Il femminismo deve fare i conti con l’odio

In seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin, la società riflette sulla persistente violenza di genere. La rabbia femminile, spesso vista come autodistruttiva, emerge come forza politica rivendicativa. Il femminismo deve trasformare questa rabbia in azione collettiva, per combattere le radici della violenza.


in copertina, Mimmo Rotella, Il re del rock, 2003, Asta Pananti in corso

di Irene Doda

Passato il picco di interesse mediatico verso il femminicidio di Giulia Cecchettin, passata l’ondata di rabbia e la manifestazione di piazza, le accuse assurde di satanismo alla sorella Elena, restiamo, ancora una volta, noi. Noi, che un corpo femminile – o femminilizzato – lo abitiamo tutti i giorni. I femminicidi sono proseguiti, così come le tante piccole violenze quotidiane. È rimasta anche la nostra rabbia.

Tanto si è scritto, anche molto bene, della rabbia femminile. Nei giorni successivi alla morte di Cecchettin è uscito un lungo articolo di Viola Stefanello su Lucy che parte dall’esperienza dell’autrice con le rage room per raccontare l’esperienza di repressione che le donne associano alla rabbia. “Da anni si moltiplicano gli studi che mostrano quanto le donne tendano a provare rabbia più spesso, e più intensamente, degli uomini. Le ragioni sono tantissime: la stanchezza e la solitudine della maternità, le disparità sul posto di lavoro e nei lavori domestici, la sensazione di non essere davvero al sicuro negli spazi pubblici, i costanti tentativi di corrosione dei diritti riproduttivi, la sensazione di non avere mai davvero tempo per te stessa come individuo, la gente che ti chiama nazifemminista se fai notare che è faticoso vivere così (…). Ma è spesso una rabbia molto lontana dai pugni tirati ai muri, che non sa cosa fare di sé stessa. Così, l’espressione della rabbia femminile finisce per essere quasi sempre autodistruttiva”, scrive Stefanello. La rabbia come sentimento politico, però, quella che portato in piazza Non una di Meno a novembre,che molti movimenti rivendicano come base delle loro pratiche, ha una chiara matrice distruttiva. Bruciamo tutto, ha detto Elena Cecchettin. Per parafrasare un vecchio slogan: il patriarcato si chiude col fuoco.

La mia reazione intima di fronte alla rabbia della piazza è sempre di esaltazione. Forse perché anche io ho dentro quel senso di rivalsa al quale solo la lotta collettiva riesce a rendere giustizia. Forse perché è un antidoto a quell’autodistruzione di cui parla Stefanello. Bruciare tutto per non bruciare noi. Ma dopo la piazza restano dei sentimenti con cui fare i conti, e per quanto, come persone appartenenti a un movimento, ci sforziamo di elaborarli in modo collettivo, i sentimenti hanno quel brutto vizio di essere una questione intima. Il personale è politico, ma resta comunque qualcosa che ha a che fare con, appunto, le persone. Fare i conti con la rabbia, l’esaltazione, e anche l’odio è una parte di responsabilità politica che parte da dentro.

Mimmo Rotella, Il re del rock, 2003, Asta Pananti in corso

L’odio ha origini lontane

Quando Filippo Turetta (ex fidanzato di Cecchettin, che ha confessato di averla assassinata) è tornato in Italia, i giornali hanno riportato che le forze dell’ordine lo hanno protetto da un possibile linciaggio. Il personaggio di Filippo Turetta ha colpito particolarmente l’opinione pubblica, soprattutto quella femminile: perché non era un criminale, un tossico, un pregiudicato o uno di quei personaggi che, nel nostro immaginario, possono commettere un omicidio. Non corrispondeva a una di quelle figurazioni stereotipate che noi, che ci consideriamo persone attente e con la testa sulle spalle, non frequenteremmo mai. Era il ragazzo della porta accanto, che preparava i biscotti, insieme al coltello e allo scotch da pacchi. Proprio come avevamo sempre detto: non il mostro, ma il figlio sano del patriarcato.

L’odio, come definito dall’enciclopedia Treccani come sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui, è la risposta spontanea di fronte a una violenza così abile nel mascherarsi da sembrare ineluttabile. La domanda di come porsi di fronte alla violenza di genere non è un dilemma marginale per i femminismi: è la loro domanda centrale. Dalla risposta che sappiamo dare alla violenza dipende la nostra sopravvivenza come individui, la libertà di movimento dei nostri corpi, e di espressione delle nostre menti e anime. Per quanto, in fondo, sia vero che not all men (nel senso che sì, esistono uomini non pericolosi, non violenti, non sessisti) i nostri sentimenti si proiettano su tutti gli uomini. Anche su quelli più buoni e insospettabili. E come potrebbe essere diversamente? Abbiamo sprecato tanto fiato e tante parole per non farci dipingere come odiatrici seriali di uomini, noi femministe, quando invece a me sembra una conseguenza naturale della violenza che ci minaccia.

Ha scritto la filosofa Katherine Angel nel suo libro “Bella di papà” (in inglese: daddy issues) un’esplorazione della figura del padre nella cultura contemporanea, pubblicato in Italia da Blackie: “Uno dei compiti più urgenti che la nostra epoca incerta – nata dopo il #MeToo – ci richiede, è quello di non limitarci più ad un confronto con il nostro status di vittime della dominazione maschile, ma anche di fare i conti con i nostri desideri di retribuzione, vendetta, punizione, con le nostre fantasie di aggressività e di smascheramento”. Il parallelo creato da Angel è tra movimento femminista e sviluppo dell’individuo. La filosofia paragona infatti la necessità del bambino di confrontarsi con la sua ostilità verso genitori; i sentimenti negativi nei confronti delle nostre origini sono alla base dello sviluppo di un sano senso del sé. L’ipotesi è che il desiderio di vendetta femminista provenga dunque da una necessità di auto-affermazione.

Nell’ambito di un movimento articolato come il femminismo contemporaneo, questa necessità di fare spazio al desiderio di violenza si combina con un’analisi sistemica del rapporto tra i generi, con un quadro di oppressioni multiple, con la volontà, in ultima istanza, di trasformare la società.

Guarigione e trasformazione

La violenza di genere è una ferita infetta, che continua a fare male. Il movimento femminista non può che posizionarsi a partire da qui. Deve disinfettare la ferita prima di chiuderla con i punti di sutura. La repressione dell’odio, del sentimento negativo che ci attraversa diventa un veicolo per controllare la rabbia femminile e la volontà di cambiamento radicale. I bisogni di sicurezza e di protezione vengono cooptati dallo stato e riproposti alle donne e alle soggettività di genere non conforme in senso nazionalista, classista e razzista. Scrivere la filosofia decoloniale francese Françoise Vergès in Una teoria femminista della violenza (Ombre corte, 2021): “L’uomo non è strutturalmente violento e la donna sempre la sua vittima? Le leggi non sono troppo morbide dal momento che le violenze non diminuiscono o di ben poco? Gettiamo gli uomini in pasto alla vendetta! Allontaniamoli! (…) Imprigioniamoli! Facciamo cambiare campo alla paura!” Quando la protezione dalla violenza di genere viene delegata alle istituzioni carcerarie, si crea l’illusione della pacificazione del conflitto di genere, riassorbito in strutture interpretabili secondo una logica familiare, quella binaria del carnefice/vittima. Nonostante possa sembrare il contrario, l’approccio punitivo alla violenza di genere, e il cosiddetto femminismo carcerario, non tengono conto della rabbia delle donne. Anzi, con la tipica autorità patriarcale, la imbrigliano dentro rigidi paletti di rispettabilità. L’insistenza sulla sicurezza e sulla punizione, i due pilastri della società punitiva non solo umiliano la rabbia femminile e la depotenziano, ma non sono neppure efficaci. In primis perché proteggono solo alcune donne, le vittime perfette designate dallo stesso sistema che le vuole difendere: le donne bianche, rispettabili, non tossico-dipendenti, che non hanno compiuto atti criminali, che non hanno mai praticato sex work, che sono eterosessuali e monogame fedeli. Diversi osservatori e osservatrici hanno inoltre constatato come le soluzioni esclusivamente punitive non abbiano un impatto nel ridurre la violenza di genere – si possono reperire esempi da tutto il mondo (qualche dato da Stati Uniti, Italia e Sudafrica).

La vittima perfetta, per lo stato e per il femminismo carcerario, soprattutto non è arrabbiata. Non odia, non urla, ma piange. Non brucia nulla, ma brucia dentro. Ingoia la rabbia e costruisce una facciata di donna rispettabile. Nel frattempo, la punizione, inflitta in modo sproporzionato su una fetta particolare di uomini (quelli razializzati, poveri, emarginati e meno inseriti nel sistema che commina le pene) non fa che slabbrare ancora di più la ferita: la violenza chiama violenza, il trauma chiama trauma. Il cerchio della retribuzione, e del silenzio, si chiude.

Fuori dal labirinto

Uscire da questo ciclo di vittimizzazione, chiamata alla protezione e strumentalizzazione non è certo facile. Ma per riparare il conflitto di genere occorre prima riconoscerlo fino in fondo. Anche nelle sue parti meno piacevoli. Per esorcizzare, forse, riconoscerle per quello che sono ed evitare di finire nel ciclo infinito di traumatizzazione e ri-traumatizzazione che colpisce sempre le parti più deboli della società. Per tornare al parallelo proposto da Katherine Angel: occorre fare i conti con l’odio per affermare la propria identità, le proprie rivendicazioni come soggetto politico e passare da una fase di lutto a una fase di azione.

Non pretendo di avere in tasca la risposta precisa sul contenuto di tale azione. Può sembrare di essere finite in un vicolo cieco: se agire rischia di riprodurre la violenza, restare inermi ci lascia scoperte. Come in molti altri campi esistono strategie dirette per fare un uso politico dell’aggressività, che vanno dal personale al collettivo. In un ambito così nuovo, emergente, i due aspetti non solo possono coesistere, ma è inevitabile che lo facciano. Il rito collettivo della messa in comune della rabbia attraverso le marce di piazza è una tattica per esorcizzare la violenza, basata sulla presenza corporea e sulla riappropriazione simbolica dello spazio.
La filosofa Elsa Dorlin, nel suo libro Difendersi (Fandango, 2020) traccia una genealogia delle tradizioni di autodifesa: dall’autodifesa schiava, alle arti marziali praticate dalle suffragette. Difendersi, o auto-difendersi sono, secondo Dorlin, una pratica affermativa, una preservazione del sé, che è anche creazione e realizzazione. Se infatti la vendetta è un dispositivo solo vittimizzante, oltre che individuale, l’autodifesa ha anche un aspetto affermativo della soggettività. La difesa, come insegnano, tra le altre, le militanti del Rojava, non può esistere senza la difesa di qualcosa. “Pretendere dallo stato ciò che ci deve, ma rimanendo autonome, porre le nostre condizioni quando dialoghiamo con le istituzioni, bruciare, creare disordine, educarsi collettivamente (…), essere solidali con tutte le lotte di liberazione, coltivare l’amicizia e l’amore rivoluzionari”, scrive ancora Françoise Vergès in Una teoria femminista della violenza.
Un’altra tattica è quella della sottrazione. Ne ha scritto molto bene Davide Traglia, proprio qui sull’Indiscreto, qualche settimana fa: “In una società che ci mette l’uno contro l’altro, che ha sostituito la presenza corporea con l’avatar e intende il confronto sociale soltanto come un forsennato scontro per la produzione – a discapito di qualsiasi possibile senso di comunità – tocca al singolo individuo provare a invertire la rotta: smetterla di voler esistere a ogni costo, accettare l’ordinarietà delle nostre vite, coltivare l’arte della sottrazione”. Traslando la riflessione di Traglia sul piano collettivo, possiamo pensare agli scioperi femministi come manifestazione di una sottrazione radicale, un rifiuto di partecipare a un sistema fondato sulla violenza.

Un movimento femminista che accetta l’odio e il desiderio di vendetta e li guarda in faccia sarà in grado di usare la rabbia in senso trasformativo. Un movimento non in grado di confrontarsi con l’odio non farà altro che farsi usare da esso: non lo vedrà come necessario e naturale punto di partenza, ma come obiettivo politico, con il rischio di farsi strumentalizzare dallo stesso sistema che si propone di combattere.


Irene Doda ha 28 anni, vive e lavora in Romagna. Scrive per Wired, Il Tascabile, Siamomine, Emma Rivista e altre testate online e cartacee. È co-autrice e speaker del podcast Anticurriculum, sul futuro del mondo del lavoro. Ha pubblicato per Edizioni Tlon “L’Utopia dei miliardari”.

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