Il crudele apprendistato di Vero Almont

“Non spetta a me interrogarmi sulla gestione dei fondi dell’intelligence americana ma mi pare sempre più evidente che sto – stiamo – ammassando dati, aneddoti, impressioni inerenti al nulla.”. Comincia così il racconto di Federico Di Vita.


IN COPERTINA Michael McGrath, Ghost town No.2

Le pagine che seguono, insieme ad alcuni altri stralci del diario di Vero Almont, sono pubblicati in Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria (Tic, 2015), che ringraziamo.  


di Federico Di Vita

 

Cap. XXI-XXIII

 

21.

Siamo alla fine del 2010, l’inizio del mio terzo anno in Big Babol. Continuo sempre più sporadicamente a prendere appunti che ormai so essere solo per me. Un giorno il mio file verrà smaltito insieme alla congerie di altri prodotti in questa mastodontica inchiesta senza senso. Non spetta a me interrogarmi sulla gestione dei fondi dell’intelligence americana ma mi pare sempre più evidente che sto – stiamo – ammassando dati, aneddoti, impressioni inerenti al nulla. Ho scritto stiamo perché sono sempre più intimamente convinto di non essere il solo a indagare sull’argomento, qui in Italia. In questi tre anni ne ho incontrati a decine di stagisti, redattori, social specialist, uomini e donne più o meno giovani al seguito di imprese sgangherate e inadempienti, senza contratto, non assunti, spesso non pagati. La dedizione di molti di loro mi è sembrata innaturale, il loro zelo rivelatore di altre tensioni, la loro determinazione alta e sospetta: come la mia. Celati dietro alla ridda di telefonate, traduzioni, pacchetti per l’ufficio stampa, comunicati da inviare, contatti sui social network, mi è sembrato di vedere individui intenti a raccogliere informazioni, persone preparate, i cui sguardi furtivi non sono sfuggiti al mio allenato piglio indagatore, e, malgrado per la maggior parte siano abilissimi dissimulatori, penso di aver riconosciuto in tanti di questi occhi gli sguardi di altri agenti segreti, agenti come me.

Naturalmente con l’andare del tempo ho stretto dei rapporti che a questo punto l’abitudine mi indurrebbe a considerare d’amicizia, se non fossi stato allenato al rifiuto di coinvolgimento e sentimentalismi nei quattro anni di accademia al bureau. Comunque tra mail girate, battute sui forum, presentazioni, incontri nelle fiere desolanti, non posso negare di aver sviluppato, perlomeno con alcuni, una consuetudine che mi ha permesso di alleviare la sopportazione del mio assurdo calvario qui nello stivale. In ogni caso il loro peso è incidentale e la loro funzione nei miei resoconti superflua – così come le mie forse errate considerazioni sulla vanità di quest’operazione di spionaggio, considerazioni che non è mio compito fare e sulle quali solo la vastità e la lunghezza dell’indagine mi inducono a indugiare – di tutti loro infatti non farò parola, tranne che di Shlomo, il cui ruolo si chiarirà nelle prossime pagine.

Lo dico subito, la copertura di Shlomo è peggiore della mia. Il nome è troppo ebraico perfino per un italiano; gli atteggiamenti, fermo restando la sua notevole abilità a metter su ogni giorno questa barocca pantomima, sono al limite del macchiettistico (una sera, invitatomi a casa, si è fatto trovare a sistemare sulla tavola apparecchiata per cena centinaia di monete di rame in pile alte e ordinate); riccetto, magrolino, nel suo caso non bastano gli accidentali dettagli biografici – Shlomo è ebreo solo per via paterna – a giustificare una grossolana incongruenza nel suo comportamento: un ebreo non farebbe mai da ufficio stampa per duecento euro al mese per un’insignificante casa editrice della costa marchigiana. Ci siamo conosciuti proprio per via delle case editrici, dovevamo spartirci uno stand alla fiera di Pisa, tutta l’operazione era affidata a un ufficio stampa e a un tuttofare con delega particolare al web. Da quella volta rimanemmo in contatto. Shlomo ha uno spirito tagliente, e il suo sguardo sarcastico spesso tracima dalla presunta serietà imposta dal ruolo che ricopre. Uno come lui è davvero adatto a lavorare nella comunicazione, ma non qui, piuttosto alla Casa Bianca. Naturalmente nessuno ha mai confidato all’altro la vera natura del suo incarico, altrettanto naturalmente i nostri rapporti continuano da sempre nell’alveo della piccola editoria, il surreale bacino in cui siamo colleghi e che raddoppia inconfessabilmente la traiettoria dei nostri destini.

Qualche settimana fa ho cercato Shlomo perché, sebbene la frequenza dei miei rapporti si faccia sempre più evanescente, mi si presentava un’occasione che sentivo di dover registrare. Più libri più liberi: la fiera della piccola e media editoria di Roma, l’annuale baccanale in cui si autocelebra il multicefalo soggetto della nostra indagine.

Il primo anno quelli della Big Babol non avevano lo stand; l’anno scorso me la sono cavata con la scusa di una tempestiva influenza – non vorrei passare per inadempiente, il fatto è che nel mio lungo soggiorno ho scoperto di odiarle, queste fiere. Ma quest’anno Juan Topuzzi alludendo agli «assolutamente ovvi rimborsi» mi ha comunicato che avrei dovuto senz’altro partecipare alla kermesse. A quel punto ho chiamato Shlomo, gli ho proposto di accompagnarmi per un reportage che dovevo stilare per una fanzine letteraria, gli ho detto che avrebbe potuto tenere copia della registrazione e farne quello che voleva, ha accettato divertito.

 

22.

La fiera si tiene al Palazzo dei congressi dell’Eur. Il Palazzo e tutto il quartiere sono opera di architetti razionalisti e come per ogni architettura fascista – e per tutte quelle in qualche misura neoclassiche – si tratta di gradi di variazione sul tema del cubo. Shlomo, come vuole il cliché, ci tiene a disprezzarle, per me alludono infinitamente a certe mattinate autunnali tra i mausolei nel centro di Washington. È una bella giornata, il mio amico mi saluta fuori dal Palazzo, siamo in fila al gabbiotto degli accrediti, in quanto addetti alla filiera perlomeno non paghiamo. Mi aggiorna sulla sua situazione: non gli hanno ancora fatto il contratto ma in compenso ogni paio di mesi l’editore gli propone di rilevare parte della casa editrice per ventimila euro. Al mese continuano a dargliene duecento, in nero. Lo invidio un po’: con quei duecento ci pagherei gli spostamenti per Milano, poi lui lavora in riva al mare.

Comincia così il nostro viaggio tra gli stand dei quattrocentotrentuno editori di Più libri più liberi. Siamo all’interno dell’enorme cubo di marmo, cuore del nostro resoconto. Quello che ci si para innanzi è un grande spazio quadrato circondato da due file di corridoi su tutti i lati, replicate al secondo piano. Nell’aula centrale, nei corridoi, sui ballatoi, e pure nelle stanze seminterrate, lo spazio è declinato in un ordinato dedalo di stand di cartonato e lamiera; in alto svetta in rosso su campo bianco il nome della casa editrice. Alcune provano ad attirare l’attenzione con poster, hostess che offrono salumi, vino acido versato in bicchieri di plastica, standisti chiusi in gabbia con a terra un tappeto di paglia o alzando stendardi appesi a lunghe canne da pesca. Quello che riporterò non è altro che il dialogo tra due addetti alla filiera, perché in questa veste ci siamo andati e (a parte qualche notazione) lo trascriverò così come è avvenuto.

 

23.

SHLOMO: «Per prima cosa c’è da dire che in fiera ci sono quattro tipi di editori: una nicchia del 5 per cento fa libri normali che potrebbero interessare a qualcuno; poi un 50 per cento tratta di esoterismo, con titoli come Curarsi con le essenze di maggiorana e Il potere segreto delle tue mani. Adesso ti faccio vedere tutto. La terza categoria consta di un tizio sui trentacinque che ti spiega che lui ha fondato una casa editrice, la casa editrice ha pubblicato il suo libro, e questo parla di un giovane che cerca lavoro e intanto si innamora e poi però si lasciano. Il quarto gruppo è costituito dagli editori iperspecializzati con collane di centoquaranta titoli su come far crescere le piante officinali in un ambiente chiuso, o trecentosettanta sulle meraviglie della costiera di fronte a Savona».

Vedo che Shlomo ha preso a cuore la faccenda, sin dalle scale del Palazzo mi bombarda di considerazioni e stravaganti statistiche su quanto ha visto negli anni precedenti. Se ne avessi il tempo farei fatica a credergli ma mi anticipa levandomi dalle mani il cordino col pass: mi spiega che lo si deve portare al collo, non tanto per esibirlo – per quello basta un secondo – quanto per, be’, pavoneggiarsi di essere addetti alla filiera, vantarsi di avere un ruolo in questo ambaradan. Senza contare, ha prontamente aggiunto, che con il pass in mostra questa storia dell’intervista viene meglio.

VERO ALMONT: «Non è un’intervista, è un reportage».

S: «Un reportage, un reportage…»

Shlomo, da quando lo conosco, mi parla con entusiasmo di questa fiera e mi racconta di quelli che lui chiama «commoventi capolavori». Dicendo così, generalmente allude a titoli come Il potere della gioia per curare il tumore e Vuoi leggere gli appunti del mio viaggio? domanda retorica a cui prontamente fa seguire la sua risposta: no. Quando parte con i suoi resoconti gli do un po’ di corda, ridacchio, ma devo ammettere di non credergli fino in fondo, comunque ora che siamo qui, non posso che seguirlo.

V: «Shlomo, guarda: Psichiatria e Nazismo, sembra un titolo interessante…»

S: «Niente di fronte a quello che vedremo oggi».

V: «Mi sembra un buon inizio».

S: «Fidati, è niente. Intanto guarda questa, è una di quelle case editrici che parlano solo di moda».

V: «E dei nazisti».

S: «E dei nazisti, perché c’è Intervista sul nazismo magico».

V: «Dici che è tra le nuove mode?»

Dibattendo intorno all’affascinante spunto ci imbattiamo in un agile libretto che con la sintesi tipica dei grandi spiriti l’autore ha intitolato Filosofia. Poco dopo siamo davanti a uno stand che a differenza degli altri non rappresenta un editore ma tutta una regione, il Lazio. Shlomo vi riconosce il sintomo di un malcostume sociale e a tal proposito condivide con noi una discutibile soluzione.

S: «Questi sono una sorta di ammortizzatori sociali, in teoria è gente tipo noi, in verità sono amici di amici. È la simulazione della creazione di un valore».

V: «La Regione Lazio fa lavorare gente che era come noi quindici anni fa».

S: «Io ho la soluzione comunque, gasare tutti quelli nati prima del ’45».

V: «Vedo che la storia non ti ha insegnato nulla, Shlomo».

La vista mi cade sul sorprendente Anche un miope può guarire – Guida a un metodo naturale per il recupero della vista. Devo ammettere che i primi banchi della fiera mantengono quanto Shlomo promette.

V: «Guarda questo: Il Papa mago».

S: «Purtroppo è un romanzo. Per un saggio era un titolo bellissimo».

V: «Di fronte a tutto ciò viene voglia di imbattersi in un libro fatto tutto di titoli. Un libro magari è troppo, ma due o tre pagine… guarda il simbolo di Fermento!»

Il simbolo di Fermento è una grossa fragola che sovrasta il nome dell’editrice, scritto in rosso con la T in verde. Il font usato per il nome e l’illustrazione della fragola sembrano tratti da un libro per bambini con i contorni delle figure riempiti male. Intorno allo stand insiste un pullulare di autori della casa editrice, armati di segnalibri importunano i passanti; tra questi uno dei narratori di punta di Fermento, Marco Zarfati.

V: «Marco Zarfati, Io ci sto. È qui allo stand e propone il suo libro».

S: «Lo fa da anni, è sempre lui».

V: «Guarda quello, Metamorfosi, con AMOR scritto grande, in mezzo».

RAGAZZA: «Cosa cosa su quel libro?»

S: «No, dicevamo che il titolo era bellissimo con…»

V: «Met amor fosi».

RAGAZZA: «Sono l’autrice, per quello ti chiedevo…»

S: «Vorrei aprire una parentesi su Fermento. Per farti capire la qualità. Già che ce l’abbiamo in mano prendiamo MetAMORfosi, di cui leggerò la quarta: “Il cielo ci osserva, recita un noto adagio, ma cosa vede? MetAMORfosi ce lo narra con la semplicità, immediatezza e sincerità che riesce fin dalle prime pagine a catturare il lettore. È la storia di Silvia e Luca, apparentemente incompatibili perché appartenenti ad età differenti, è la storia dei genitori di Lei, Roberto e Chiara, costretti dalle incomprensioni a vivere un difficile periodo di separazione. La storia di Marco e Simona in aperta crisi nel momento in cui lei scopre di essere incinta. Sono storie segnate, drammatiche, irreversibili. Oppure no? Forse occorre solo osservare con attenzione per scoprire che nessun ostacolo è mai davvero insormontabile. La stella custode e narratrice del libro ci dona la facoltà di addentrarci tra i pensieri e le sensazioni più profonde di ognuno di noi, accompagnandoci in un viaggio all’insegna del più alto e nobile sentimento dell’uomo…”»

V: «…l’amore».

Allontanandoci di qualche passo ci ritroviamo catapultati nel Medioevo grazie a Penne e papiri edizioni, che finalmente ci scorta nel mondo dei templari. Tra i titoli che catturano l’attenzione di decine di avventori (è uno degli stand col più alto tasso di sosta nel corridoio dove siamo) ci sentiamo di appuntare Macchine d’assedio medievali, Mangiare medievale e Le erbe delle streghe del Medioevo. Una considerazione a parte merita invece Della sapienzialità templare, con i sigilli dei crociati in omaggio. A questo punto Shlomo mi confida la sua difficoltà – se non c’è l’autore in persona – nel cogliere lo spessore della narrativa. Comunque questo peso non ne rallenta la furia illuminista.

S: «Ti può interessare Lettere di emigrati da Rocca Mandolfi

V: «Sarebbe bello conoscerne l’editore».

S: «Cosmo Iannone editore, Ho ricevuto la tua – Lettere di emigrati da Rocca Mandolfi».

V: «Mi sa che non resisto più».

 

Due-tre pagine di titoli

Giungo ora all’ineffabile centro del mio resoconto, arriva qui la mia disperazione di relatore. È infatti impossibile rendere idea della messe di titoli dispiegata nei meandri di questo Palazzo. Accatastati, impilati, in forma di cuore e al contempo anticati, allegati agli “ormoncini”, chiusi in pacchetti di cellofan come fette di carne, legati insieme da nastri dorati e offerti in ceste di vimini con vini e panettoni, abbinati a piccole mortadelline, regalati, scontati, strappati, stampati male, scritti con inchiostro azzurro, con le copertine in cacca di elefante (le più ecologiche, finché non andranno di moda), pieni di disegni e pieni di disegni di tessuto da tocchicchiare, con errori di battitura nel titolo e appesi a dei ganci alternati a dei prosciutti, qui, al centro del cubo, centro di quanto la sedicente editoria di qualità avrebbe da proporre, mi trovo a mal partito, so che non renderò l’idea, so che non basterà, tuttavia qualcosa annoterò. Qui ho visto un libro intitolato Quaglie, e sul poster a grandezza d’uomo uno sdentato molisano esibire carcasse di volatili. Ho letto – sempre in copertina e sempre con le dimensioni e nel posto riservato ai titoli – Le confidenze di un gatto. Quindi Il cantante del Lager, Il sapore della speranza e Pagati per vergognarci. Ho preso in mano la Guida pratica all’autoguarigione e quella alla Beat generation: Kerouac, rinascimento interrotto, che è avvolta in una cinghia gialla: è in regalo. Ho letto titoli interrogarci: Alberi? e altri pronti a giustificarsi: Vengo e mi spiego (di Diego Astori). Ho intuito le traiettorie della Mafia – Dalla mattanza a Provenzano, e quelle delle Derive dell’ipnosi: Misticismo, Ufologia e Giurisprudenza. Ho ammirato il Trittico romano e del Lazio: i tesori artistici, ritrovato I templari a Civitavecchia – E nel territorio tra Tarquinia e Cerveteri, e compianto una volta ancora Er go’ de Turone. Grazie a Paola Giovetti abbiamo conosciuto i Bambini cristallo – Da indaco a violetto per un mondo migliore, prima di distrarci con Sherlock a Shanghai, il primo investigatore cinese. La suspense ci ha sorpreso con le Tracce di rossetto, di Greil Marcus (Odoya editrice), mentre Giuseppe Patanè ha placato i nostri dilemmi col capitale Megaverso e fenomeni trascendenti. Il libro della digitopressione e Tajikuan – Tecniche di lunga vita mi hanno messo in contatto con i poteri del nostro corpo (devo riconoscere che quando Shlomo alludeva a questi titoli pensavo che scherzasse), così come Il grande molosso iberico (una monografia di cinquecento pagine) ci rivela tutti i segreti del mastino spagnolo. Accanto a Io adolescente difficile troviamo Io donna kamikaze, mentre Marketing islamico insegna 36 stratagemmi per sconfiggere e trionfare oggi. Finalmente sono pronto a tuffarmi nelle Energie del cosmo: la vostra inesauribile fonte di potere, I chakra teoria e pratica sono Acqua passata. Vedo Natuzza Evolo e le anime del Purgatorio e per la collana Punti di vista Dipendenze senza sostanza – Prevenzione e terapia (edizioni Psiconline). L’Etica del bushidō – Introduzione alla tradizione guerriera giapponese non mi impedisce di godere del Parapendio dell’amore, così come il Trattato di scherma col bastone da passeggio non mi tiene lontano dalla Cucina della filibusta – il vero tesoro dei pirati caraibici. A Ipazia, un diavoletto e molti libri accompagno La dieta Agar Agar – un mezzo facile e gratuito per mantenersi in forma; così come i Bagni derivativi ben si sposano con gli Aforismi Yoga di Pantala Yahaijy. Salvo Formisano è «il Simenon napoletano» e Marco Viti il prefatore di Crimini etruschi per la nobile editrice Laru. Ho scoperto il Manuale di riflessoterapia del piede e La cucina dei cinque elementi e quando Shlomo mi ha passato Il codice ermetico del dnaPrincipi sacri nell’ordinamento dell’universo l’ho abbracciato e insieme abbiamo pianto commossi da altri livelli di rinnovata consapevolezza. A quel punto mi è sembrato naturale che il libro dei bagni derivativi avesse un seguito e che qualcuno chiedesse Maestro, perché? (Risposte dall’invisibile). Ho scoperto la Meteorologia marittima e le raffinate tecniche di combattimento di Boxe at Gleeson’s Gym – Dal tempio mondiale della boxe il manuale fondamentale per il pugile, di Wilson Basetta. Godo ci insegna «il modo giusto di camminare», e visto che la vita è un viaggio, andando, è importante non dimenticare Responsabilità e tutele per danni cagionati da animali. Mi sono chiesto in che modo Acqua storta – un amore omosessuale nella camorra sia parte di Italia – il grande inganno: 1861-2011, non lo so, ma convengo con Shlomo che ogni risposta è custodita nell’inaccessibile Fede Bahaij: Mosè, Zoroastro, Krishna, Buddha, Cristo, Maometto, llbab, Ba’hau La, che è l’ultimo profeta, nato nel 1863. Da ora in avanti sempre a loro ci rivolgeremo per sapere cosa fare con Questo latte che minaccia le donne. Questo e molto, molto altro produce l’editoria italiana e noi lo ammiriamo qui, estasiati, Shlomo e io, e non posso fare altro che scusarmi della parzialità del mio scarno resoconto, oltretutto incapace di chiudersi con una nota di certezza: è infatti una domanda quella che ci ronza in testa da quando caracolliamo per i corridoi del salone: come è possibile che ogni editore al mondo abbia in catalogo un libro di Erri de Luca?


FEDERICO DI VITA È NATO A ROMA E VIVE A FIRENZE. HA CURATO LA RACCOLTA DI RACCONTI CLANDESTINA (EFFEQU, 2010), È AUTORE DEL SAGGIO-INCHIESTA PAZZI SCATENATI (EFFEQU 2011, POI TIC, 2012) – PREMIO SPECIALE NELL’AMBITO DEL PREMIO FIESOLE 2013; E, INSIEME A ILARIA GIANNINI, DEL LIBRO “I TRENI NON ESPLODONO. STORIE DALLA STRAGE DI VIAREGGIO” (PIANO B, 2016).

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