Il dilemma dell’amore romantico



L’amore romantico oggi è spesso visto come un concetto oppressivo e superato, legato a una visione della coppia da riconsiderare. Ma è possibile, nel contesto attuale, immaginare una relazione romantica eterosessuale, monogama e femminista?


In copertina: Henri de Toulouse-Lautrec, Le caleche, Asta Pananti in corso

di  Carlo Benedetti

L’amore romantico, quello che per Shakespeare è the star to every wandering bark, «la stella-guida d’ogni sperduta barca» nella traduzione di Ungaretti, oggi non gode di ottima reputazione. È visto spesso come oppressivo, totalizzante e falso, legato ad un’idea di relazione da superare. Se a vent’anni venivo considerato poco romantico, oggi, a quaranta, lo sono troppo. Fortunatamente, il femminismo e la lotta al patriarcato hanno messo in discussione secoli di “saggezza” acquisita sull’amore, allentando la presa assoluta – e soffocante – di concetti quale “coppia”o “relazione”.

Che forma può avere, quindi, una relazione romantica di coppia, eterosessuale, monogama e femminista? C’è da chiedersi se esista o sia una fantasia, una strada lastricata di buone intenzioni che conduce – senza eccezioni – al controllo, al patriarcato e all’oppressione.

È impossibile parlare di amore con distacco. Come dice Italo Calvino, il nostro punto di vista, l’ombra che proiettiamo, ci segue ovunque e colora i nostri pensieri. Parliamo sempre a partire dalla nostra esperienza e la cosa migliore da fare è renderla esplicita, accoglierla, in modo che chi legge riesca a prendere in considerazione almeno una parte dei motivi – consci o inconsci – di chi scrive.

Quindi, mentre scrivo, lo faccio dalla mia posizione di maschio, bianco, cisgender, bisessuale e eteroromantico cercando di tenere ben presente il privilegio che una parte di questi aggettivi comporta. Se consideriamo le differenze fra eterosessualità e omosessualità come un continuum, sono piuttosto vicino al primo, anche se ho avuto partner maschili e alcune relazioni con uomini. L’aspetto più strettamente romantico della mia vita, al contrario, è legato per la maggior parte al mondo femminile. Tutte le mie relazioni, fino ad oggi, sono state relazioni monogame. Questa mia identità non è fissa, è più simile a un campo di forze che a un cartellino assegnato una volta per sempre. Le persone cambiano nel tempo al cambiare delle circostanze di vita in cui sono immerse. Allo stesso modo, cambiano i loro orientamenti, i loro desideri.

Oggi scrivo, quindi, con la speranza che la coppia eterosessuale monogama non sia condannata a essere un luogo oppressivo: per le donne in primis, ma anche per gli uomini. Che, al contrario, possa essere un luogo – fra i tanti che abitiamo – in cui crescere, sentirsi accolti, rispettati, amati per quello che siamo e che continuamente diveniamo. Un luogo in cui costruire una vita condivisa serena, gentile, ricca, appagante e, per quanto è dato agli esseri umani, felice. Un luogo di appartenenza.

Sebbene le statistiche in questo campo siano sempre da prendere con grande cautela, nel 2012 il 77% degli italiani si considerava eterosessuale sebbene altre rilevazioni più recenti mettono la cifra più vicina al 90%. Parlare di coppie eterosessuali non significa, però, in alcun modo dimenticare quanto più complessa e difficile sia la situazione di chi vive delle relazioni LGBTQIA+ che si muovono in un mondo costruito sulla premessa eterosessuale. In Italia, ad esempio, la mancanza di un vero matrimonio egualitario lascia numerose sfere della vita affettiva (le adozioni, la cura dei figli, il fine vita e l’eredità, per citarne solo alcuni) in un pericoloso limbo in cui i partner uniti civilmente possono vedersi negati dei diritti acquisiti pacificamente per le coppie eterosessuali sposate. Sebbene non ne parleremo qui, la loro lotta è la nostra lotta.

Il femminismo degli anni ‘70 ha posto in evidenza una scomoda verità: la coppia uomo-donna eterosessuale è stata per secoli costruita a partire dall’oppressione delle donne (più o meno voluta e consapevole) le quali sono vittime di condizionamenti e pressioni sociali plurisecolari verso i ruoli di madre amorevole e angelo del focolare. Di più, lo stesso “essere coppia” è stato considerato come sinonimo di esclusività e possessività che, di conseguenza, implica una violazione della libertà e dell’autonomia dell’altra. Il matrimonio, epitome della coppia eterosessuale, è percepito come un’istituzione patriarcale che fornisce agli uomini i servizi domestici e riproduttivi di una donna e un’istituzione borghese fondata su una morale ipocrita e patriarcale (l’amore eterno, la fedeltà eterna, l’uomo che porta a casa i soldi, la donna a cura dei figli, etc.).

Piuttosto che cercare di riformarla dall’interno, pretendendo uguali diritti e doveri, un’equa divisione dei carichi di lavoro domestico e di cura, l’obiettivo era di sfidare l’idea stessa di coppia e di matrimonio: le prime esperienze di non monogamia (o non monogamia etica, come le chiameremmo oggi) in ambito occidentale, nascono allora.

Del resto, come tutte le altre nostre strutture sociali che ci sembrano naturali, la coppia eterosessuale, intesa come un uomo e una donna uniti in matrimonio con un – almeno teorico – scopo riproduttivo non è un modello assoluto o, peggio, naturale. È frutto, al contrario, di una costruzione storica ed è apparsa in Europa fra il XVI e il XVIII secolo. È il risultato del fondersi di due diverse idee che si sono sviluppate separatamente: che i giovani debbano poter decidere liberamente sul proprio matrimonio; e che l’amore sia la migliore, se non l’unica, ragione per sposarsi. In precedenza, il matrimonio era a tutti gli effetti un contratto tra due famiglie e l’amore o la volontà delle coppie, irrilevante. Ci si sposava per aumentare la forza lavoro e massimizzare le ricchezze delle famiglie coinvolte.

Se negli anni ‘50 e ‘60 del ‘900 era piuttosto usuale una famiglia in cui l’uomo lavorava e la donna si faceva carico dei compiti di cura domestici, questa è stata un’eccezione in tutta la storia sociale della nostra specie. I matrimoni erano aziende di famiglia prima che luoghi di amore. E, nei secoli, hanno assunto le conformazioni più diverse: qualsiasi variante della “coppia” che ci sembra oggi così contemporanea è già esistita. Le sue forme hanno a che fare con il complesso gioco di forze sociali, storiche ed economiche in cui viviamo e che controllano cosa è possibile o impossibile, pensabile o impensabile, per tutti noi. La triade attuale che possiamo riassumere come amore-coppia-monogamia eterosessuale e riproduttiva (con il corollario della sua durata eterna), è frutto di alcune circostanze storiche molto specifiche e non prende in considerazione la complessità non solo del presente delle relazioni, ma neanche del suo passato.

Credo però che il patriarcato e l’oppressione femminile non siano frutto o causa di questa configurazione degli affetti, quanto piuttosto che, come tutto il resto della società (il mondo del lavoro, i legami familiari, le amicizie, l’urbanistica, la pianificazione dei trasporti pubblici, e ogni altro aspetto sociale del nostro vivere da esseri umani), questa ne sia impregnata e inquinata. Il patriarcato è esistito, con modalità e gradi diversi, in tutte le società storiche euro mediterranee: dai greci, ai romani, al medioevo, al rinascimento. Precede il capitalismo, al quale si è adattato benissimo e viceversa. Lo ritroviamo oggi nella nostra società individualista di famiglie mononucleari e, allo stesso modo, lo vediamo nelle famiglie-clan, estese e numerose, dei secoli scorsi. Esisteva nelle società premoderne e esiste nella nostra iper-contemporanea.

Alcune pensatrici femministe sostengono il contrario: la coppia monogamica è oppressiva in quanto richiede esclusività, crea una gerarchia degli affetti (prima l’amore romantico, poi la famiglia, poi gli amici) strutturando un sistema di potere in cui la donna è la parte sottomessa. Anche all’interno della coppia esiste una gerarchia dove l’uomo comanda, provvede al sostentamento della famiglia, è forte, silenzioso, inaccessibile; e la donna ubbidisce, si prende cura della casa e dei figli, è affettuosa, accogliente e disponibile. La coppia è il mezzo di riproduzione della società patriarcale, lo strumento essenziale alla sua sopravvivenza e, proprio per questo, nella nostra società fatta a immagine e somiglianza del patriarcato, tutte le istituzioni sociali sono costruite con l’opzione coppia quale opzione di default, come il matrimonio, gli appartamenti che abitiamo, le leggi sui congedi parentali, etc. A questa piramide degli affetti, si contrappongono reti di affetti all’interno delle quali non ha senso parlare di fedeltà: si è fedeli se si è divisi, non si può essere “fedeli” al proprio braccio, alle proprie gambe. Abolendo la gerarchia, si ritiene, le dinamiche di potere tossico e patriarcale vengono meno.

Quest’ultimo, purtroppo, credo sia un salto logico. Le dinamiche di potere esistono nei gruppi, nelle reti, esattamente come esistono nelle coppie. Nessuna relazione umana è impermeabile a dinamiche di potere. Neanche il monaco stilita, solo sulla sua colonna, prescinde da dinamiche di potere: se non fosse rispettato da una comunità, nessuno gli porterebbe del cibo. Solo la solitudine assoluta della morte, l’assenza completa di relazioni, può assicurarci di evitare dinamiche di potere. La differenza sta nel come viene esercitato il potere, quanto coscientemente, con quanta empatia, e in quanta reciprocità esiste nelle relazioni. Come in politica, non esiste un sistema di governo che elimini il potere (ho sempre fatto grande fatica a immaginare un’utopia anarchica realizzata nella pratica), ma ne esistono alcuni in cui questo è distribuito in maniera più giusta, più uguale di altri.

La difficoltà nel vedere le dinamiche di potere presenti nelle relazioni affettive e romantiche è che ci siamo continuamente immersi. Anche le persone sullo spettro aromantico, vivono all’interno di relazioni affettive: c’è potere nel rapporto con i genitori, con i figli, con gli amici. Ma inevitabilmente, parlando di amore romantico, arriviamo a porci domande impossibili: Che cosa significa innamorarsi e diventare una coppia? Le risposte sono ovviamente infinite, ma dovendo sceglierne qualcuna, in psicologia, l’amore adulto è visto come l’unione di tre sistemi comportamentali connessi fra loro: l’attaccamento, la cura e la sessualità. Ognuno contiene una varianza molto ampia e, ovviamente, le nostre storie personali, culturali e di vita, modificano le connessioni, rendendo ogni idea di amore solo nostra, diversa da quella di tutti gli altri. Eppure, i sistemi comportamentali sono comuni alla specie homo sapiens, meccanismi universali con cui è impossibile non avere a che fare. L’amore descrive cosa accade quando due si connettono, si aprono e si identificano uno con l’altro, due sé che conservano la loro individualità, ma condividono, gioiscono delle somiglianze, si sostengono reciprocamente. Non solo un sentimento, quindi, ma anche un’intenzione e un’azione. Citando bell hooks: l’amore è “cura, affetto, riconoscimento, rispetto, impegno e fiducia, oltre a una comunicazione onesta e aperta”. Il bisogno di appartenere, di essere legati a qualcuno e il bisogno di essere connessi agli altri in relazioni stabili e intime sono connaturati agli esseri umani: la deprivazione di legami sociali è un ottimo predittore di patologie quali la depressione. Credo si possa presupporre una reciprocità, un’uguaglianza fra le parti, in questa versione dell’amore: l’amore desidera un potere condiviso.   

La coppia romantica è una delle forme che abbiamo costruito per rispondere a questi bisogni. Non è ovviamente la sola: l’amore romantico ha molte configurazioni, ma ha – oppure no – uno status speciale?

Non credo sia possibile una risposta unica. La variabilità assoluta, tendenzialmente infinita, delle modalità di vita degli esseri umani, delle loro circostanze sociali, economiche e politiche, insieme alla consapevolezza che l’amore è anche frutto di quest’ultime, oltre che della nostra volontà e della nostra chimica ormonale, ci dimostra come in teoria possano esistere tante idee dell’amore quanti esseri umani. Ma anche che ognuno di noi ne ha una, che non esiste una vita senza bisogno d’amore. Possiamo considerare l’amore romantico meno, più o ugualmente importante di altre forme di affetto, possiamo considerare le reti poliamorose (o le coppie) più, meno o ugualmente accoglienti per i nostri desideri, possiamo desiderare o non desiderare figli: tutti però desideriamo essere amati e amare a nostra volta. Le persone aromantiche, contrariamente a quanto si crede, condividono questo desiderio d’amore che esprimono con legami amorevoli e forti, ma non romantici: amicizie, relazioni di vita platoniche, e altre che nascono senza bisogno di un cartellino a definirle. L’amore sembra essere un’esperienza universale per noi esseri umani. E tutti dovremmo essere liberi di dare la forma che sentiamo più nostra all’amore, confidando che si incastri con la forma d’amore desiderata dal nostro/i partner.

La coppia, come il nostro sé, come ogni altra relazione, è qualcosa che accade più che un oggetto definito e stabile. E quindi, togliamoci subito il pensiero, non è eterna: niente lo è. Assomiglia, se vogliamo, a un tornado o a una danza: finché la differenza di pressione genera vento, il tornado esiste e si muove; finché c’è musica e voglia di ballare, si danza; ma quando le circostanze cambiano, il vento si placa e il tornado non esiste più, quando la musica smette o ci stanchiamo o annoiamo, la danza finisce. Non ha senso chiedersi dov’è adesso il bacio che ho ricevuto ieri, così come non ha senso pretendere che una coppia, solo per il fatto di dichiararla tale, sia eterna. Allo stesso tempo, niente vieta che continui, se siamo in grado di creare le condizioni affinché continui.

Certamente, molte donne sono intrappolate in coppie dove subiscono violenza. In coppie che avrebbero dovuto smettere di “danzare insieme” da moltissimo tempo ma che, invece, un uomo obbliga con la paura, il ricatto, la manipolazione, a continuare. Il numero di donne uccise per femminicidio è in crescita in Italia, mentre il numero generale degli omicidi negli ultimi vent’anni è crollato da 3,95 a 0,46 ogni 100.000 abitanti. Ci sono delle coppie pericolose per le donne, oppressive, che rispecchiano assolutamente gli ideali del patriarcato peggiore e più violento. Tutti gli uomini sono partecipi della struttura patriarcale, che lo vogliano o meno. Riconoscere il proprio ruolo nell’oppressione, come diceva Michela Murgia, è imprescindibile per lottare a fianco dell’oppresso. Ma se delle donne desiderano gli uomini nonostante sappiano questo è perché l’uomo non può essere definito in tutto il suo essere solo come oppressore e allo stesso modo è sbagliato identificare l’essere donna con l’essere vittima.

In altre parole, non credo che l’amore romantico eterosessuale esista semplicemente per servire da cavallo di troia al patriarcato e alla violenza che ne deriva. E, per evitarlo, non sono sufficienti regole, codici di comportamento, leggi più stringenti e una maggiore diffusione dei centri di ascolto e protezione per le vittime di violenza (anche se sono tutte cose ottime e un buon inizio): è necessario un cambiamento profondo, radicale negli uomini e in misura minore, anche nelle donne. È necessario immaginare un’eterosessualità che tradisca il patriarcato. E, per me, che sia in grado di tenere insieme l’idea che l’amore romantico abbia un posto privilegiato nelle nostre vite – che noi abbiamo un posto privilegiato nella vita di chi amiamo e che loro ne abbiano uno privilegiato nella nostra; di distinguere l’altro-amato e di essere da lui distinti in mezzo a tutte le altre relazioni – con l’idea di libertà, di cura-affetto-riconoscimento-rispetto-impegno-fiducia. Una coppia, in altre parole, che si scelga continuamente, immersa in una rete di altre relazioni importanti di cui rimanga la più importante, sebbene non l’unica. Una coppia in cui si possa entrare come individui interi: con il proprio dolore e le proprie gioie, portandosi dietro la capacità di empatizzare con l’altro, di ascoltarlo e comprenderlo in maniera profonda. E, magari, di accettarlo e fornirgli il supporto che riceveremo a nostra volta.

Perché questo sia possibile, gli uomini devono cambiare. In quanto portatori più o meno sani del patriarcato, per costruire una coppia che si avvicini a quanto descritto sopra, gli uomini devono tradire la propria educazione, le proprie convinzioni profonde e riconnettersi con quelle parti di sé che il patriarcato li ha costretti a reprimere. Gli uomini, come tutti, hanno bisogno d’amore, sono portatori degli stessi bisogni di appartenenza, di attaccamento, delle donne. Eppure, l’educazione che i maschi ricevono va nella direzione opposta: il “vero” uomo non piange, non mostra sentimenti, è distaccato, impervio alle difficoltà. Agli uomini il patriarcato permette una sola emozione: la rabbia. I maschi vengono lodati per aver rispettato il concetto di identità maschile e sessista e puniti quando lo trasgrediscono.

La versione patriarcale dell’amore romantico ci vuol far credere che un uomo forte, prepotente, audace, che assuma il controllo di tutto, sia il compagno ideale per una donna, che a sua volta dovrà essere grata per questa “cura”. Quello che la società chiede agli uomini è rinunciare al loro naturale diritto a percepire le proprie emozioni, ad amare, per poter prendere posto nella società patriarcale: “Sii un uomo vero e sarai amato, potente, giusto”. Solo che il distaccarsi dalle proprie emozioni, l’essere costretti in uno schema di dominio/sottomissione, non fa la felicità degli uomini, né delle donne che li amano. Si può essere felici, creare intimità, quando all’uomo è imposto e inculcato fin da piccolo il ruolo di padrone a cui si deve obbedienza? No: il “padrone” è per definizione solo, lontano dai suoi “sottoposti”. In un tale sistema di potere non c’è spazio per la comprensione reciproca, la fiducia. E, nella solitudine che da questo deriva, non c’è amore né felicità.

L’oppressione che il sistema patriarcale genera ha effetti molto diversi su uomini e donne: indiretti per i primi, terribilmente diretti e violenti, per le seconde. Ma anche gli uomini sono vittime del sistema patriarcale. Vittime che perpetuano la violenza, vittime ovviamente diverse dalle donne che la subiscono, ma ciononostante vittime. I ragazzi brutalizzati da padri violenti il più delle volte diventano, a loro volta, uomini patriarcali che vedono le donne come oggetti da dominare, interscambiabili e poco importanti. La stragrande maggioranza delle violenze subite da uomini è perpetrata da altri uomini e gli uomini sono sovra rappresentati nelle statistiche sia delle vittime, sia dei colpevoli di violenza. Visto che il sessismo, la struttura patriarcale delle nostre società, ci opprime tutti, il femminismo ci può liberare tutti, uomini e donne. La cosiddetta “crisi della mascolinità” a cui il mondo conservatore fa riferimento è in realtà la crisi della mascolinità patriarcale.

Un presupposto per un amore diverso è la creazione, non a livello teorico, ma nelle nostre vite reali, di una mascolinità femminista e nel suo apprezzamento, nella sua valorizzazione. Mona Chollet lo esprime con eleganza: “Il maschile e il femminile sono creati attraverso l’erotizzazione della dominazione e della sottomissione”. Dovremmo, al contrario, proseguendo con Chollet, erotizzare l’uguaglianza. E perché questo sia possibile, oltre agli uomini, anche le donne che li amano devono cambiare. È chiaro che, dopo quattromila anni di oppressione, sembri ingiusto, crudele, chiedere alle donne di farsi carico del cambiamento. La buona notizia è che erotizzare l’uguaglianza, amare uomini femministi e lottare contro il patriarcato, si somigliano molto. Non è un percorso nuovo per molte donne e per quelle che ancora sono prigioniere del patriarcato avendolo interiorizzato esattamente come gli uomini, è un percorso che porta insieme libertà e amore.

L’amore romantico eterosessuale monogamo non patriarcale credo, quindi, assomigli a questo: un uomo e una donna che si considerano soggetti desideranti unici e non facilmente sostituibili, che si prendono cura l’uno dell’altro, che costruiscono un’intimità accogliente in cui far crescere l’altro, lasciandogli la libertà di cambiare, la stessa che dobbiamo riconoscere a noi stessi. Un’intimità che fornisca un punto di riferimento stabile nella marea di relazioni e eventi che attraversiamo, non l’unico, ma forse il più importante, che ci aiuti ad appartenere lasciandoci liberi di allontanarci, se calasse il vento o smettesse la musica. Un amore che contempli e accetti la propria natura impermanente e che sappia, di conseguenza, lasciare andare quando necessario. Un luogo di potere condiviso fra pari, in cui la fiducia nell’altro riesca a farci ascoltare, a farci prendere in considerazione, i nostri errori, i nostri limiti.

Parlare d’amore ci imbarazza, sembra una questione superata, ingenua, da poter riassumere o nella libertà sessuale, nella sequela infinita di incontri; o nella famiglia-uomo-donna-con-figli vissuta come unica opzione possibile, obbligatoria, naturale. Forse c’è al fondo di questo atteggiamento il terrore di avere a che fare con la nostra storia (“sono stato davvero amato? C’era amore nella mia famiglia d’origine?”), con il nostro presente (“sono in grado di amare qualcuno? So cosa significhi? Riesco a sentire cosa provo?”), e il nostro futuro (“sarò per sempre solo o riuscirò a stabilire e tenere vivo un rapporto reale, profondo, che mi faccia sentire a casa?”). Queste paure sono di gran lunga meno spaventose della solitudine a cui tanti sembrano condannati. L’Italia fa parte di un triste gruppetto di 8 paesi (fra i 27 dell’Unione Europea) a non avere programmi di educazione affettiva e sessuale obbligatori nel percorso scolastico, programmi che secondo UNESCO dovrebbero fornirci le parole e gli strumenti per parlare di: relazioni, genere, violenza e prevenzione della violenza, il corpo umano e la sua biologia, i comportamenti sessuali, la salute sessuale e riproduttiva. Sempre di più, a livello internazionale, è chiaro come l’educazione alla sessualità e all’affettività siano strumenti per migliorare l’uguaglianza di genere, il rispetto dei diritti umani e il benessere di tutti. Parlare d’amore ci aiuta a costruire una società in cui potremmo vivere meglio: il momento migliore per imparare ad amare era tantissimo tempo fa, ma il secondo momento migliore è sempre adesso.


CARLO BENEDETTI (1980) HA PUBBLICATO RACCONTI PER EFFEQU E MOSCABIANCA EDIZIONI E IL SAGGIO UN MUSICOLOGO INCONSAPEVOLE: LE PAROLE PER MUSICA DI ITALO CALVINO PER LE LETTERE. MEMBRO DEL COLLETTIVO DI SCRITTURA IN FUGA DALLA BOCCIOFILA, SCRIVE PER LUNGARNO, MINIMA&MORALIA E IL LAVORO CULTURALE

1 comment on “Il dilemma dell’amore romantico

  1. […] L’Indiscreto un lungo articolo di Carlo Benedetti che si sofferma sulle filosofie interiori per rendere migliori […]

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