Il deserto del reale e l’inversione tra fatti e finzione



Lo studioso di teorie del complotto Michael Barkun lo chiama “fact/fiction reversal”, ossia il capovolgimento tra fatti e finzione che spesso è alla base delle teorie complottiste. Ma che oggi sembra un meccanismo capace di dilagare in modo molto più ampio e pervasiva che nella nicchia dei complottisti.


In copertina e nel testo: The Weather project, dell’artista olafur eliasson

di Roberto Paura

La prima puntata della serie televisiva Sluga Naroda (“Servitore del popolo”) fu trasmessa sulla televisione ucraina il 16 ottobre 2015. Raccontava di un insegnante di storia del liceo, Vasyl Goloborodko, che grazie a un video virale in cui prende posizione contro la dilagante corruzione del paese diventa d’un colpo presidente dell’Ucraina. Poco più di un anno fa, sull’onda del successo della serie, il suo protagonista, l’attore Volodymyr Zelenskij, fonda un partito con lo stesso nome della fiction. Il 21 aprile 2019 diventa presidente dell’Ucraina. Questo clamoroso episodio di trasformazione della fantasia in realtà non è così inedito come potrebbe sembrare. A molti, all’indomani della vittoria di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, è sembrato di vivere in un film, anche se non è chiaro quale. C’è per esempio un episodio dell’undicesima stagione dei Simpson, Bart to the Future, dell’anno 2000, in cui il presidente degli USA è proprio Donald Trump. L’episodio si rifaceva, come il gioco di parole del titolo suggerisce, a Ritorno al futuro (“Back to the future”), in particolare al secondo capitolo della trilogia cinematografica di Robert Zemeckis, dove l’antagonista Biff, grazie all’aiuto di un almanacco sportivo proveniente dal futuro, è diventato, nel 2015 (trent’anni dopo gli eventi narrati nel primo film), uno degli uomini più ricchi d’America e padre-padrone di Hill Valley, la cittadina del protagonista, trasformata in un incubo liberal-totalitario fatto di giganteschi casinò e squadracce pseudo-fasciste. Lo sceneggiatore, Bob Gale, avrebbe successivamente ammesso di aver tratto ispirazione proprio dal personaggio di Trump, la cui Trump Entertainment Resorts, mix di complessi alberghieri pacchiani e sguaiati casinò, era all’epoca all’apice del successo. Nel discorso del suo insediamento, Trump dichiarò che il suo obiettivo sarebbe stato quello di “trasferire il potere da Washington DC e restituirlo a voi, al popolo”. Su Twitter e su 4chan gli utenti si scatenarono: quel passaggio sembrava ripreso dal delirante discorso di Bane, il cattivo del film Il cavaliere oscuro – Il ritorno, a Gotham City: “Noi togliamo Gotham ai corrotti! Ai ricchi! Ai persecutori di generazioni che vi hanno sottomesso con la chimera di un’opportunità, la restituiamo a voi… il popolo!”. La coincidenza appariva ancor più singolare per il fatto che sui thread complottisti dei social network era già impazzata, l’anno precedente, l’ipotesi che una scena dello stesso film avesse in qualche modo anticipato il disastro aereo del volo Germanwings 9525, in cui il folle copilota Andreas Lubitz fece schiantare l’aereo sulle Alpi provenzali uccidendo tutti i passeggeri. Nel film (del 2012), Bane prende il possesso di un aereo dove si trova prigioniero e lo fa schiantare sul fianco di una montagna facendo ricadere la responsabilità apparente sul copilota. Circostanza tipica delle teorie del complotto, indizi pretestuosi vengono portati a supporto della tesi: per esempio, che il volo Germanwings 9525 sia precipitato nei pressi di una località chiamata “Bain” e che tra gli investigatori del caso ci fosse un certo Bruce Robin (come Bruce Wayne, il vero nome di Batman, e il suo aiutante Robin).  

 

Il meccanismo del fact-fiction reversal

Che la fiction abbia, in certi casi, la capacità di anticipare la realtà, è un dato di fatto. Qui però siamo su tutt’altro piano. È quello che Michael Barkun, professore emerito di scienza politica alla Syracuse University e rigoroso studioso di complottismo, nuove religioni e mentalità apocalittica, definisce (nel suo libro A Culture of Conspiracy) fact-fiction reversal, l’inversione tra fatti e finzione. Barkun individua in questo meccanismo uno degli elementi peculiari della mentalità complottista contemporanea; oggi possiamo senz’altro estenderne il ragionamento ponendolo come architrave della società della post-verità, concetto posteriore agli studi di Barkun ma che invera le sue previsioni sulle attuali derive della contemporaneità. Il meccanismo dell’inversione tra fatti e finzione consiste non semplicemente nel venire meno del confine che divide questi due reami, ma nel loro scambiarsi di posto: per la mentalità complottista, il mondo dei fatti è in realtà una finzione e ciò che sembra finto è in realtà un fatto. In particolare, film, romanzi, serie televisive, fumetti, tutto ciò che classifichiamo come fiction, vengono ritenuti rappresentazioni realistiche e accurate della realtà. A volte perché nascondono messaggi in codice rivolti a cerchie di iniziati; altre volte perché i loro autori se ne servono per veicolare al pubblico verità importanti che i “poteri forti” vogliono nascondere; in altri casi ancora perché queste opere di fiction farebbero parte di una campagna per indottrinare il pubblico e prepararlo a rivelazioni successive. Un caso di scuola analizzato da Barkun è quello del film Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), che per il pilota d’aerei e ufologo John Lear sarebbe stato realizzato come parte di una campagna del Pentagono per preparare gli americani alle rivelazioni di contatti segreti tra il governo degli Stati Uniti e intelligenze extraterrestri già da molti anni. Steven Spielberg, regista di Incontri ravvicinati e del successivo E.T. (1982), sarebbe stato assoldato dalla cerchia interna dei “contattisti” del governo per sostituire, alla tradizionale immagine degli alieni cattivi, una versione benevola, al fine di “indorare la pilla” della futura rivelazione. Per l’ufologo Jon King, invece, il film Independence Day (1996) sarebbe una prova del fatto che le ricerche sugli extraterrestri e gli UFO sono state trasferite dall’Area 51 a una nuova base, altrimenti il governo non avrebbe mai consentito a un blockbuster così smaccatamente concentrato sull’Area 51 l’autorizzazione a uscire nelle sale. Di casi del genere possiamo trovarne a decine. Secondo Bill Kaysing, autore di We Never Went to the Moon (1976), il libro che introdusse l’ormai diffusissima – per quanto incredibile – credenza che non siamo mai andati sulla Luna (o perlomeno che la missione Apollo 11 fosse un falso), lo sbarco del 1969 fu firmato da Stanley Kubrick. Il regista aveva firmato l’anno prima il suo capolavoro, 2001: Odissea nello spazio, all’avanguardia nel campo degli effetti speciali, e una parte importante del film era ambientata sulla Luna. Si sarebbe trattato della “prova generale” delle riprese dell’Apollo 11, spacciate poi per vere dalla NASA, che avrebbe costretto Kubrick a girare la messinscena con la minaccia di rivelare il coinvolgimento del fratello Paul nel partito comunista (in realtà Kubrick aveva solo una sorella, o magari “questo è quello che ci hanno fatto credere”). Ulteriori ricami su questa leggenda prendono in considerazione presunti indizi che Kubrick avrebbe sparso nel suo film Shining (1980) per svelare il suo coinvolgimento nel falso allunaggio: dal maglione indossato dal piccolo Danny, su cui è ricamato un razzo con la scritta “Apollo 11”, al fatto che la stanza misteriosa dell’albergo in cui è ambientato il film, che nel romanzo di Stephen King è la 217, diventa qui la 237, riferimento alle 237.000 miglia che separano la Terra dalla Luna (in realtà la distanza è leggermente diversa). Il film di Peter Hyams Capricorn One (1978), in cui si racconta di una finta prima missione umana su Marte realizzata in gran segreto da un inner circle della NASA, sarebbe un’ulteriore rivelazione del Moon Hoax. Ancora: tutto il cosiddetto “fenomeno 2012”, l’isteria di massa legata alla presunta profezia Maya sulla fine del mondo datata 21 dicembre 2012, è legato al meccanismo del fact-fiction reversal. Tra i principali trigger del fenomeno a livello mediatico, la puntata finale di X-Files (di per sé a lungo considerato un prodotto dell’inncer circle per svelare al mondo i legami tra governo americano e alieni) in cui Mulder e Scully scoprono che la data dell’invasione aliena è fissata proprio al 21 dicembre 2012, e il blockbuster di Roland Emmerich 2012 (2009), anticipato da un’imponente campagna mediatica basata sullo slogan “cerca 2012 su Google”. L’idea alla base del film, secondo cui un piccolo gruppo di super-ricchi, preavvertito dell’imminente catastrofe, avrebbe cercato di garantirsi la sopravvivenza lasciando la Terra a bordo di nuove “arche di Noè” spaziali, si ritrova nelle credenze di molti preppers, i catastrofisti che in vista dell’apocalisse hanno cercato di assicurarsi un posto in un bunker, e forse ha ispirato anche alcuni magnati della Silicon Valley a comprare appezzamenti di terreno in Australia e Nuova Zelanda, per garantirsi un piano B in caso di collasso della civiltà. In modo analogo, la scelta del Center for Disease, Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti di definire con il termine zombie apocalypse, “apocalisse zombi”, uno scenario catastrofico imprevisto, pubblicando nel 2011 un apposito manualetto a fumetti dal titolo Preparedness 101: Zombie Apocalypse, ha sortito come unico effetto quello di aumentare l’allarmismo dei cittadini americani. Dal momento che i morti viventi fanno parte del loro immaginario collettivo, in un’epoca di ansie crescenti diventa facile immaginare che gli zombi escano dal reame della fiction per invadere il mondo reale, se persino un ente della sanità pubblica attinge a quell’immaginario per definire i propri scenari estremi. Da allora, l’idea si è diffusa in modo contagioso e i timori di possibili infezioni virali incontrollate in grado di trasformare le vittime in zombi è transitata dal cinema (World War Z) al mondo reale. Non bisogna peraltro dimenticare che il film World War Z traeva ispirazione da un manuale prepper scritto da Max Brooks, dal titolo Manuale per sopravvivere agli zombi (2003), vera e propria guida di sopravvivenza agli scenari apocalittici.  

 

Dagli Illuminati a QAnon

Che dire allora dell’influenza dei romanzi di Dan Brown nel promuovere alcune “leggende metropolitane”, come quella secondo cui la Chiesa avrebbe davvero cercato di nascondere, dal Concilio di Nicea in avanti, le prove di una progenie di Gesù e Maria Maddalena, come narrato nel Codice Da Vinci (2003), o la credenza nell’esistenza di una setta supersegreta, gli Illuminati, impegnata da secoli in una guerra segreta contro la Chiesa, raccontata in Angeli e demoni (2000)? Quello degli “Illuminati” è da tempo un leitmotiv dell’immaginario legato al New Word Order, l’idea cioè che il mondo sia governato da una super-élite mondiale segreta, una casta di burattinai che si nasconderebbe dietro la patina dei sistemi liberal-democratici per perseguire i suoi oscuri disegni. La Trilogia degli Illuminati di Robert Shea e Robert Anton Wilson, scritta negli anni Ottanta, mette apparentemente in ridicolo il milieu complottista del Nuovo Ordine Mondiale, ma il libro di Robert Anton Wilson Cosmic Trigger (1977), che precedette di alcuni anni i romanzi scritti con Shea e che, grazie anche a una prefazione di Timothy Leary, godette di grande notorietà nei circoli della controcultura dei tardi anni Settanta, tratta estesamente degli Illuminati e di un presunto complotto mondiale. Non c’è dubbio che molti dei lettori di Williams si siano convinti, leggendo il libro, che gli Illuminati esistano davvero. Dalla Trilogia degli Illuminati fu poi tratto anche un fortunato gioco da tavola con carte illustrate. In una di queste, dal titolo “Terrorismo nucleare”, appaiono due grattacieli distrutti da un’esplosione, mentre in un’altra, intitolata “Pentagono”, si vede l’edificio della Difesa americana in fiamme. Superfluo aggiungere che, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, si diffuse la convinzione che quelle carte – moderni tarocchi – avessero previsto gli attentati, o meglio ancora che avessero avvertito dell’esistenza di un piano degli Illuminati al riguardo. Frutto della fantasia del massone bavarese Adam Weishaupt e fondato in pieno Illuminismo, l’Ordo Illuminatorum non era che l’ennesima loggia che andava formandosi in quell’epoca in Europa, ma con la velleità di essere la più antica di tutte, erede di una tradizione perduta nella notte dei tempi. In realtà non era che il gioco di aristocratici e borghesi annoiati, che però trovò terreno fertile in un’epoca in cui razionalità e irrazionalismo convivevano felicemente, finendo poi per diventare capro espiatorio di tutti gli sconquassi che sarebbero avvenuti di lì a poco: per l’abate Barruel, i veri artefici della Rivoluzione francese erano proprio gli Illuminati, sotto le mentite spoglie dei giacobini; Alexandre Dumas riprese la leggenda nei suoi romanzi del ciclo di Giuseppe Balsamo, facendo di Cagliostro (che nel 1790 si dichiarò illuminatus) il capo dell’ordine segreto incaricato di sovvertire il mondo. L’inversione fatti-finzione prospera in tempi di crisi. Sulla stessa falsariga, i Protocolli dei savi di Sion, palese invenzione pseudoletteraria, saranno spacciati per prova fattuale dell’esistenza di un complotto ebraico millenario di controllo del mondo, il cui mito resiste ancora oggi. In un saggio apparso su Internazionale in occasione dei trent’anni dall’uscita del romanzo di Umberto Eco Il pendolo di Foucault (1988), lo scrittore Wu Ming 1 ha osservato un nesso tra incapacità di distinguere il piano della realtà da quello della fiction e genesi delle teorie del complotto. Esempio evidente è il caso Pizzagate, quando, il 4 dicembre 2016, Edgar Welch compie un blitz nella pizzeria Comet Ping Pong di Washington DC armato di fucile, persuaso da un thread su Reddit che nel retrobottega fossero tenuti prigionieri diversi bambini destinati a finire in pasto alle orge del circolo di pedofili guidato dalla candidata alla presidenza americana Hillary Clinton. Una folle invenzione frutto, scrive Wu Ming 1, della “sovrainterpretazione” (fenomeno studiato proprio da Eco, in particolare nel suo libro I limiti dell’interpretazione) di alcune mail del team di Clinton, dove termini come cheese pizza (“pizza al formaggio”) diventano nomi in codice per child pornography (“pedopornografia”). Ma non sarebbe che l’ultimo episodio di una leggenda metropolitana molto diffusa negli Stati Uniti, secondo cui potenti élite segrete rapirebbero e stuprerebbero bambini in orge sataniche (il cliché originale sarebbe stato importato dall’Europa, in particolare dall’accusa del sangue rivolta già in epoca medievale agli ebrei, rei di utilizzare sangue umano di bambini rapiti e massacrati per oscuri rituali). Contro questa cricca di pedofili, un circolo di patrioti appartenenti alle alte sfere americane avrebbe lavorato alla candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, per avere finalmente alla Casa Bianca un uomo non compromesso con le caste degenerate che da decenni controllano l’America. Il misterioso Q, nickname di un utente di 4chan che dal 2017 rilascia messaggi in codice e frasi apparentemente prive di senso, sarebbe una “gola profonda” che avrebbe iniziato a rendere nota pubblicamente l’esistenza di questa élite di traditori e del piano che ha in Trump il suo artefice. Tanto il successo di questa storia, che il libro che la racconta, QAnon. An Introduction to the Great Awakening (“QAnon. Introduzione al Grande Risveglio”), scritto da dodici autori anonimi, è schizzato in testa alle classifiche Amazon negli USA nello scorso mese di marzo. Nel luglio 2018 una folla con indosso magliette di QAnon e cartelli con lo slogan “Noi siamo Q” accoglie Trump a Tampa, in Florida. Sul forum 8chan, l’utente Q commenta: “Benvenuti nel mainstream. Sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”.  

Benvenuti nel deserto del reale

Ad arrivare è il giorno in cui la fiction esce dal mondo virtuale di Internet ed entra nella realtà. Il giorno in cui la capacità di inventare storie invade il mondo reale e lo trasforma. Il giorno in cui i simulacri teorizzati da Jean Baudrillard trasformano il reale in simulazione. Il sociologo francese aveva già previsto tutto molto tempo fa. In Simulacres et simulation, influente testo apparso per la prima volta nel 1981, Disneyland assurgeva, nel discorso di Baudrillard, a incarnazione dell’iperreale: un posto del mondo reale in cui l’invenzione fittizia ha preso il sopravvento, nella forme di aree a tema come Frontierland, Tomorrowland, Fantasyland, simulacri provenienti dalla fiction (nella fattispecie dalla fiction inventata dagli studi di Walt Disney) che rimpiazzano “appezzamenti” di realtà, sostituendosi ad essi, producendo “simulazioni” nelle quali spendiamo volentieri intere giornate della nostra esistenza. Come nella recente Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, in cui un diverso livello di realtà, del tutto alieno, si sostituisce a quello ordinario e familiare, dapprima in un punto preciso del pianeta (la costa di un remoto arcipelago), poi gradualmente minacciando di invadere il mondo intero, operando la sua subdola opera di sostituzione del reale con il suo simulacro. Nell’età iperreale, sostiene Baudrillard, non c’è più spazio per la fiction, ma nemmeno per il reale: queste vecchie categorie hanno ceduto il posto a un mondo nuovo, «i modelli non costituiscono più l’immaginario in relazione al reale, sono essi stessi un’anticipazione del reale». Nel suo libro La stella nera. Magia e potere nell’era di Trump (2017), Gary Lachman analizza le credenze della Chaos magick (termine coniato da Aleister Crowley), una forma di occultismo postmoderno, nei gruppi online che hanno appoggiato l’elezione di Trump. Di fondo, l’idea che è sia possibile operare attraverso la Rete con particolari invenzioni memetiche, per esempio la celebre “Pepe the Frog”, la rana verde antropomorfa diventata un simbolo dell’alt-right americano, per influenzare e modificare la realtà. Alla base c’è la convinzione, tipica del New Thought, che il pensiero positivo possa far avverare i propri desideri, idea diventata vera e propria concezione pseudoscientifica con la “legge di attrazione”. La Chaos magick fa di più: opera su un piano evidentemente virtuale, ma in cui è possibile intervenire in modo fisico (la Rete), con la convinzione che il modello possa anticipare il reale, per usare l’espressione di Baudrillard. Spiega Lachman: «La meme magick ha a che fare con il momento in cui ciò che accade nel cyberspazio produce effetti sul mondo “reale”. Si tratta (…) di un aggiornamento tecno-alfabetizzato dell’antica credenza per la quale ciò che succede nell’immaginazione può avere conseguenze reali. I pensieri sono cose. E anche i meme». La conseguenza è che questo tipo di persone diventa particolarmente sensibile al meccanismo dell’inversione tra fatti e finzione. Opere di fiction vengono prese per reali o per prefigurazioni del reale. Per esempio, il romanzo Il campo dei santi di Jean Raspail, apparso in Francia nel 1973 e ambientato in un vicino futuro in cui l’Europa è invasa da un’intera flotta di disperati provenienti dall’India, che grazie al sostegno di “liberali benpensanti” riescono a insediarsi nel Vecchio Continente mettendolo a ferro e fuoco, diventa una prefigurazione della moderna, presunta invasione di immigrati verso l’Europa, o di quella delle carovane che dall’America Latina muovono verso il confine statunitense, provocando notti insonni nei bianchi conservatori dei villaggi della Bible Belt. In Russia, l’ex viceministro della difesa dell’autoproclamata repubblica popolare di Doneck, in Ucraina, sotto protettorato russo, è uno scrittore di fantascienza, Fyodor Berezin, convinto che la nostra realtà sia una simulazione informatica realizzata all’interno di un buco nero, e che sia possibile, attraverso la fiction, sfruttare i glitch – gli errori di codice – di questa matrix «per spostare i confini della realtà ammissibile». Barkun, del resto, ci aveva avvisato, quando scriveva che il meccanismo di inversione fatti-finzione si basa sul convincimento che «il mondo dei fatti è in realtà una finzione e ciò che sembra finto è in realtà un fatto».  

Quant’è profonda la tana del Bianconiglio?

Un popolarissimo film come Matrix (1999), di cui quest’anno si celebrano i vent’anni, ha in effetti influenzato molto l’immaginario alt-right. La “pillola rossa” che il protagonista del film, Neo, inghiotte su suggerimento di Morpheus al posto della pillola blu che lo riporterebbe nella realtà in cui ha sempre vissuto, è diventata in questo ambiente metafora del “risveglio”. Assumere la pillola rossa significa, metaforicamente, fuoriuscire dalla matrix, percepire la verità che ci viene tenuta nascosta. Questa verità può essere di diverso tipo. Per i gruppi misogini dei cosiddetti Incel, che bramano il ritorno a un immaginario patriarcato e alla sottomissione della donna, la verità nascosta può riguardare il fatto che solo gli uomini belli possono avere una ricca e soddisfacente vita sessuale e relazionale, mentre per i brutti non c’è alternativa all’onanismo e alla solitudine (un’idea diffusa, ancora una volta, dalla fiction, nella fattispecie dai romanzi di Michel Houellebecq). Per i razzisti, la pillola rossa significa accorgersi delle profonde differenze razziali della specie umana, che i “liberali benpensanti” cercano di nascondere. Per i teorici di QAnon, il risveglio consiste nel riconoscere l’esistenza di un establishment occulto autoperpetuantesi che governa il mondo e indulge in pratiche pedopornografiche e sataniste. Esistono varianti ancora più estreme, come i seguaci di David Icke, per i quali assumere la pillola rossa vuol dire rendersi conto che viviamo davvero in una simulazione, creata dagli Arconti rettiliani che tengono da millenni in schiavitù la nostra specie. In ogni caso, film come Matrix e V per Vendetta (2005), entrambi prodotti dagli allora fratelli Wachowski, diventano per questi gruppi molto più che opere di fiction e di intrattenimento: sono indizi per decifrare la realtà, inviti a squarciare “il velo di Maya”, a raggiungere il livello ultimo della realtà, dove le nostre libertà sono tenute in ostaggio e vanno riconquistate. Wu Ming 1, nel suo saggio su Internazionale, non può fare a meno di chiedersi se il misterioso Q non stia prendendo in giro palesemente i suoi milioni di seguaci traendo ispirazione dal Luther Blisster Project, e in particolare dal collettivo di quattro autori che, dietro lo pseudonimo di Luther Blisset, pubblicarono nel 1999 il romanzo Q (gli autori successivamente sono diventati il quartetto Wu Ming). In Q, romanzo storico ambientato nell’epoca della Riforma protestante e che, ispirandosi alla tradizione del Nome della Rosa di Eco, usa il plot storico per riflettere su vicende politiche contemporanee, il misterioso Q (dall’iniziale del nome biblico Qohelet) è un agente provocatore al servizio del futuro papa Paolo IV, che diffonde notizie false nei movimenti rivoltosi protestanti rivelando segreti di cui sarebbe a conoscenza grazie alle sue entrature nelle alte sfere. Coincidenze? Peraltro, il Luther Blisset Project era stato attivo, alla fine degli anni Novanta, nella costruzione di notizie false su complotti satanici che ottennero grande eco mediatica, finché gli artefici non rivelarono la bufala. Un legame con il complotto pedosatanico rivelato da QAnon? Quale che sia la verità, l’incapacità di milioni di persone che prendono per oro colato le “briciole” che Q fornisce loro sul complotto dell’establishment occidentale di rendersi conto di essere vittime di una semplice invenzione narrativa rivela quanto sia ormai avanzato il grado di “fusione” del confine tra realtà e finzione.    

Realismo fantastico?

Se però distogliamo gli occhi dall’attualità onnipresente e andiamo a scavare nel passato, scopriamo che fenomeni del genere non sono per nulla nuovi. Già ne abbiamo trovati diversi: la costruzione di fiction complottiste attraverso palesi invenzioni come l’Ordo Illuminatorum o i Protocolli dei savi di Sion. Un altro caso riguarda la teoria della terra cava, diffusa da John Cleves Symmes nel suo celebre annuncio del 1818: “Dichiaro che la terra è cava, e abitabile al suo interno; che contiene diverse sfere solide concentriche, una dentro l’altra, e che è aperta ai poli di 12 o 16 gradi”. Symmes, che si era fatto influenzare dalle teorie di Halley sul nucleo della Terra, fece di questa teoria la base di una docufiction ante-litteram, intitolata Symzonia (1820), racconto dell’esplorazione delle cavità interne del pianeta. Solo così riuscì a farsi prendere sul serio: le sue circolari, le lettere inviate alle riviste scientifiche e altri tentativi di spacciare per scientifica la sua teoria non avevano infatti riscosso molto successo. Diversamente, a Symzonia si ispireranno il Gordon Pym (1838) di Edgar Allan Poe e La razza ventura di Edward Bulwer-Lytton (1871). Se il primo romanzo si limiterà a influenzare altri autori di genere, come M.P. Shiel con La nube purpurea (1901) o H.P. Lovecraft con Le montagne della follia (1936), il libro di Bulwer-Lytton, nel quale si racconta di una razza potente e misteriosa nascosta nelle viscere della Terra, conoscitrice di un’energia misteriosa (il vril) in grado di assoggettare i popoli della superficie, finirà invece per essere preso sul serio da molti, in particolare dai fondatori della Golden Dawn e della Società Teosofica. Non solo: come ben sanno i lettori del bestseller di Louis Pauwels e Jacques Bergier Il mattino dei maghi (1960), la teoria della terra cava fu presa sul serio anche da molti esponenti del nazismo. Nell’aprile 1942 una spedizione guidata dal dottor Heinz Fischer nell’isola di Rügen puntò i radar verso il cielo con un angolo di 45°, con l’intento di verificare la teoria secondo cui la Terra non sarebbe convessa ma concava, e che noi abiteremmo non all’esterno ma all’interno del globo. Così puntati verso il cielo, i radar sarebbero riusciti a ottenere immagini della flotta britannica. Inutile dire che non ci cavarono nulla. Ma ci ritroviamo di fronte a un cliché già visto: sembra proprio che le ideologie politiche radicali e complottiste, di cui quella nazista rappresenta in un certo qual modo il modello di riferimento, siano particolarmente inclini al meccanismo dell’inversione tra fatti e finzione. Le ricerche storiche sul misticismo nazista hanno dimostrato che membri dell’élite hitleriana credevano alla terra cava e a molte altre teorie pseudoscientifiche tratte da romanzi, miti e leggende di diversa estrazione. Nel loro libro, Pauwels e Bergier chiamano realismo fantastico l’impostazione dei loro studi: «Noi cerchiamo la realtà senza lasciarci dominare dal riflesso condizionato dell’uomo moderno (ai nostri occhi ritardatario) il quale volta le spalle quando questa realtà riveste una forma fantastica». Per l’antropologo francese Lucien Lévy-Buhl, l’incapacità di distinguere tra dimensione naturale e soprannaturale, tra reale e fantastico, tra soggetto e mondo, sarebbe una peculiarità proprio della “mentalità primitiva”. Laddove nell’Uomo moderno la linea di demarcazione tra questi piani è saldamente tracciata, per cui le categorie mentali proprie della modernità ci dicono che un fatto scientifico è reale mentre una manifestazione soprannaturale è chiaramente frutto della fantasia, secondo la “teoria del prelogismo” (che distingue una mentalità prelogica primitiva da una mentalità logica moderna) nella mentalità primitiva mondo reale e mondo magico coesisterebbero sullo stesso piano, confondendosi. Questa idea ha avuto largo seguito nei primi decenni del XX secolo, ma, più che in seguito a un’autonoma riflessione interna alla disciplina, furono gli eventi successivi a smentirla. L’irruzione dell’irrazionalismo negli anni Trenta e Quaranta dimostrò in modo incontrovertibile che l’incapacità di distinguere il reale dall’immaginario dominava anche la mentalità occidentale moderna. L’antropologo italiano Ernesto de Martino avrebbe poi dimostrato, con i suoi fondamentali studi, la persistenza di un “pensiero magico” anche nelle società moderne. Secondo de Martino, «il momento magico riaffiora nell’opus operatum del sacramentalismo cattolico, nella mistica del capo, nel “culto della personalità”, nella superstiziosa potenza attribuita all’iter burocratico nel quadro delle pesanti armature degli stati moderni». Lo psicanalista junghiano e sociologo Luigi Zoja, nel suo libro Paranoia (2011), individua tra i meccanismi alla base della personalità paranoica il fenomeno dell’inversione delle cause. Per esempio, l’anziana donna paranoica che nasconde la caffettiera perché convinta che la sua colf voglia rubarla, ma così facendo si convince che qualcuno l’abbia rubata. Questa logica capovolta, una volta estesa al piano della mentalità collettiva, produce il meccanismo delle sostituzioni fantastiche, che consiste nella «incapacità di distinguere tra realtà e convinzione fantastica». Rispetto all’età dei totalitarismi, in cui, come abbiamo visto, il fenomeno dell’inversione tra fatti e finzione ha dispiegato tutti i suoi effetti più deleteri, oggi siamo su un piano di “inveramento” della fiction decisamente più avanzato. Alla radio della propaganda di massa ha fatto seguito prima la televisione e poi la Rete, il mondo virtuale la cui cifra costituente è proprio la simulazione della realtà, come spiega bene Tomás Maldonado nel suo ormai classico Reale e virtuale (1992). Il cyberspazio asseconda infatti «la nostra propensione a illuderci, a farci illusioni, sulla realtà, e su noi stessi, e a rendere irreale il reale, e viceversa», nonché la «nostra attitudine a generare illusioni e a credere (e far credere) che esse siano reali». Come affermano i praticanti della meme magick, operando nel cyberspazio si può trasformare il mondo reale. Nell’era dell’iperrealtà, dunque, non è forse molto lontano il giorno in cui, dopo l’ultima, estenuante sessione di binge watching della nostra serie televisiva preferita, dopo essere usciti da una buia sala cinematografica accompagnati dai titoli di coda di un film, dopo esserci svegliati da un brutto sogno, come nel film Inception, scopriremo di aver perso per sempre la capacità di capire se siamo davvero tornati nel mondo reale.  


Roberto Paura (1986) è giornalista e saggista specializzato in comunicazione della scienza. Collabora o ha collaborato con Delos, EsquireFanpageIl TascabileMotherboardNOTQuery. È direttore della rivista Futuri e vicedirettore di Quaderni d’altri tempi. È dottore di ricerca in comunicazione della fisica all’Università di Perugia. Ha pubblicato finora cinque libri.

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