Il fascino oscuro di Disneyland per i capi di stato comunisti

 Il parco divertimenti di Disneyland ha influenzato le vite di diversi capi di stato comunisti: Krusciov, Fidel Castro, il fratello di Kim Jong-un e l’ex vicepremier cinese Zeng Qinghong (曾庆红). Tutti sono stati attratti da Disneyland e, di contro, il parco divertimenti ha risposto influenzando, quasi mai positivamente, le loro carriere.


In copertina: Disney Dreams, di Thomas Kinkade

di Valentino Eletti

Sappiamo cos’è Disneyland al punto da darlo per scontato. L’immagine del castello appare senza problemi nella mente di chiunque, con le sue le guglie e le torrette illuminate, ma, come in un set, del castello esiste quasi esclusivamente la facciata frontale. Eppure, quest’immagine non è stata e non è neanche oggi un vero universale dell’immaginario condiviso. Le forme alterate di questo parco hanno infatti compromesso carriere e distrutto vite, soprattutto tra quelli che erano considerati i paesi del blocco comunista. 

Se infatti fossimo cresciuti in una repubblica socialista – come Cuba, l’Unione Sovietica o la Cina di qualche decennio fa – la nostra immagine di Disneyland sarebbe stata diversa da quella che abbiamo: sfocata e distorta. Immaginiamo di essere dei quadri del partito comunista di uno di quegli stati: forse avremmo potuto vedere qualche lungometraggio Disney e aver sentito parlare di quei parchi, bypassando il colino a maglie strette della censura per il quale dovevano passare i prodotti culturali esteri. La nostra immaginazione si sarebbe quindi nutrita di suggestioni e avremmo costruito così una Disneyland personale e ideale: come Coleridge sogna, senza mai averlo visto, il palazzo di Kubla Khan Nikita Krusciov sogna e sa di poter desiderare il castello di Cenerentola, ma il suo desiderio ha una collocazione geografica precisa, si trova in California, al Disneyland Resort, allora l’unico parco esistente. 

Questo stesso fenomeno avveniva però anche dalla nostra parte della cortina di ferro dove artisti e scrittori immaginavano l’utopia proletaria del sistema socialista. E, a volte, erano i paesi socialisti stessi ad assecondare il desiderio degli scrittori occidentali; Sartre e Simone de Beauvoir, solo per citare i più noti, visitano la Cina maoista nel ’55. Le visite di questi scrittori nell’Unione Sovietica e in Cina erano organizzate con precisione e ogni tappa era, di fatto, una performance che si declinava in vari atti: la fabbrica, l’unità di lavoro, la comune agricola. Una stessa versione di questa pantomima è ancora viva oggi nella Corea del Nord. Per diversi autori occidentali del ventesimo secolo questi viaggi hanno però rappresentato il primo gradino verso una disillusione più profonda, nel caso di Sartre e de Beauvoir la disillusione arriva prima per lei e solo dopo diversi anni per lui. Questi autori si erano accorti della messinscena a cui erano stati sottoposti e, chi prima e chi dopo, l’hanno rifiutata. L’ideale che ricercavano è rimasto valido finché era rappresentato da qualcosa di distante; l’utopia, come anche l’esotismo, vengono spesso uccisi dalla prossimità. Il vero paradosso è che molti uomini di stato del blocco socialista erano invece attirati dalla messinscena proprio in quanto tale, e per essa erano disposti a sacrificare molto più di quanto ci potremmo aspettare. Il parco divertimenti di Disneyland – questa finzione proibita dell’Occidente – ha esercitato così un’attrazione nefasta per vari capi di stato e membri del gotha di una serie di stati comunisti.

Il primo di questi eventi sfortunati è proprio legato a Krusciov: è il 1959 e il segretario generale del partito comunista sovietico è negli Stati Uniti per la più importante visita di stato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È la prima volta che mette piede negli Stati Uniti. Durante questa visita avrà modo di incontrare Eisenhower a Camp David, di visitare aziende agricole sperimentali e di passare qualche giorno a San Francisco. Dalla costa occidentale fa una richiesta fuori programma: quella di poter vedere Disneyland California. La richiesta di visitare un parco divertimenti fatta da uno dei due uomini più potenti del pianeta viene però rifiutata dalle agenzie di intelligence. La CIA dà però il permesso di andare a Disneyland alla moglie e alla figlia, ma non a lui. Krusciov dà in escandescenze e chiede se per caso a Disneyland ci fossero delle basi militari nascoste. In una spirale di iperboli arriva a minacciare il suicidio pur di poter visitare il parco. Alla fine, ripartiranno tutti e tre senza esserci andati.

Questo fatto è sicuramente il più noto ed appartiene oggi all’aneddotica più che alla storia. Ma, insieme a questo, ce ne sono altri che, se messi in ordine, fanno emergere un pattern inaspettato che lega queste figure con un filo scuro. Quello che ha avuto le conseguenze più fosche è sicuramente legato alla Corea del Nord. La successione politica è sempre difficile e, se si parla di Corea del Nord, dove il potere è emanazione di una casata dinastica socialista – quella dei Kim – questo passaggio di consegne può essere addirittura cruento. Negli anni ’90 al potere c’era ancora Kim Jong-il (1941-2011), figlio del padre della patria Kim Il-sung; il suo potere era stabile, ma il patriarca stava invecchiando e il successore non era ancora riuscito a consolidare la sua posizione. Non era infatti chiaro chi tra i suoi tre figli e il genero gli sarebbe succeduto. Il primogenito Kim Jong-nan era il favorito. L’evento che lo fa cadere in disgrazia e mina la sua carriera politica avviene nel 2001 quando Kim Jong-nan viene fermato all’aeroporto di Narita, in Giappone. Con lui ci sono anche due donne, la moglie, l’interprete e probabilmente la figlia. L’accusa è quella di essere entrato nel paese con un passaporto falso. Dal passaporto emerge che era entrato illegalmente nel paese almeno altre tre volte, la motivazione: andare a visitare Disneyland Tokyo. La notizia viene ripresa anche in patria e viene usata come leva per screditarlo. Da quel momento inizia a perdere l’appoggio del padre. Nel 2011, alla morte di questi, gli succede il fratello minore – Kim Jong-un – che, nel 2017, lo fa uccidere all’aeroporto di Kuala Lumpur. 

Altro regime, altra Disneyland: questa volta il dialogo è tra Cuba e Disneyland Orlando. Fidel Castro, avendo governato l’isola che fronteggia la Florida, prova a rispondere a Disneyland Orlando con El Mundo de la Fantasía: nella sua versione del parco divertimenti Topolino viene però sostituito, non con gli stessi risultati, dall’eroe dei cartoni animati cubani: Elpidio Valdés. El Mundo del la Fantasía si presenta come una parodia distorta e non voluta del suo corrispettivo, calca molto la mano sull’antimperialismo americano ma non riesce a creare alcun tipo di immaginario duraturo. Dopo l’uragano del 2012 il parco è stato completamente abbandonato. 

L’unico esempio che si discosta da quest’elenco sfortunato è forse quello di Zeng Qinghong (曾庆红), ex vicepremier della Repubblica Popolare cinese. Zeng Qinghong, ora ritiratosi dalle scene, è stato quel politico che è riuscito a far entrare Xi Jinping all’interno del comitato permanente del Partito Comunista Cinese, il pool molto ristretto da cui emergono i vertici del paese. Ed è proprio Zeng che viene inviato a supervisionare l’apertura di una Disneyland di prossimità: quella di Hong Kong. Anche in questo caso è la prima volta che l’inaugurazione di un parco divertimenti viene presenziata da un politico con un profilo così alto. Ad ogni modo l’esperimento riesce e si conclude con delle splendide foto delle mascotte Disney fotografate accanto a dignitari del partito (questa gioia per gli occhi si può trovare qui) durante la cerimonia di apertura nel 2005. Disneyland Hong Kong rimane ad una distanza di sicurezza dalla Cina e spiana la strada alla politica successiva. L’avvicinamento progressivo si conclude definitivamente con l’apertura di Disneyland Shanghai nel 2016: il primo parco Disneyland in una repubblica popolare monopartitica.

L’amore per Disneyland da parte di questi capi di stato ci appare come un’evidente dissonanza: l’Occidente capitalista e i suoi prodotti di intrattenimento vengono attaccati dagli apparati di propaganda di questi paesi ma il parco divertimenti risulta essere il piacere inconfessabile dall’establishment comunista. Disneyland sembra toccare, in qualche modo, delle corde consonanti alla retorica di questi paesi; come la realtà presentata dalla propaganda socialista, anche Disneyland sembra non esistere mai nel presente, è viva o nel ricordo o nell’attesa di poterla raggiungere. L’antropologo francese Marc Augé (1997) parla infatti della visita a Disneyland come una visita al futuro anteriore, che trova il suo senso solo quando viene raccontata e rivissuta. Non è forse un caso che nella letteratura socialista, sia essa sovietica o cinese, il realismo delle storie venga sempre smorzato da un finale conciliante, quel lieto fine dove il tempo cristallizza in tramonto. Allo stesso modo i film della Disney hanno addolcito molte fiabe tradizionali togliendo gli elementi più cruenti che le caratterizzavano. 

Da quando Disneyland Shanghai è stata aperta la “pericolosità” di questi parchi è forse diminuita per i capi di stato dei pochi paesi socialisti ancora rimasti. Disneyland è ora a portata di mano e non rappresenta più un’alterità pericolosa da desiderare. I cittadini dell’Unione Sovietica, di Berlino est o della Repubblica Popolare Cinese però non sognavano Disneyland, per loro l’idea della prosperità capitalista era un abbaglio sufficiente per tentare la fuga. Al contrario i quadri di partito, che conoscevano bene il linguaggio della propaganda e che avevano già accesso ad un certo grado di benessere in virtù del loro status, desideravano qualcosa che poteva essere allo stesso tempo esotico ma anche intriso di una narrativa che conoscevano bene. Per questo erano attratti da Disneyland: perché era una finzione dichiarata, una messinscena che non si può svelare e che, per questo, non può deludere. 


Valentino Eletti (1990) è dottorando in civiltà dell’Asia e dell’Africa presso La Sapienza università di Roma e si occupa di come le persone acquisiscono le lingue straniere. Insegna lingua e cultura cinese in un liceo linguistico romano.

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