Il destino della circoncisione, tra tradizione e diritti umani

Il prepuzio: in un piccolo pezzo di pelle, e nella sua eliminazione, si racconta la storia dell’umanità; un marchio di schiavi, re, sacerdoti, uomini di fede o onanisti, un doloroso rito di passaggio o un intervento asettico. Ora ci troviamo, almeno in Occidente, all’inizio di una discussione critica sulla circoncisione che ne riflette lo spirito del tempo e ci dice dove siamo rispetto alla sessualità, ai diritti umani e al multiculturalismo.


In copertina: Wladimiro Tulli, Quando Eros se ne va per la savana (1991) – Asta pananti del 22 febbraio

di Fabio Cantile

“Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza” Genesi 17:14

Provate a indovinare: quanti sono i maschi circoncisi al mondo? Lo chiedo come faccio ogni volta che mi capita di toccare l’argomento con qualcuno. E se può sembrare inusuale è perché credo di poter condividere la stessa sorpresa che ho provato quando iniziai a interessarmi all’argomento. Le risposte che ricevo variano di molto, spesso sottostimano (meno del 10%, mi dicono), a volte un po’ si avvicinano, ma ancora non ho sentito raggiungere la stima corrente: secondo uno studio del 2016, si valuta che tra il 37% e il 39% dei maschi al mondo siano circoncisi.

Che il mio stupore sia condivisibile, però, dipende dalla cultura di origine. In Italia, essendo la pratica poco presente (solo tra il 2,6% dei maschi), è facile sottovalutarne la diffusione. Ma la circoncisione ha una storia antica, complessa e sorprendente, la ritroviamo nelle iniziazioni delle tribù degli aborigeni australiani, nelle tombe egizie o nelle metropoli degli Stati Uniti. E non è solo una storia che ci interessa per il suo passato. Se ne seguiamo le tracce, ci troveremo ad affrontare alcuni dei temi più attuali del mondo contemporaneo, tra diritti umani, questioni di genere e sfide del multiculturalismo.

Per partire bene, chiariamo di cosa parliamo: il prepuzio maschile è una piega cutanea – profanamente diciamo uno strato di pelle, circa un terzo di quella totale del pene – che copre il glande, ed è un tessuto specializzato altamente innervato la cui parte interiore è costituita da una mucosa. La circoncisione, dal latino circum (attorno) e caedere (tagliare), è la rimozione chirurgica del prepuzio, eseguita con riti e modalità diverse a seconda delle tradizioni, dei periodi storici e delle necessità. Possiamo distinguerne la natura a seconda che sia religiosa, culturale o terapeutica. In quest’ultimo caso, la circoncisione viene praticata per risolvere anomalie, infiammazioni o infezioni ricorrenti, ma riguarda un numero estremamente ridotto di quelle totali e noi ci concentreremo principalmente sulle altre ragioni

Sull’origine della circoncisione non esiste ancora un’idea chiara ma diverse teorie. Secondo quelle diffusioniste, la pratica sarebbe partita quindicimila anni fa da una singola cultura presente in Egitto e trasmessa successivamente al resto del mondo. Secondo altri, sarebbe nata indipendentemente in luoghi diversi sotto forme differenti, come suggerisce la varietà dei riti e delle motivazioni. Anche se esistono prove che la circoncisione esistesse tra i Sumeri dell’odierno Iraq nel quarto millennio a.C., le conferme più solide della pratica si trovano nell’Antico Egitto sia riscontrabili su corpi mummificati che raffigurate in incisioni. 

Frammento di un bassorilievo del tempio funerario di Djedkara Isesi (quinta dinastia) raffigurante una circoncisione, al momento la più antica rappresentazione dell’operazione ritrovata.

Anche se la diffusione e la funzione della circoncisione potrebbero essere mutate nel corso della storia egizia (avrebbe avuto la funzione di rito di iniziazione della casta sacerdotale ma sarebbe stata anche inflitta agli schiavi), già nel quinto secolo a.C. Erodoto ne spiegava le ragioni igieniche, scrivendo che gli Egizi davano “più valore alla pulizia che all’avvenenza”. Per i Greci, infatti, la circoncisione andava in direzione completamente opposta ai canoni estetici del mondo ellenistico. Non solo non la giudicavano necessaria, ma ritenevano il prepuzio parte della bellezza maschile tanto da essere descritto da Galeno come un ornamento del corpo. Quest’idea trova riscontro nella rappresentazione artistica di figure avvenenti, eroiche o divine nell’arte greca, nella quale il prepuzio copre integralmente il glande e lo eccede in lunghezza. A questi criteri estetici corrispondevano virtù etiche, e non c’è da sorprendersi che i Greci ritenessero primitive e superstiziose le tradizioni che includevano la circoncisione, tra cui quella ebraica, che storicamente si presume ereditata dagli Egizi. La circoncisione rituale presso gli Ebrei viene citata in diversi passi dei testi sacri della religione, il più celebre è quello della Genesi (17,11-14) in cui l’incisione del prepuzio definisce il segno dell’alleanza tra Dio e l’uomo, e viene descritto il rituale, da compiere obbligatoriamente all’ottavo giorno dalla nascita. Secondo la cerimonia tradizionale, il Bris o Brit Milah (letteralmente “patto del taglio”), il prepuzio viene inciso con un coltello, reciso con un unghia e il sangue della ferita viene succhiato dal circoncisore direttamente dalla bocca, ripiena di vino, più volte, ma esistono variazioni per ovvie ragioni igieniche, ad esempio evitando la suzione. Tutto avviene generalmente senza anestesia, al più vengono date al neonato un paio di gocce di vino o dello zucchero. Sembra però che la circoncisione biblica non fosse intesa come rimozione completa del prepuzio ma come un taglio meno invasivo; il rito come lo conosciamo si sarebbe affermato proprio in contrapposizione alla cultura greca, per evitare che gli ebrei circoncisi potessero cercare di nascondere la propria identità e usare tecniche di allungamento del prepuzio

“La circoncisione di Cristo”, di François de Nomé.

 

Mentre il valore della circoncisione tra gli ebrei è piuttosto risaputo, è meno noto che è una pratica estremamente diffusa anche nel mondo islamico, in effetti il più grande gruppo religioso a praticarla. Non è ritenuta strettamente obbligatoria e non è neanche citata nel Corano, ma viene menzionata in alcuni ḥadīth, racconti sulla vita di Maometto, il quale era a sua volta circonciso (o sarebbe addirittura nato senza prepuzio, raccontano alcune tradizioni), il che non costituisce una grossa sorpresa, essendo la pratica già diffusa nella penisola araba ai suoi tempi. La circoncisione rientra nelle pratiche relative alla purezza definite fitra, una disposizione naturale o uno stato originario che i musulmani credono innati nell’umanità: “Le pratiche relative alla fitra sono cinque: la circoncisione, la rasatura dei peli pubici, spuntare i baffi, il taglio delle unghie e la rimozione dei peli delle ascelle”. Non si definisce un’età obbligatoria e in genere le tradizioni variano a seconda delle regioni, in alcuni casi viene effettuata a pochi giorni dalla nascita e in altri durante la pubertà. Ma se la Genesi prescrive la circoncisione, perché non è praticata tra i cristiani? La questione fu dibattuta già agli albori della religione e influenzata considerevolmente da Paolo di Tarso (che conosciamo anche come san Paolo). Secondo Paolo la circoncisione fisica non era necessaria, quello che contava era la “circoncisione del cuore”, un cambiamento spirituale più che materiale, in fondo citato anche nel Deuteronomio, libro dell’Antico Testamento condiviso con la religione ebraica. Ma, al di là delle questioni teologiche, se può sembrare un’idea un po’ furbetta è perché alla base di questo cambiamento si presume ci fosse una questione di natura prettamente pratica: nella sua attività di missionario tra i pagani, Paolo avrebbe potuto rendere le conversioni al Cristianesimo molto più invitanti eliminando la necessità di un’operazione ai genitali su individui già adulti. Dobbiamo quindi al senso estetico dei Greci (e alla loro influenza sui Romani) e a Paolo di Tarso se i prepuzi in Italia e gran parte d’Europa sono stati risparmiati da questa usanza.

Achille benda Patroclo” di Sosias, Kylix a figure rosse, 500 a.C. circa, (Altes Museum, Berlino).

Tornando rapidamente al mondo contemporaneo, possiamo trovare la circoncisione ancora molto praticata in Africa. Nella parte sub-sahariana del continente, restano in alcune culture i riti tradizionali che segnano il passaggio all’età adulta, per i quali per diventare uomini bisogna essere circoncisi senza anestesia e senza mostrare dolore. In questi casi le operazioni sono condotte in pessime condizioni igieniche e le complicazioni sono molto frequenti. Il concetto della rimozione dolorosa del prepuzio come requisito per essere considerati uomini a tutti gli effetti è presente in molte tradizioni in diversi continenti, anche quando si è persa la componente religiosa della pratica.

Ma oggi il caso più interessante è senza dubbio quello degli Stati Uniti, dove più di due terzi dei maschi sono circoncisi. Eppure l’operazione era assente fino al diciannovesimo secolo, cosa è successo in un secolo e mezzo? Nella storia medica statunitense si cita come iniziatore un eminente chirurgo ortopedico, Lewis Sayre, che nel 1870 si convinse di aver trovato una cura alla paralisi di un bambino attraverso la circoncisione, collegando il problema a un’infiammazione genitale concomitante. Da lì in poi la circoncisione iniziò ad essere considerata la cura per tutta una lunga serie di mali anche molto diversi tra loro, tra cui “impotenza, fimosi, sterilità, priapismo, masturbazione, malattie veneree, epilessia, terrori notturni, sessualità precoce e omosessualità”  e “circa cento malattie” includendo asma e disordini mentali. Peter Charles Remondino, un illustre e autorevole medico dell’epoca, seguì i passi di Sayre, di cui era ammiratore, e definì la circoncisione come “un vitalizio solido e sostanzioso… assicura una salute migliore, una maggiore capacità lavorativa e una vita più lunga, meno nervosismo, malattie, perdite di tempo e fatture mediche”. Propose, inoltre, “la circoncisione di massa della razza negra quale rimedio efficace nella prevenzione della predisposizione allo stupro così innato in questa razza”, con l’intento di ridurre la libido degli afroamericani, accusati di essere naturalmente inclini allo stupro delle donne bianche. Il controllo della sessualità era, alla fine dei conti, il più grande obiettivo della circoncisione, soprattutto rispetto alla masturbazione, causa di per sé di una miriade di problemi fisici, morali e sociali. Secondo un altro celebre medico, John Harvey Kellogg (sì, quello dei cereali, anche quelli concepiti per non farvi toccare), la circoncisione “dovrebbe essere eseguita da un chirurgo senza somministrare alcun anestetico, in modo che il dolore dell’operazione abbia un effetto salutare sulla mente, specialmente se collegato all’idea di punizione”. Queste idee non erano nuove, piuttosto erano il tentativo di formalizzare dal punto di vista medico la cultura sessuofoba incubatasi nei secoli precedenti, e non erano neanche esclusive al Nord America. Già nel 1860 il medico inglese Athol A.W. Johnson scrisse sull’autorevole rivista The Lancet: “Nei casi di masturbazione credo che si debba rompere l’abitudine inducendo una sofferenza locale tale che impedisca la prosecuzione della pratica. A questo proposito, se il prepuzio è lungo possiamo circoncidere il paziente con vantaggio attuale e probabilmente futuro; l’operazione, inoltre, non dovrebbe essere praticata sotto cloroformio, cosicché il dolore provato possa essere associato con l’abitudine che intendiamo eradicare”.

Come è facile immaginare, a dispetto delle teorie dell’epoca, gli uomini continuarono felicemente a masturbarsi e fu presto evidente che sbarazzarsi del prepuzio non avrebbe curato l’epilessia o l’asma. Era tuttavia già tardi: in pochi decenni, la circoncisione si era affermata come pratica routinaria ed era entrata a far parte della cultura del paese. Abbandonata la pretesa di farsi da argine all’onanismo, quasi come un organismo che si adatta all’ambiente, la circoncisione mutò le sue giustificazioni per tenersi in vita. Nella seconda metà del Novecento, l’operazione divenne sinonimo di buona igiene maschile e nell’arco del secolo è stata sfornata una serie di studi a sostegno della sua validità. Già negli anni ‘30 si iniziò a suggerire una correlazione tra il cancro del pene e l’accumulo di cellule epiteliali e sebo prodotto dai genitali (smegma) e favorito dalla presenza del prepuzio. Questa ipotesi fu smentita decenni dopo e ora si considera che i maggiori fattori di rischio siano l’uso di tabacco e l’infezione da HPV, mentre quelli legati ai fenomeni infiammatori evitati con la circoncisione sono in genere controllati da una buona igiene personale. Va detto che ancora oggi, pur avendo un buon tasso di sopravvivenza ed essendo piuttosto raro (servono centinaia di migliaia di circoncisioni per prevenire un solo caso), la riduzione del rischio di cancro del pene viene elencata tra i benefici della circoncisione di routine. Similmente si citano le infezioni del tratto urinario nell’infanzia, che comunque non sono così comuni (ne viene colpito il 2,15 % dei non circoncisi contro lo 0,22% dei circoncisi) e sono generalmente risolvibili con antibiotici senza troppe complicazioni. Negli anni ‘80 parallelamente al panico intorno alla diffusione dell’HIV negli Stati Uniti, si indicò la possibilità che la circoncisione potesse ridurre la trasmissione del virus. Lo studio più importante in merito, pubblicato nel 2005, concluse che la circoncisione può ridurre del 60% il rischio di trasmissione dell’HIV nei rapporti eterosessuali (in particolare da femmina a maschio), analizzando le infezioni in gruppi di uomini non circoncisi e di uomini operati allo scopo della ricerca in diversi paesi africani. Questi risultati vengono ora usati come la prova più forte che la circoncisione comporta dei benefici che la rendono giustificabile e consigliabile, tanto da essere sostenuta come intervento efficace per la riduzione dell’HIV in Africa da parte dell’OMS e da muovere finanziamenti milionari da parte di personaggi come Bill Gates per promuovere circoncisioni di massa. Ma, ancora una volta, i risultati sono stati fortemente criticati per i metodi dello studio e per l’applicabilità in contesti diversi da quello del continente africano. Negli Stati Uniti, nonostante l’alto numero di circoncisi, il tasso di incidenza dell’HIV è più alto della media europea, segno che ci sono altri fattori più importanti, e siccome la diminuzione del rischio riguarda solo i rapporti eterosessuali resta comunque inutile nella maggior parte dei casi di trasmissione, dato che il 69% di quelli diagnosticati nel paese avviene attraverso rapporti sessuali tra uomini.

Come ogni operazione chirurgica, la circoncisione non è priva di rischi e complicazioni: è comunque possibile contrarre infezioni post-operatorie, ma soprattutto c’è la possibilità di compromettere la completa funzionalità del pene in età adulta. Un aspetto estremamente impressionante della pratica è come, anche al di fuori dei riti religiosi e secondo gli standard ospedalieri degli Stati Uniti, venga eseguita un’operazione talmente dolorosa su neonati di pochi giorni. Addirittura, fino agli anni Ottanta la procedura veniva effettuata senza alcuna misura analgesica. Ricordiamo che, anche se le tecniche variano, parliamo di stringere una parte molto sensibile dei genitali in una presa e tagliarla via con un bisturi. Secondo la scienza dell’epoca, i neonati non erano capaci di provare dolore e le grida lancinanti dell’operazione erano la reazione al fastidio più che al dolore vero e proprio, mentre ora è stato provato che i neonati percepiscono il dolore ancora più intensamente degli adulti o dei bambini di età più avanzata. Secondo un’indagine del 1998, solo il 71% dei pediatri, il 56% dei medici di base e il 25% degli ostetrici (che eseguono la maggior parte delle operazioni) si adoperava alla riduzione del dolore. Da allora la situazione non è migliorata di molto: per evitare i rischi di metodi più potenti (e anche più dolorosi da usare) su soggetti così giovani, si tende a utilizzare anestetici locali che hanno un’efficacia limitata e c’è comunque scarsa attenzione al dolore post-operatorio, ed è ancora più raro che si anestetizzi durante le circoncisioni rituali. È stata avanzata l’ipotesi che l’operazione possa causare un trauma psicologico permanente e che sia anche collegata a decessi generalmente attribuiti ad altre cause mentre le morti dovute alle circoncisioni rituali sono numerose, specialmente nei paesi in via di sviluppo.

Nonostante quanto detto finora, nella pratica medica statunitense la circoncisione viene ancora consigliata e ritenuta, nei fatti, di routine. Non va dimenticato che attorno a questi interventi gira una quantità non indifferente di denaro, considerando che ogni operazione comporta un guadagno di diverse centinaia di dollari, per un totale annuale stimato tra i 150 e i 270 milioni. Non a caso, laddove la copertura sanitaria per l’operazione è venuta meno, il numero dei maschi circoncisi è crollato. Per capire quali sono le linee guida in materia, è utile considerare le posizioni dell’AAP (American Academy of Pediatrics), che negli anni si espressa periodicamente riguardo alla validità della circoncisione. Secondo l’ultima dichiarazione, pubblicata su Pediatrics nel 2012, “i benefici della circoncisione neonatale maschile superano i rischi […]. Sebbene i benefici non siano sufficienti a raccomandare la circoncisione routinaria per tutti i neonati maschi, i benefici della circoncisione sono sufficienti a giustificare l’accesso a questo intervento per le famiglie che lo scelgono e per giustificare il pagamento da terzi” (ossia per garantirne la copertura sanitaria).

Questa posizione ha aperto un dibattito negli anni successivi. Nel 2013, sulla stessa rivista, viene pubblicato un altro articolo firmato da un gruppo di 38 studiosi del Nord Europa tra pediatri, dottori, chirurghi, esperti di etica e di diritto in cui si accusava l’AAP di soffrire di un bias culturale difendendo una pratica con giustificazioni deboli rispetto alla natura preventiva dell’operazione in un contesto, quello occidentale, in cui risultano irrilevanti, e di non riuscire ad affrontare il dilemma etico nato dal conflitto tra il volere dei genitori guidato da credenze religiose, sociali e sanitarie e il diritto all’integrità fisica del bambino. In un articolo del 2017, apparso sul Journal of Ethics dell’American Medical Association, si ripetono le critiche rispetto ai presunti benefici e si sottolinea come l’operazione sia lesiva della funzionalità sessuale del pene: “il prepuzio è una struttura genitale complessa che copre il glande ed esegue una molteplicità di funzioni sessuali, immunologiche e protettive. Dato che la circoncisione rimuove tra un terzo e la metà dell’altamente innervato sistema cutaneo del pene, così come la maggior parte delle terminazioni nervose erogene del pene, compromette inevitabilmente la risposta sessuale maschile. […] Secondo un altro studio, le disfunzioni erettili e la difficoltà a raggiungere l’orgasmo aumentano tra gli uomini circoncisi”. In conclusione, secondo i critici della circoncisione, la pratica entra in conflitto con molti dei principi di bioetica fondamentali, quello di autonomia (il diritto all’autodeterminazione attraverso consenso informato), quello di beneficenza (promuovere il bene del paziente) e quello di non maleficenza (non causargli danno). Con queste considerazioni, nel caso della circoncisione non terapeutica sui neonati si ritiene che i pochi benefici, in genere di scarsa rilevanza o meglio raggiungibili attraverso regolare igiene e profilassi, non giustifichino il danno permanente e il trauma dell’operazione alla quale un bambino non ha la facoltà di acconsentire. Se normalmente sono i genitori ad essere chiamati ad esprimersi su queste decisioni, questo bilancio non definirebbe la pratica corretta dal punto di vista etico e comporterebbe un abuso inflitto solo per conformarsi alle tradizioni religiose o culturali. Un esempio opposto sono i vaccini: pur comportando il rischio di qualche effetto collaterale e un po’ di dolore, i benefici sono così tanti ed evidenti che è eticamente accettabile farne una procedura routinaria pur senza una necessità terapeutica immediata e senza il consenso del bambino.

L’esito di questo dibattito è fondamentale per il destino della pratica, come si è visto in altri casi. Durante il Novecento, anche altri paesi anglofoni erano stati influenzati dalle teorie riguardo alla masturbazione e alle malattie presumibilmente curabili attraverso la circoncisione. Nel 1948, la Gran Bretagna lanciò un sistema sanitario nazionale di carattere pubblico ed era necessario stabilire in maniera efficace quali fossero le procedure effettivamente valide. Considerando che già secondo le informazioni dell’epoca i rischi sembravano prevalere sui benefici, si decise di non fornire la copertura per l’operazione e i tassi di circoncisione crollarono. Nei decenni successivi, pari dichiarazioni in Canada e Australia da parte delle rispettive associazioni mediche nazionali portarono a risultati simili.

Mentre si attende che il dibattito scientifico negli Stati Uniti arrivi a nuove conclusioni, il discorso al di fuori del mondo medico resta circoscritto. Nonostante questo negli ultimi anni sempre più giornali si sono occupati del tema, sono nati movimenti (detti “intattivisti”) che protestano pubblicamente contro la circoncisione e l’argomento è spuntato anche nelle primarie democratiche per le elezioni presidenziali del 2020, con il candidato Andrew Yang che si è apertamente dichiarato contrario. Tuttavia la questione resta oscura alla maggior parte della popolazione che il più delle volte non è sufficientemente informata al momento della scelta per i propri figli e segue quanto suggerito dai medici e trasmesso dalla tradizione. 

Ma quali sono state le ragioni della circoncisione nella storia? È stata un rito di passaggio dell’identità mascolina, una prova di resistenza al dolore, un sacrificio religioso, un modo per marcare l’appartenenza, un’umiliazione da infliggere agli schiavi, una controparte delle mestruazioni, un mezzo per controllare la sessualità maschile, un forma di chirurgia estetica, un rituale magico e un metodo per migliorare l’igiene in tempi e condizioni in cui lavarsi non era una possibilità quotidiana facilmente accessibile. La circoncisione non terapeutica, ai nostri tempi, sembra una pratica in cerca di un alibi per essere accettata nel mondo contemporaneo. Eppure, negli Stati Uniti odierni gli strumenti per una discussione critica sul tema sono stati costruiti decenni fa, forse più che altrove nel resto del mondo. Nei tempi in cui si parla tanto di diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo e di consenso, specialmente in materia sessuale, perché un intervento così diffuso non ha ancora subito un processo di discussione serio e approfondito? Sarebbe mai considerato accettabile, in Occidente, che alle bambine venga asportata dolorosamente una parte funzionale dei genitali, secondo una pratica diffusa con l’intento di reprimerne la sessualità e di traumatizzarle rispetto al proprio corpo, sostenendo che quella parte è intrinsecamente sporca e dannosa e il miglior modo per salvarla dalle infezioni è rimuoverla? Certamente no. Forse questo riflette il fatto che il discorso attorno al genere maschile ancora fatica a trovare un’evoluzione rispetto alle norme del passato. Negli Stati Uniti il canone estetico del corpo maschile cis prevede una rimozione non consensuale e non terapeutica di una parte del corpo (una mutilazione, allora?) e tra molte donne non esiste neanche una chiara idea di come sia fatto un pene normale, per cui si ha l’idea che un organo non circonciso sia rivoltante esteticamente e igienicamente. L’asportazione del prepuzio è così normalizzata che uno studio su novanta testi medici negli Stati Uniti ha riscontrato che in due terzi dei casi l’anatomia maschile era rappresentata con un pene circonciso. Spesso anche chi si prende il compito di informare non ha la consapevolezza necessaria per parlarne con serietà e anche chi normalmente assume una posa woke quando si parla di sessualità, consenso e questioni di genere non riesce a fare a meno di scadere nei würstel amputati e nelle risatine. Manca, per farla breve, quella stessa serietà che ci si riserverebbe avendo effettivamente consapevolezza del problema. Molti critici della circoncisione suggeriscono un’equivalenza tra la questione etica della mutilazione genitale femminile e quella della circoncisione non terapeutica maschile che di solito si scontra con obiezioni riguardo alla gravità dei danni e alla diversità degli intenti. Tuttavia questa discussione sembra essere viziata da una grossa confusione riguardo l’origine della circoncisione, il rapporto danni/benefici, le ricadute sulla sessualità e le diverse forme di mutilazione genitale, sia femminile che maschile (qui si può trovare una buona disamina della questione). L’organizzazione professionale dei medici dei Paesi Bassi, la KNMG, prendendo posizione contro la circoncisione non terapeutica in un documento pubblicato nel 2010, spiega per quali ragioni non si dovrebbe fare distinzione. Se i problemi etici sono simili dovrebbe esserci una regolamentazione simile? I primi passi in questa direzione vengono – con poca sorpresa – dalla Scandinavia. Negli ultimi anni sono state discusse in Islanda, Danimarca e Svezia delle leggi per rendere illegale la circoncisione non terapeutica sui minori, tra le accuse di limitazione della libertà religiosa delle comunità ebraiche e islamiche se non addirittura di antisemitismo e islamofobia. In Italia non se ne parla molto e la discussione è ferma alla dichiarazione del Comitato Nazionale di Bioetica risalente al 1998, da rileggere alla luce di quanto scritto finora in questo articolo. La questione dei diritti umani rispetto all’integrità genitale ci riguarda comunque da vicino, considerando come è cambiata la popolazione a seguito delle migrazioni degli ultimi decenni. In Italia (a parte in Toscana e in Friuli) la circoncisione è coperta dal sistema sanitario solo a scopo terapeutico, lasciando i riti e le velleità estetiche agli interventi privati. In tal modo però, dati i costi che questo può comportare, molte operazioni vengono effettuate clandestinamente e leggiamo puntualmente di neonati morti in seguito alle complicazioni degli interventi fatti in condizioni inadatte. In reazione a questi casi e in direzione opposta alla tendenza dei paesi nordeuropei, sono state avanzate proposte di inclusione dell’operazione rituale per evitare i danni causati dalla mancanza di perizia. Se giudichiamo la circoncisione rituale come non necessaria, dannosa e lesiva dell’autonomia del bambino possiamo accettarla per risolvere un dilemma del male minore? Fino a che punto le tradizioni religiose possono prevalere su pratiche che un punto di vista laico vieterebbe? Non sono domande di facile risposta nella complessità della società contemporanea, ma anche domande alle quali non si può sfuggire se non nell’incoerenza.

Abbiamo appena tracciato il percorso di un costume così antico da perderne le tracce nella preistoria. In un piccolo pezzo di pelle si racconta la storia dell’umanità, un marchio di schiavi, re, sacerdoti, uomini di fede o onanisti, un doloroso rito di passaggio o un intervento asettico, in ogni sua parte c’è la cronaca di una cultura nel suo tempo. Ora ci troviamo, almeno in Occidente, all’inizio di una discussione critica che ne riflette lo spirito del tempo e ci dice dove siamo rispetto alla sessualità, ai diritti umani e al multiculturalismo. L’ultimo capitolo di questa storia è ancora lontano dall’essere scritto.

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Fabio Cantile vive in Germania (ma non rimane mai troppo a lungo nello stesso paese) e lavora come traduttore. Si occupa di scienza e cultura.

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