaspari ha studiato filosofia e si è addottorata alla Sorbona con una tesi sullo studio delle passioni. Ha pubblicato parecchi racconti e quattro libri, l’ultimo dei quali è Vita segreta delle emozioni, appena uscito per Einaudi. Tiene corsi e laboratori di scrittura e collabora con diversi giornali.

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