Il diritto d’autore tra censura e democrazia



C’è qualcosa che accomuna il diritto d’autore, la censura, la differenza tra “liberali” e “democratici” e lo statuto autoriale della fotografia al tempo della sua nascita.


In copertina: Mario Schifano, Monumenti umbri – Smalto su tela emulsionata – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da “Sua maestà legge?” di Donato Carusi. Ringraziamo Olschki per la gentile concessione


di Donato Carusi

L’artista non ci ha mai detto niente del suo stato d’animo fino al Settecento, a quanto pare. Forse è stato Rousseau a cominciare. A ogni modo, nell’Ottocento la consapevolezza di se stessi si era così sviluppata che tutti gli scrittori avevano ormai l’abitudine di descrivere i propri stati d’animo, nelle loro confessioni e autobiografie. Venivano anche scritte le loro biografie, e dopo la morte si pubblicavano le loro lettere. Così, benché non sappiamo che cosa pensasse Shakespeare mentre scriveva Lear, sappiamo invece che cosa pensava Carlyle quando scrisse La rivoluzione francese, che cosa pensava Flaubert quando scrisse Madame Bovary, che cosa pensava Keats quando cercava di continuare a scrivere della poesia, nonostante la minaccia della morte e l’indierenza del mondo. 

E da tutta questa moderna letteratura di confessione e di analisi personale si deduce che scrivere un’opera di genio è quasi sempre un’impresa di prodigiosa difficoltà. Tutto sembra opporsi alla possibilità che il lavoro venga fuori bello e intero, come era stato concepito nella mente dello scrittore. Di solito le circostanze materiali vi si oppongono. I cani abbaiano, la gente interrompe; bisogna fare dei soldi; la salute non regge. Oltre a queste difficoltà, ad accentuarle e a renderle ancor più intollerabili, c’è la notoria indifferenza del mondo. Esso non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia: non ne ha alcun bisogno. (…) E così lo scrittore, Keats, Flaubert o Carlyle, è alla mercé (specialmente durante gli anni creativi della giovinezza) di ogni forma di distrazione e di scoraggiamento. Una maledizione, un grido di estrema soerenza, si leva da questi libri di analisi e confessione. 

Così, nel corso delle sue lezioni alle studentesse di Cambridge, Virginia Woolf descriveva la condizione degli scrittori «di genio» prima di soffermarsi sulle particolari difficoltà incontrate dalle autrici donne. Sono parole un poco esagerate quanto all’indifferenza del mondo, ma per il resto molto vere: quelli troppo sorridenti, soddisfatti della propria notorietà, inseriti nei circuiti dei vernissage e delle cene per beneficienza, difficilmente firmano opere destinate a rimanere. Non che si debba apprezzare solo il tipo opposto, asceticamente consacrato a «bellezza e interezza» delle proprie creazioni: la sua estinzione sarebbe forse giunta a compimento se altri di spirito meno puro, aggiungendo disturbo a sofferenza, non si fossero adoperati in difesa degli interessi di tutta la categoria. 

Risale a pochi anni prima dell’apparizione di Robinson – a tempi, come abbiamo visto, di incremento dell’alfabetizzazione e dell’offerta di stampati – una legge inglese chiamata dal nome della regnante «statuto di Anna», volta ad assicurare allo scrittore una tutela minima nei confronti degli stampatori. Quello statute del 1710 è ricordato come il primo embrione della disciplina moderna del copyright o diritto d’autore: agli autori riconobbe un negoziabile diritto sui proventi della distribuzione delle copie per un periodo di almeno 14 anni. L’intensa produttività dei romanzieri «moderni» o «borghesi» e la vastità del pubblico cui si rivolgevano furono il motore della moltiplicazione di discipline dello stesso genere. In Francia un passo analogo, preparato dalla vigilissima sensibilità dimostrata per questo tema dai maggiori illuministi, fu compiuto con la Rivoluzione. Secondo il modello francese, pure in molti degli Stati pre-unitari italiani il diritto dell’autore fu previsto per tutta la sua vita, e in favore dei successori per alcuni anni anche oltre, previa solo la formalità del deposito di due esemplari dell’opera. 

Contemporaneamente s’andò ridefinendo la questione del disturbo che lo scrittore può rappresentare per il potere. Laicizzata la società e affermata solennemente dalle Rivoluzioni americana e francese la libertà di manifestazione del pensiero, nell’800 la censura assunse in Francia e nel mondo anglofono la forma relativamente morbida, ancor oggi in tutto il globo non estinta, del controllo giudiziale ex post sulla base di disposizioni di legge. Negli Stati italiani e tedeschi – Prussia in testa –, nell’impero asburgico e in Russia sopravvisse invece il sindacato preventivo su tutte le pubblicazioni a stampa, affidato ad appositi apparati amministrativo-polizieschi. 

2. La «piccola Rivoluzione» del 1830 – quella che ne I miserabili costa la vita al monello Gavroche – segnò il passaggio della monarchia francese al ramo cadetto di Luigi Filippo d’Orléans: questi assunse il titolo ripreso dalla Costituzione del 1791 di «re dei francesi» ma ancora, facendo leva sull’aristocrazia, tenne una linea sostanzialmente conservatrice e assolutista. 

Nel febbraio del ’48 scoppiò a Parigi una nuova rivoluzione: Luigi Filippo fu costretto alla fuga e il governo provvisorio, nel quale figuravano tutti i capi dell’opposizione, proclamò la Seconda Repubblica. Venne fissata in undici ore la durata massima della giornata lavorativa e fu affermato il diritto al lavoro – quindi il principio del «pieno impiego», spina nel fianco dell’economia capitalistica. 

Le elezioni per la nuova Assemblea costituente, tenutesi a suffragio universale (vi furono candidati anche Balzac, che ottenne pochissimi voti, e Victor Hugo, che fu invece eletto), sancirono la vittoria dei repubblicani moderati: dal nuovo governo furono esclusi i rappresentanti dei lavoratori e subito venne deliberata la chiusura degli ateliers nationaux. Ne derivarono gravissimi disordini duramente repressi dall’esercito: migliaia di persone morirono sulle barricate o in esecuzioni sommarie. Nel mese di novembre venne approvata la nuova Costituzione, ispirata a quella degli Stati Uniti: essa previde un Presidente della Repubblica e un’unica assemblea rappresentativa, l’uno e l’altra da eleggere a suffragio universale. Anche a causa delle divisioni tra i repubblicani, le elezioni presidenziali vennero vinte da Luigi Bonaparte, figlio di un fratello di Napoleone: su di lui erano confluiti i consensi dei conservatori, ma anche buona parte del voto popolare, attratto dal fascino di quel nome. Il carattere democratico della Seconda repubblica risultava così definitivamente compromesso: nel dicembre del ’51 la Camera fu sciolta; diecimila oppositori vennero arrestati dall’esercito e deportati. Un anno dopo si dichiarò cessata la Repubblica e ripristinato l’Impero: Luigi Bonaparte assunse il nome di Napoleone III. 

L’onda rivoluzionaria s’era nel frattempo propagata in molti luoghi d’Europa: le classi dirigenti di tutto il continente furono terrorizzate dalla prospettiva della sovversione e del socialismo. I moti vennero soffocati dai governi violentemente e risolutamente, ma il proverbiale anno ’48 non passò senza conseguenze. Quasi ovunque s’era tornati ad affermare che la sovranità, se ancora apparteneva ai prìncipi, spettava pure alla nazione o al popolo; parlare di sudditi divenne sempre più difficile, piacendo sempre più a una larga fascia di governati venir chiamati cittadini e sentirsi tali. 

3. Tra i protagonisti del ’48 parigino vi fu la scrittrice George Sand: amica di molti dei componenti del governo provvisorio, teneva per loro i contatti con i principali esponenti delle avanguardie politiche europee, tra i quali Giuseppe Mazzini. «Sono io che decido tutto», scrisse quasi incredula, nei primi giorni dopo la caduta del re, in una lettera al figlio. In séguito alle elezioni per la Costituente, comprese che la carica sociale della nuova rivoluzione era disinnescata: già prima delle cruente giornate di fine giugno si ritirò a Nohant, nel castello di campagna ereditato dalla famiglia, e qui, in poche settimane, scrisse il suo nuovo romanzo. Nell’introduzione, Sand rievoca le conversazioni con l’amico Rollinat: 

E così, parlando della Repubblica dei nostri sogni e di quella, invece, sotto la quale eravamo costretti a vivere, avevamo raggiunto quel tratto ombreggiato del sentiero in cui le piante di timo selvatico invitavano al riposo. (…) – Ti ricordi che prima della rivoluzione ci interrogavamo sul fatto che gli spiriti duramente colpiti dalle sciagure pubbliche hanno avuto, in ogni epoca, la tendenza a rifiutarsi in sogni pastorali, a desiderare un certo ideale di vita campestre tanto ingenuo e infantile quanto, nel mondo reale, i pensieri sono cupi e i costumi brutali? 

La piccola Fadette è in effetti una favola agreste, ma tutt’altro che ingenua. Vi si narra dei due gemelli Landry e Sylvinet, costretti dalle necessità della vita a rinunciare alla relazione simbiotica della prima infanzia. La loro coetanea che dà il nome al libro vive nelle vicinanze in compagnia di una vecchia parente e di un fratello deforme, esposta per tali singolarità alle bee di tutto il villaggio. Gelosia e desiderio di controllo nei confronti di Landry trasformano Sylvinet in un giovane instabile, querulo e perennemente imbronciato, mentre Fadette risponde al dileggio e all’emarginazione facendosi un «maschiaccio» indisponente. Landry, che ha imparato a camminare sulle proprie gambe, mostra alla fanciulla che solo interrompendo la catena delle ripicche e delle smorfie potrà rivendicare con successo la propria dignità; dal canto suo Fadette, che le avversità hanno dotato di una segreta saggezza, vede bene nella relazione tra i due gemelli e li instrada verso un più sano atteggiamento di autonomia e rispetto reciproco. 

Le «sciagure pubbliche» di quei mesi saranno pure molto distanti da questo racconto: ma è difficile non sospettare nella piccola campagnola un alter ego della scrittrice – donna impegnatasi corpo e anima in un agone politico di soli uomini. Né si può ignorare che la relazione tra Landry e Sylvinet, analizzata con sottigliezza, oggettivamente rimanda al concetto cucito sulla bandiera dei rivoluzionari – alla fraternità come relazione opposta, perpendicolare a quella con l’autorità. Le figure dei due gemelli arieggiano fors’anche il rapporto tra dissenzienti compagni di parte politica: come i repubblicani parigini del ’48 divisi, per questo sconfitti, amareggiati e l’un dall’altro delusi. Di certo non del tutto inconsapevolmente, Sand riprende sotto questi aspetti il filo di Mme. de Staël: svolge in forma narrativa il tema dell’«influenza delle passioni», del loro governo e della loro educazione sulle «fortune degli individui», suggerendo a chi ha orecchie per intendere che possa andarne pure – come avrebbe detto la signora di Coppet – del «benessere delle nazioni». 

Mario Schifano, Monumenti umbri – Smalto su tela emulsionata – Asta Pananti in corso

4. Nei suoi poco appassionati studi in diritto, Gustave Flaubert ebbe un compagno ancora meno entusiasta di lui. Ne nacque un’amicizia duratura: Flaubert era uno scettico, Maxime Du Camp un vulcanico idealista che in séguito avrebbe partecipato da volontario all’impresa dei Mille per trarne il resoconto L’expédition des Deux Siciles. Li accomunava, con il sentimento di un’orgogliosa irregolarità, l’insofferenza nei confronti del conformismo e del carrierismo sgomitante dai quali si sentivano attorniati – quel che Gustave chiamava «bêtise dell’essere umano». Negli anni Quaranta viaggiarono insieme in Bretagna e in Egitto, Gustave prendendo appunti su un taccuino, Maxime trascinandosi l’ingombrante bagaglio, prima d’allora quasi mai visto da nessuno, d’una attrezzatura fotografica. 

Nel 1857 Du Camp fondò la Revue de Paris e vi pubblicò le prime puntate dell’ultima fatica letteraria dell’amico, non senza provvedere a una serie di cautelosi tagli che molto irritarono l’autore. Ma i tagli non bastarono: in capo a qualche settimana entrambi furono citati in giudizio dall’avvocato imperiale Ernest Pinard, lo stesso che in quei giorni istruiva un processo a Baudelaire per i suoi Fiori del male. L’accusa mossa a Madame Bovary era di oltraggio «alla morale pubblica e religiosa» nonché di violazione del buon costume: Pinard contestava a Flaubert di aver dipinto il curato come un uomo ridicolmente ottuso, di aver parlato troppo apertamente di libertinaggio di una donna e di aver diffuso con la figura della sua infelice eroina un germe eversivo della fondamentale istituzione familiare – un germe rovinoso per i lettori e «soprattutto per il pubblico femminile». Come è stato più volte convincentemente affermato, altri moventi non esplicitati stavano dietro alle imputazioni ufficiali: la borghesia rurale di cui Flaubert offre un’immagine meschina (sottotitolo del libro è: Moeurs de province) e dalla cui torpida routine Emma Bovary smania di evadere costituiva uno dei pilastri della monarchia di Napoleone III; né poteva essere sfuggita al potere (Pinard sarebbe stato a breve nominato ministro dell’Interno) la generale intonazione liberale della rivista di Du Camp. 

Gli imputati mobilitarono le proprie aderenze e si munirono del miglior difensore possibile, l’avvocato Ernest Sénard, a propria volta benissimo introdotto nelle alte sfere. Più tardi, Flaubert descrisse con perfida ironia gli sforzi oratori dell’accusa e della stessa difesa, che a fini opposti riducevano il suo lavoro alla misura del linguaggio legale. A differenza di quanto sarebbe accaduto a Baudelaire, gli accusati uscirono dal processo assolti ed esentati dalle spese. Le cronache riferiscono che la lettura in udienza di ampi brani del romanzo aveva strappato mormorii di ammirazione agli astanti, non escluso il presidente del Tribunale. Sta di fatto che di lì a poco Madame Bovary venne diffuso in volume, con tanto di dedica a Sénard, ottenendo da subito un grande successo.

5. Il regno del nipote di Napoleone si chiude con la sconfitta di Sedan contro i prussiani e con i susseguenti, ennesimi moti insurrezionali: il 4 settembre 1870 nasce la Terza Repubblica di Francia. Le elezioni per l’Assemblea Nazionale premiano monarchici e moderati, e il nuovo governo presieduto da Adolphe Thiers si insedia prudenzialmente a Versailles: Parigi resta sotto il controllo degli insorti e si appresta a un’esperienza d’autogoverno all’insegna del socialismo. Nel maggio del ’71 la Comune viene repressa dall’esercito con il bilancio di circa 20.000 morti. Le fratture che percorrono il Paese sono parzialmente ricomposte, dopo le elezioni del ’75, con l’approvazione della nuova Costituzione. Nella Terza Repubblica, che durerà ‘no al 1940, l’Assemblea Nazionale lascia il suo posto a un Parlamento articolato, secondo l’esempio britannico, in due camere: quella dei Deputati, eletta a suffragio universale maschile, e il Senato, composto in parte da membri fissi. Il Parlamento ha funzione legislativa ed elegge il Presidente della Repubblica; quest’ultimo può sciogliere le camere, porta la responsabilità della politica estera ed è a capo delle forze armate. 

Contemporaneamente a queste vicende francesi, si compie sotto la guida di Guglielmo I di Prussia e del suo ministro Bismarck l’unificazione politica della Germania: nel dicembre 1870 nasce lo Zweite Reich, il «secondo impero» tedesco. Lo stesso è l’anno in cui si perfeziona, con la presa di Roma, anche l’unità d’Italia: non proprio un caso, se la Repubblica romana del ’49, accerchiata dall’ostilità dell’Austria, della Spagna e del regno di Napoli, era stata in effetti abbattuta dai soldati di Napoleone III. 

6. È ora di soffermarsi brevemente su due espressioni che abbiamo già più volte adoperate e sono oggi le più abusate del lessico politico. Per tutto il corso del secolo XIX, trasversalmente alla contrapposizione tra monarchici e repubblicani, s’usò distinguere gli oppositori dell’assolutismo in due grandi correnti – i «liberali» e i «democratici». Entrambe queste famiglie sostennero la causa di istituzioni rappresentative, e in particolare del compiuto conferimento della funzione legislativa a un parlamento elettivo. Tra battute d’arresto e improvvise accelerazioni, nell’ultima parte del secolo tali conquiste andarono consolidandosi in varie parti d’Europa. Come si è già visto, però, il diritto di votare e di venire eletti nei parlamenti, così come nei consigli delle amministrazioni locali, fu ben lontano dall’essere attribuito a tutti: non solo ne furono escluse le donne, ma, con salvezza di rarissime eccezioni, vi vennero ammessi tra gli uomini solo i percettori di reddito più alto. Questo fu il più comune criterio di distinzione o motivo di divisione tra le due correnti del costituzionalismo: gli uni approvando e difendendo il principio del suffragio censitario, gli altri contestandolo. La polemica sul suffragio è però solo l’indice di un differente modo di sentire. Ai «liberali» la giustizia politica pareva esaurirsi nel riconoscimento delle libertà individuali in confronto dei governi: sotto questo aspetto può dirsi che la storia dell’Ottocento sia quella della loro progressiva vittoria, tant’è vero che come «liberali» si suol classifficare gli ordinamenti giuridici della seconda metà del secolo. Per contro i democratici sollevavano il problema delle «condizioni di partenza» dei diversi individui e delle diseguaglianze di fatto. 

La radicale critica marxiana del capitalismo e la formulazione della dottrina del «materialismo storico» conquistarono molti cuori democratici; ma facilitarono pure la scoperta di ragioni che deponevano, piuttosto che per la definitiva separazione tra le due famiglie, nel senso della loro compenetrazione. A tanto avrebbe giovato il contributo di alcuni pensatori della metà dell’Ottocento, poco o per nulla succubi delle facili categorizzazioni. L’aristocratico francese Alexis de Tocqueville (18051859), assunta in capo a un viaggio negli Stati Uniti l’ineluttabilità dei processi di democratizzazione, suggerì, perché quei processi non sfociassero in una generale omologazione e in nuove forme di assolutismo, di accompagnarli con una fattiva messa in opera dei princìpi tipicamente liberali della libertà di espressione, di stampa e di associazione: insomma, con una costante pratica di pluralismo sociale. Muovendo a propria volta da posizioni liberali, l’inglese John Stuart Mill (1806-1873) contestò l’idea dello Stato come arbitro neutrale della vita sociale ed economica e sostenne la necessità di positivi interventi dei poteri pubblici a tutela delle classi meno abbienti: politiche redistributive, riconoscimento della libertà sindacale, istituzione di un sistema pubblico di istruzione obbligatoria. Se simili proposte, pressoché impensabili fino a qualche decennio prima, trovarono alla fine del XIX secolo qualche principio d’attuazione, lo si deve in buona parte alla letteratura. Poiché anche di quest’idea il romanzo moderno è stato il primo, più costante e più efficace promotore: non sempre l’insuccesso economico e sociale è dovuto a debolezza d’animo e a scarso merito delle persone.

7. Per buona parte del secolo di Balzac la stampa e la distribuzione di romanzi e di altri libri poté aver luogo fuori della patria dell’autore senza suo guadagno e senza alcuna forma di sua tutela. Contro questo stato di cose si levarono molte voci tra le quali quella stentorea di Victor Hugo, tornato deputato nella Terza Repubblica e ormai grondante di fama ubiquitaria. A differenza che nella fase settecentesca, la mobilitazione degli autori non era adesso disfunzionale agli interessi degli stampatori – soprattutto delle grandi case editrici dei Paesi più industrialmente e culturalmente avanzati. Anche le autorità di quei Paesi si scoprirono sensibili al tema per evidenti motivi fiscali. Si giunse così, nel 1886, alla stipulazione di un trattato internazionale per la protezione delle opere letterarie e artistiche. La Convenzione di Berna previde appunto l’estensione della tutela dell’autore, sotto il profilo morale e sotto quello patrimoniale, in tutti gli Stati aderenti; e la previde in via automatica, senza cioè che gli Stati diversi da quello d’origine potessero subordinarla alla registrazione o ad altri adempimenti in loco. Più volte revisionato, il testo della Convenzione è tuttora in vigore e costituisce la cornice obbligatoria di sempre più numerose legislazioni nazionali, tra le quali quella italiana (legge 22 aprile 1941, n. 633, anch’essa più volte modi’cata). 

Ma a Berna non si discusse solo di trattamento giuridico della letteratura. Una delle questioni maggiormente controverse fu se nel novero delle opere «artistiche» dovessero farsi rientrare anche i prodotti d’una forma di comunicazione ignota fino a pochi decenni prima: la fotografia. Il principio della tutela del fotografo in quanto autore era già stato affermato in Francia e in Inghilterra – i Paesi dei padri scopritori Daguerre e Talbot e dei primi brevetti delle loro invenzioni; ma il suo pieno accoglimento nella Convenzione incontrò fortissime resistenze, secondo un pregiudizio che ha poi gravato, in molte legislazioni nazionali e ‘no ai giorni nostri, sulla protezione dei fotografi. I più accesi oppositori furono i rappresentanti della Germania da poco unificata: nel reclamare piena libertà di riproduzione, essi erano mossi da intuibili ragioni di carattere economico e politico-industriale; ma potevano far leva su ciò che è indiscutibilmente il proprium del processo fotografico, qualifica nettamente i suoi prodotti in confronto a quelli della pittura e lo predestina a un impatto enorme sul mondo. 

8. Il fenomeno della sensibilità alla luce dei sali d’argento era noto ai chimici almeno fin dal Settecento: ma non si conosceva il modo di fermare la reazione e quindi di ‘ssare una qualche immagine sul supporto. Nel 1838 un intraprendente pittore e scenografo – già inventore di una sorta di teatro delle luci detto Diorama, stabilito a Parigi e dotato di una filiale a Londra – mise a punto la tecnica detta dal suo nome dagherrotipia. L’invenzione suscitò subito grande entusiasmo: ma la gloria di Louis Daguerre venne presto oscurata da quella dell’inglese William Henry Fox Talbot, il cui metodo, brevettato nel ’41 e basato sulla produzione di un’immagine «negativa» (il bianco risulta nero, e viceversa), abbattè i tempi di esposizione, consentì di fissare anche l’immagine di oggetti in movimento, schiuse la strada all’infinita replicazione delle fotografie. 

L’improvvisa diffusione della «scrittura con la luce» è forse il miglior indice del nesso che si stringe nell’Ottocento tra ricerca scientifica, applicazioni tecniche, sviluppo dell’economia. In pochi anni si moltiplicarono a Londra e a Parigi, poi in tutte le maggiori città europee, le botteghe di professionisti che eseguivano per l’alta e meno alta società ritratti individuali o di famiglia, quasi sempre in pose statiche e convenzionali. Tra loro si impose Nadar, giornalista immerso nella migliore intellettualità parigina, che intendendo il ritratto come gesto di valenza culturale e civile ci ha lasciato le immagini di moltissime celebrità del tempo, da George Sand a Baudelaire, da Victor Hugo a Zola, da Liszt e Berlioz a Rossini e Verdi. 

Sembra di vederli tutti in carne e ossa davanti a noi! L’originaria difficoltà di riconoscere sui frutti del procedimento fotografico il titolo appropriativo dell’abilità e della soggettività dell’operatore si spiega proprio con la percezione dell’effige fotografica come una sorta di calco o di frammento direttamente promanante dalla persona o dalla cosa effigiata. A differenza di quella dipinta, la fotografia è un’immagine analogica: l’aggettivo – dal greco análogos, cioè proporzionale – esprime l’inderogabile rapporto ch’essa intrattiene con ciò che rappresenta. I molti che a lungo la definirono ancilla artis et scientiae, lo stesso Talbot che parlò di «matita della natura», enfatizzavano il contenuto documentario della fotografia, ma sottacevano l’inseparabile altro suo aspetto di costrutto umano, potenzialmente disponibile a un’infinità di codici espressivi e di scelte stilistiche. 

I delegati a Berna e tutti gli uomini di fine Ottocento solo vagamente poterono avvertire quale straordinario punto di svolta la recente invenzione segnava nella Storia: essa avrebbe svelato allo sguardo fenomeni troppo lenti o troppo veloci per essere prima visibili; avrebbe affiancato la parola come strumento sia di conoscenza che di mistificazione; avrebbe rivelato una del tutto peculiare capacità di suscitate emozioni; l’infinita e facile replicabilità dei suoi prodotti si sarebbe prestata particolarmente ai meccanismi anestetici, ripetitivi e rotativi, della propaganda e della moda; sulla sua base si sarebbero infine sviluppate la cinematografia, la televisione e quella che – sempre più sorda alla parola – è stata chiamata società dell’immagine. 

Oggi che ci entusiasma e ci sconcerta l’avvento dell’immagine informatica – non solo priva di supporto tangibile, non solo modificabile a piacere e istantaneamente da chi la utilizza, ma affrancata dalla necessità di un corrispettivo nella realtà fisica; oggi che cogliamo nella «rivoluzione digitale», assieme a nuove opportunità, una terribile minaccia ai processi di significazione e identitari; mentre da più parti del mondo cronache strazianti riferiscono di adulti e di bambini sofferenti d’amore o di lutto per creature virtuali: riscopriamo la dignità del vero atto fotografico, nella sua intima corrispondenza al fondamento analogico d’ogni nostro giudizio morale e d’ogni incremento di conoscenza. 


Donato Carusi (Napoli, 1963) insegna Diritto civile, Diritto e letteratura e Diritto di famiglia nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Genova. Tra i suoi libri Le obbligazioni nascenti dalla legge, Napoli, 2004; L’ordine naturale delle cose, Torino, 2011; Che farò quando tutto brucia? Una lettura politico-giuridica di António Lobo Antunes, Pisa, 2019; e da ultimo La legge «sul biotestamento»: una pagina di storia italiana, Torino, 2020. – (marzo 2022) –

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