Il cyborg spirituale

Siamo umani, ma nel nostro essere umani ci sono aspetti da macchina. Altri, invece, in cui siamo noi stessi gli ingegneri.


IN COPERTINA e lungo il testo un’opera da Humani Victus Instrumenta

Questo articolo è un estratto da Techgnosis, di Erik Davis – ringraziamo l’autore e Nero Edizioni per la gentile concessione.


Di Erik Davis

Se la storia umana è la storia di una creatura che facendo la muta si trasforma da scimmia ad angelo – o, come sosteneva Nietzsche, da bestia a Superuomo – allora a un certo punto del cammino sembra proprio che ci tocchi diventare macchine. È un destino radicato nella nostra evoluzione storica recente. Infatti, mentre i motori della civiltà ci allontanavano sempre più dalla danza imprevedibile e spesso malevola della natura, abbiamo preso le distanze dall’immaginazione animistica che un tempo ci immergeva in una rete di forze materiali e intelligenze dominanti. Abbiamo iniziato a sognare di trascendere le vecchie divinità, di controllare le nostre «anime animali», di costruire un paradiso urbano su una Terra sottomessa. Siamo diventati moderni. La tecnologia non è certo l’unico mezzo attraverso cui gli umani hanno espresso o inculcato la loro esperienza di separazione dalla natura, ma di certo è diventata la modalità occidentale. Si potrebbe addirittura dire che l’Occidente moderno ha stretto un patto con le macchine, quegli assemblaggi sistematici di componenti funzionanti e potenzialità a cui per definizione manca uno spirito vitale, un’anima ancorata all’ordine metafisico delle cose. E così oggi, dopo aver tecnologizzato il nostro ambiente e isolato l’io dentro uno spirito scientifico, non ci rivolgiamo più alla natura per trovare un’eco della nostra condizione. Ora scorgiamo il nostro riflesso, addirittura il nostro stato d’animo, nei movimenti e nei processi di ragionamento delle macchine. 

Questa relazione immaginale tra uomo e macchina è frutto di una lunga gestazione. Le prepararono il terreno i cosmologi dell’antica Grecia, ma riuscì a catturare davvero l’immaginazione quando smanettoni come Erone iniziarono a costruire i fantasiosi proto-robot che chiamiamo automi: divinità meccaniche, bambole e uccelli che affascinavano le popolazioni antiche e medievali quanto oggi affascinano i bambini a Disneyland. Gli elaborati orologi che decoravano le chiese medievali erano spesso corredati da figurine meccaniche che rappresentavano peccatori, santi, tristi mietitori e bestie, tutti a imitare il nostro passaggio nel tempo. Il concetto di un cosmo meccanicistico a cui contribuirono questi orologi ci accompagnò alla soglia filosofica di Cartesio, il quale adottò l’idea rivoluzionaria che i corpi non sono animati da alcuno spirito. La differenza tra un essere vivente e un cadavere non era per nulla diversa da quella tra un orologio carico e un automa esaurito. La Chiesa cattolica riconobbe la minaccia posta dalla nuova filosofia meccanicistica di Cartesio, ma si accontentò della soluzione dualistica del filosofo: semplicemente, dividere la res cogitans, il dominio della mente, dalla res extensa, il mondo spaziale dei corpi e degli oggetti, insistendo che non dovessero mai incontrarsi. 

L’enorme potere produttivo della filosofia cartesiana portò a instaurare un gelido meccanicismo nella visione del mondo occidentale, al punto che oggi la fragile parete eretta da Cartesio a protezione del soggetto pensante è crollata. Neuroscienziati, psicofarmacologi e genetisti stanno uscendo dal tracciato per esplorare la natura selvaggia della mente umana, mappando ogni fase del percorso. Le immagini e le esperienze più preziose dell’io sono colonizzate da linguaggi scientifici autorevoli che minacciano di ridurre le nostre menti e le nostre personalità a meccanismi complessi: assemblaggi alla Rube Goldberg di codici genetici, abitudini mammifere e tinozze ribollenti di sostanze neurochimiche. La psicologia moderna fatica a tenere in vita i suoi racconti vetusti; come ha commentato la rivista Time, persino il complesso di Edipo, il grande dramma della personalità umana, ormai è ridotto a una questione di molecole. 

Sapendo di più sui rudimenti della vita umana, finiamo inevitabilmente per sospettare che le nostre azioni, idee ed esperienze, all’apparenza così spontanee e libere, siano programmate nel corpo-mente con l’inesorabilità di un orologio meccanico. Rivolgendosi al comitato congressuale che finanziò il Progetto genoma umano, mirato a mappare l’intero codice genetico della nostra specie, il premio Nobel James Watson disse: «Credevamo che il nostro destino fosse nelle stelle Ora sappiamo che, in larga misura, il nostro destino è nei nostri geni».1 Come se non bastasse questo determinismo genetico, i sociologi e gli psicologi hanno accumulato un mucchio di prove che rivelano gli schemi profondamente automatici della nostra vita culturale e sociale, schemi che affiorano non solo dai nostri istinti animali ma dalle istituzioni, dai drammi familiari e dai condizionamenti culturali. Il comune buon senso potrebbe non essere così comune, dopo tutto; la comprensione di cos’è la normale realtà può semplicemente rappresentare il potere di ciò che lo psicologo Charles Tart definisce la «trance del consenso». 

Con il relativo declino di regimi politici apertamente autoritari, ci crediamo più «liberi», ma il potere della trance del consenso forse già impregna la nostra epoca ultraconnessa e ipermediata. Come dimostra la puntigliosa gestione scientifica della fabbrica taylorista, il capitalismo ha una lunga e vivace storia di accoglienza rispetto a qualsiasi forma di tecnologia e quadro istituzionale che permettano di inserire gli esseri umani in estese ed efficienti megamacchine di produzione e consumo. La spensierata economia «postindustriale» dovrebbe essersi lasciata alle spalle questi meccanismi di controllo senz’anima, ma in realtà la megamacchina si è semplicemente frammentata e trasformata. Mentre rifila la sua catena di montaggio primitiva ai paesi in via di sviluppo o agli sweatshop illegali, la megamacchina «spiritualizza» le sue operazioni di routine inserendole nella maglia cibernetica immateriale del lavoro informatico, oppure nei sofisticati giochi di marketing consoni a una società basata sul consumo compulsivo. Il piccolo vagabondo di Charlie Chaplin incastrato negli ingranaggi dei Tempi moderni è diventato virtuale, trasformandosi al tempo stesso nel networker che fa shopping da casa e nell’operaio elettronico sfruttato, microgestito al nanosecondo in ogni suo battito sulla tastiera e in ogni sua pausa in bagno. 

Come notò Marshall McLuhan nei primi anni Settanta: «Siamo tutti robot quando siamo acriticamente coinvolti nelle nostre tecnologie».2 Oggi ci sono molte più tecnologie da cui lasciarsi coinvolgere, molti più circuiti cibernetici che ci richiedono di essere collegati e accesi. A causa dell’ininterrotta sovranità ideologica della scienza riduzionista e del dominio socioculturale della sua progenie tecnologica, l’isola un tempo gloriosa dell’umanesimo si sta sciogliendo in un mare di silicio. Ci troviamo intrappolati in un banco di sabbia cyborg, in bilico tra le vecchie storie che bruciano lentamente nel fuoco dei falò e i nuovi network di programmazione e controllo. Stiamo perdendo la fede nel libero arbitrio o nella coerenza della personalità, ma scorgiamo androidi nello specchio del bagno, con lo sguardo annerito di nichilismo: il vuoto insensato che Nietzsche individuò più di un secolo fa come il tallone d’Achille della civiltà moderna. 

Manco a dirlo, la perdita dell’anima motrice turba molte persone. Gran parte dell’attività spirituale, New Age e religiosa del momento consiste, in un modo o nell’altro, nel distruggere o rimpiazzare l’immaginario riduzionista e meccanicista. Tanto i cristiani fondamentalisti quanto i nativi americani animisti attaccano la teoria darwiniana della selezione naturale, mentre agopunturisti e guaritori olistici riattizzano la forza magica del vitalismo. La psicologia degli archetipi cerca di recuperare le immagini senza tempo dell’anima, mentre i mistici ecologisti invocano un «reincantamento della Terra» e rifiutano il mondo dei centri commerciali e delle zone mediatiche virtuali. Anche gli umanisti progressisti raspano alla ricerca di valori, di una «politica del significato» che possa resistere all’intrusione continua del pensiero tecnologico. 

Ma potremo mai mandare indietro gli orologi, tornare a un tempo in cui gli orologi ancora non c’erano? Forse l’immagine dell’uomo come macchina racchiude più promesse di quanto credano i suoi detrattori, soprattutto se non può dominare totalmente la nostra visione. Secondo un certo tipo di seeker – «cercatore» – del ventesimo secolo, in effetti, non si può raggiungere l’antico obiettivo ritirandosi nel romanticismo, nell’ortodossia religiosa o negli incantesimi magici. Invece di negare gli aspetti meccanici o automatici dell’essere umano, questi cercatori incanalano la propria ricerca psicospirituale attraverso l’immagine della macchina, utilizzando il meccanismo per azionare, per così dire, il segnale della sveglia. Parafrasando il mistico sufi Hazrat Inayat Khan: un aspetto del nostro essere è una macchina, l’altro aspetto è un ingegnere. In quest’ottica, il primo passo verso il risveglio è riconoscere quanto siamo storditi e automatizzati; queste osservazioni spassionate e riduttive ci aiutano a dissipare le illusioni, a rivelare possibilità autentiche, permettendoci, paradossalmente, di coltivare alcuni aspetti profondamente umani dell’essere. La macchina, perciò, funge da specchio interattivo, da Altro ambiguo in cui ci riconosciamo e, allo stesso tempo, contro cui ci misuriamo. Questo è il percorso del cyborg spirituale, un cammino che con i suoi circuiti ronzanti e i suoi bypass dei comandi rappresenta sia i pericoli sia la promessa della tecnognosi.


Erik Davis è un critico culturale, scrittore e intellettuale statunitense. Nei suoi testi ha spaziato dal giornalismo musicale alla controcultura, dall’esplorazione creativa del misticismo esoterico all’esperienza visionaria della psichedelia. Oltre a Techgnosis, testo di culto pubblicato per la prima volta nel 1998, è autore di The Visionary State: A Journey Through California’s Spiritual Landscape, Nomad Codes: Adventures in Modern Esoterica e High Weirdness: Drugs, Esoterica, and Visionary Experience in the Seventies.

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