Il Giappone, per noi italiani

Almeno fino a metà del cinquecento, nell’immaginario italiano il Giappone ha coinciso con il Cyampagu di Marco Polo, citato nel secondo capitolo del terzo libro del Milione. Gianluca Caputo in “L’aurora del Giappone tra mito e storiografia”, una dettagliata ricerca pubblicata da Leo Olschki editore, ricostruisce la storia del termine e dell’idea di Giappone in Italia, un’idea contraddistinta da un profondo senso di alterità.


In copertina: opere del leggendario artista giapponese Utagawa Kunisada, detto anche Utagawa Toyokuni III

di Andrea Cassini

Tra pieno e basso medioevo, scrive Franco Cardini, la via principale per cui si accedeva al sapere geografico non erano le conoscenze o le esperienze dei viaggiatori, bensì lo studio delle auctoritates. L’assunto si faceva più vero man mano che ci si spostava dal baricentro europeo, verso l’Oriente e l’Estremo Oriente, dove soltanto dal Tredicesimo secolo in poi i resoconti di missionari, diplomatici e mercanti cominciarono a offrirsi come termine di paragone, presentando esperienze vive. Tale corpus geografico può definirsi alternativamente, agli occhi degli osservatori di oggi, “fantastico, “leggendario” o addirittura “immaginario”, ma la percezione dell’epoca era ben diversa: lo confermano, ed è uno studio quantomai interessante, le antiche cartografie che mescolano in maniera eterogenea – ma con cura scientifica – nozioni concrete e suggestioni esotiche.

Del resto l’idea del viaggio reale ben si abbinava, sul piano metaforico cristiano, a quella del viaggio allegorico: ciò che contava era il messaggio da apprendere durante il tragitto e poi divulgare al prossimo. I luoghi “spirituali” si ubicavano nelle cartografie “terrene”, l’unica distinzione era una soglia di passaggio: la porta degli Inferni – tra cui quello dantesco, il pons subtilis dei viaggi per mare irlandesi, o il naufragare nell’oceano sconfinato finendo, in uno stato di coscienza alterata, in qualche Thule. “Altrove”, “aldilà” e “alterità” erano tre termini che si sovrapponevano senza scarti.

È anche per questi motivi che almeno fino al 1550, nell’immaginario italiano il Giappone ha coinciso con il Cyampagu di Marco Polo, citato nel secondo capitolo del terzo libro del Milione. In una dettagliata ricerca pubblicata da Olschki nel 2016, “L’aurora del Giappone tra mito e storiografia”, Gianluca Caputo ha ricostruito la storia del termine e dell’idea di Giappone in Italia tra 1300 e 1600, contraddistinta da un senso di alterità, e partendo in effetti da quel termine che è una storpiatura arrivataci da una lingua sinica e che in Toscana si diffuse con il vernacolare e più intuitivo Zipangu. Marco Polo, nel Medioevo, era in effetti una somma auctoritas geografica, e poco importava dell’affidabilità del resoconto di Rustichello da Pisa. Pur non mettendo mai piede sull’arcipelago e fraintendendo le dinamiche politiche tra Cina, Mongolia e Giappone (il Giappone attraversava già una fase di estrema chiusura, che l’avrebbe caratterizzato almeno fino allo sbarco del Commodoro americano Matthew Perry nel 1853, anche nei confronti della vicina Cina), Marco Polo restituì un’idea di Cyampagu che faceva leva sugli interessi e sulla curiosità dell’intero mondo occidentale. Il suo Giappone era innanzitutto un paese esotico, di un’alterità talmente pronunciata da risultare inspiegabile, ma era soprattutto un paese ricco.

Il campo semantico di riferimento era quello dell’oro, ma ancora una volta l’allegoria si mischiava alla realtà. L’oro giapponese esemplificava la fertilità del terreno e i costumi sfarzosi dei più abbienti, ma anche la statura morale del suo popolo, che prese a comparire nel genere dell’exemplum e, per l’appunto, delle legende auree (è significativo che, nelle sue improbabili peregrinazioni tra Africa e Asia, il Prete Gianni sia finito anche in Giappone). L’apparente nobiltà d’animo dei giapponesi cozzava in verità con altri due dettagli tramandati dal Milione, dei quali però solo uno sopravvisse nell’immaginario europeo. Per Polo i giapponesi praticavano cannibalismo, ma questo particolare non attecchì. Il fatto che adorassero numerosi idoli anch’essi in oro, invece, suggerì di identificare il popolo giapponese nell’idea del “pagano gentile”, uomini che semplicemente non conoscevano il messaggio cristiano, ma che l’avrebbero accolto con gioia perché già predisposti ai suoi valori.

Del resto, secondo Polo i giapponesi erano “bianchi”, quindi simili a noi, e “di bell’aspetto” (i primi rapporti dei gesuiti, invece, li avrebbero definiti “negri”). Da lì, spiega Caputo, l’idea di Giappone in Italia avrebbe sempre percorso questa duplice linea, con l’ambiente veneziano a fare da traduttore: di volta in volta si metteva l’accento sull’oro materiale – le prime, ambiziose spedizioni mercantili nell’Estremo Oriente – o su quello morale – gli studi dei dotti veneziani, poi confluiti nelle prime edizioni a stampa aldine, e infine gli albori del cristianesimo missionario. Una terra mitica, un Eldorado che in effetti, suggerisce Caputo, persino Cristoforo Colombo aveva in mente di visitare nel suo viaggio verso occidente per le Indie: credette di identificare l’isola con quello che oggi è il Cibao, la regione settentrionale della Repubblica Dominicana.

A proposito di mappe, il Giappone “fisico” continuava a evolversi con ritocchi al nome e cartografie sempre più accurate, di nuovo ad opera dei veneziani ed alimentate da nuovi viaggi e scoperte. Si deve a Navigationi et Viaggi di Giovan Battista Ramusio, nel 1550, l’adozione di Giapam o Giapan al posto di Cipangu. Un termine che, nel frattempo, aveva lasciato una suggestiva eco letteraria nell’Oriente immaginifico dell’Orlando Furioso, attraverso l’isola di Alcina.

Da lì, nel giro di qualche anno l’auctoritas poliana si sarebbe ulteriormente indebolita, sia per il passare inevitabile degli anni, sia per lo spostamento dell’asse europeo verso le spedizioni spagnole e portoghesi che avvicinavano l’Occidente all’Asia, rendendola meno esotica e traducendola in termini facilmente convertibili secondo la valuta europea: potere economico e influenza culturale. Dalla roccaforte gesuita di Malacca, nel 1545, i missionari portoghesi furono i primi a spostarsi in Giappone per piazzarvi un avamposto. A guidarli c’era Francesco Saverio in persona, che sbarcò a Kagoshima nel 1549 seguendo degli uomini giapponesi che l’avevano invitato a evangelizzare anche la loro patria. Il Giappone è un paese che ancora oggi resta perlopiù immune alle religioni organizzate (oltre 85 milioni di persone si dichiarano “non religiose” e lo shintoismo è una tradizione popolare che in genere basta a soddisfare le necessità spirituali dei giapponesi) e l’accoglienza riservata ai gesuiti non fu delle più ospitali. Nel 1597 si consumò il martirio di Nagasaki, quando ventisei cattolici vennero uccisi al culmine delle persecuzioni del daimyo Hideyoshi Toyotomi. Ma questo non vietò a Francesco Saverio di fornire all’Occidente, tramite i suoi Avisi e le Epistole, un nuovo canone dell’Estremo Oriente. Il suo Giapan, mostra efficacemente Caputo, appariva certo meno “altro” e più vicino dello Zipangu poliano, più realistico e preciso nei contorni, ma non così differente nella sostanza. Si esaltano ancora i colori brillanti dell’oro e delle perle, si loda lo stile di vita schivo, austero, dedito al lavoro. Negli scritti di Francesco Saverio affiora un termine che diventerà cruciale per la nostra interpretazione del Giappone, e che identifichiamo ancora oggi nell’immagine dei samurai – curioso, perché proprio gli anni seguenti alla battaglia di Sekigahara segnarono l’inizio della fine della società feudale in cui fiorivano i samurai e i loro ideali, costringendoli a vagare per il paese senza padrone e ad abbracciare nuove professioni. La parola chiave è “onore”.

“La gente che habbiamo conversato, è la megliore che si sia scoperta e fra l’infedeli me pare che non se troveria altra megliore […] Stimano mirabilmente l’honore più che nessuna altra cosa […] alli nobili, quantunque poveri […] li fanno tanto cortesia, quanto se fosseno molto ricchi […] questa gente porta grande riverenza alli nobili così tutti li gentili huomini reputano grande laude il servire al signore, il che mi pare fanno, più presto per non perdere l’honore che per paura d’essere puniti”.

 

 

Il percorso cronologico del libro di Caputo si ferma al 1600, ma non è difficile colmare il divario fino ai giorni nostri. Per tre secoli il Giappone appare sempre più fisicamente concreto ai nostri occhi, grazie alle scoperte geografiche, alle nuove mappe e al progresso scientifico, ma dal punto di vista culturale si scalfisce appena la superficie di una corazza che il Giappone ha ogni interesse a mantenere inviolata – almeno finché gli americani non li obbligheranno ad aprire i porti con il loro carico di modernità, coinvolgendo il Giappone nello scenario delle Guerre Mondiali. Ricostruire l’idea che l’Occidente matura sul Giappone in questo periodo è un lavoro di cesello, un’immagine che prende corpo un dettaglio alla volta, e in un certo senso “L’aurora del Giappone tra mito e storiografia” di Gianluca Caputo passa il testimone al volume “Firenze, il Giappone e l’Asia orientale”, sempre edito da Olschki nel 2001, che raccoglie gli atti del convegno che celebrò, nel 1999, l’acquisizione della collezione di Fosco Maraini da parte del Gabinetto Viesseux.

Fosco Maraini è stato un ambasciatore d’eccezione per comprendere il legame speciale che Giappone e Italia, e nello specifico la Toscana e Firenze, hanno intessuto in secoli poveri di autentiche relazioni internazionali rivolte a est. Dopo avere studiato con l’orientalista Giuseppe Tucci e avere viaggiato in Tibet, si trasferì in Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale ma nel 1943 rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e finì nel campo di concentramento di Nagoya, dove sopravvisse dimostrando il proprio onore ai carcerieri con un atto di sacrificio personale: si tagliò da solo l’ultima falange del mignolo della mano sinistra, in una sorta di versione ridotta del rituale del seppuku. Dopo la guerra continuò a frequentare l’Asia e a scalarne le montagne con l’occhio dell’antropologo e la passione dell’alpinista, scattando fotografie e riportando in Italia poesie e racconti.

Dagli atti del convegno, insieme a numerosi resoconti di mercanti e viaggiatori fiorentini, scopriamo ad esempio che nel 1859 Giovan Battista Castellani partì per l’Estremo Oriente dalla Val di Chiana in una vera e propria “spedizione bacologica”, per impiantare la produzione dei bachi da seta nella sua tenuta di Casalta. Erano anni in cui grazie ai viaggiatori più ambiziosi e colti si formavano le collezioni di arte orientale che ammiriamo ancora oggi: quella di Enrico Giglioli, al Museo Preistorico Etnografico di Roma, per esempio, o quella del Museo Stibbert a Firenze. E mentre il gesuita Ippolito Desideri tornava in Giappone nel Settecento, “sul tetto del mondo” come scrisse egli stesso, per seguire le orme di Francesco Saverio, avveniva in rarissimi casi anche l’opposto: come la “missione Iwakura”, importantissimo viaggio diplomatico intorno al mondo organizzato dall’amministrazione giapponese nel 1871, che toccò Firenze, Roma, Napoli e Venezia e celebrò la ratifica del primo trattato tra Italia e Giappone. Un dialogo che si muoveva sui piani più alti della società, dunque, e che similmente stimolava la curiosità degli studiosi più dotti: come l’équipe di sinologi e yamatologi che si riunì proprio a Firenze, come apprendiamo dagli atti del convegno, tra Ottocento e primo Novecento. Per arrivare a una contaminazione dal basso, un contatto su livelli più popolari, si sarebbe dovuto attendere il secolo successivo con lo sguardo antropologico di Fosco Maraini. Per raggiungere infine una familiarità tale per cui l’Estremo Oriente smetterà di essere “altro”, di essere “esotico”, occorrerà invece pazientare ancora di più. 

Scriveva Josef Kreiner che “la nozione europea dell’Oriente è più un costrutto del pensiero occidentale che una descrizione affidabile di una realtà storica e culturale”, e in questo senso il Novecento non cambia le regole nel gioco. Ne ritroviamo le tracce nell’India beatlesiana tutta New Age, nel fiorire di terminologia esotica ad affollare gli scenari urbani occidentali: shiatsu, reiki, feng-shui, e via dicendo. Il Giappone ha certamente perso quell’aura di ricchezza e l’antica associazione con l’Eldorado, ma la sua sostanza resta comunque idealizzata, spesso proprio intorno al campo semantico dell’onore, lo stesso di Francesco Saverio, e a una vaga immagine di austerità derivata dal buddismo. Il Giappone, in questo senso, pone un problema interpretativo assai delicato da districare per l’osservatore occidentale, perché dopo i fatti della Seconda Guerra Mondiale si è trovato, un po’ per necessità e un po’ per scelta, a salire con tutto il proprio peso sull’ascensore del progresso occidentale, guardando in particolare all’America – lo sport più popolare, basti pensare questo, è il baseball, mentre le discipline tipicamente giapponesi, come il sumo, sono rimaste sì popolari, ma fossilizzate.

Da qui un equivoco spesso fatale; ci sembra che sia facile conoscere il Giappone del nuovo millennio, leggendolo in senso super-occidentale e interpretandone le bizzarrie e i capricci in ottica super-capitalista: in realtà, le ragioni di tali sfumature restano nascoste in un substrato vivo, ma sepolto sotto strati e strati di modernità, il che è uno dei motivi per cui i giapponesi stessi faticano a fare i conti con la propria identità culturale e geografica – si vedano i vari fenomeni alienanti come hikikomori, morte da consunzione da lavoro, alto tasso di suicidi. Su questo tema è interessante recuperare le parole di Tiziano Terzani, uno dei più grandi “traduttori” dell’Asia in Occidente proprio perché non si illuse mai, nonostante i lunghi anni trascorsi in Estremo Oriente, di essersi assimilato agli asiatici e rimase sempre cosciente del proprio sguardo: italiano di nascita, fiorentino di tradizione, americano di formazione accademica.

In Cina Terzani si trovava a casa, tra “i miei cinesi” come li chiamava: pur nelle infinite varietà e contraddizioni del paese, e nei suoi aspetti a prima vista incomunicabili e distanti dal modello occidentale – la sua era una Cina della seconda metà del secolo scorso – Terzani riconosceva i cinesi come molto simili a noi. Al contrario, conservava un ricordo pessimo degli anni passati nell’avanzatissimo e civilissimo Giappone; non per colpa degli abitanti, ma perché dietro una patina occidentale trovò delle differenze incolmabili.

Le arti, in questo senso, ci aiutano a riempire il divario. Quantomeno per una certa fascia di italiani, oggi Giappone significa anche cinema, quello di Akira Kurosawa ad esempio, letteratura – Yukio Mishima, Yasunari Kawabata, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami – o animazione, con Hayao Miyazaki su tutti; ma se da un lato certe forme artistiche appaiono facilmente fruibili, vuoi per via della poetica essenziale ed ermetica degli haiku o per la formazione marcatamente occidentale di autori come Mishima e Murakami, dall’altro in mancanza di studi approfonditi manchiamo degli strumenti interpretativi necessari per cogliere sfumature fondamentali. L’attenzione dell’arte giapponese per la forma, ad esempio, è difficile da trasporre in Occidente dove spesso viene scambiata per un’insistenza, ai limiti della parodia, sui cliché di genere. Anche il tema dell’ironia, nel senso di cui parlava David Foster Wallace, e della più generica dimensione metanarrativa di un’opera va valutato con prudenza. Antonietta Pastore ha tradotto i romanzi di Haruki Murakami e Natsume Soseki, tra gli altri, e avverte che “il postmoderno implica un’anima ironica che è meno visibile in Giappone. Haruki Murakami ha una forte verve citazionista, ma gli manca la vena autoironica”. In effetti, come scriveva Remo Ceserani in “Raccontare il postmoderno”, “l’Italia è, forse, il paese che si è tuffato nella nuova realtà dell’epoca postmoderna con la più grande leggerezza, direi, sprezzatura, seconda solo al Giappone” e il Giappone, in un certo senso, si è tuffato nel postmoderno senza passare dalla modernità, dal modernismo.

Dal 1978 però c’è da segnalare un cambio di rotta, con l’arrivo sulle televisioni italiani dei primi anime, nello specifico Heidi e Goldrake. Se prima il dialogo tra Italia e Giappone si basava su rotte commerciali o religiose, e parlava la lingua dei colti, questo nuovo contatto così ravvicinato ha portato le nuove generazioni (l’importanza dei cartoni animati con i mecha, i super-robot, sulla generazione cresciuta negli anni ’80 è palese) a formarsi un’idea coerente e genuina del Giappone in una sorta di dialogo a distanza con i loro pari età. Questo anche perché i primi anime condividevano un passato comune tra Giappone e Italia: il fantasma della guerra e della sconfitta, che in Giappone prendeva l’ingombrante forma della bomba nucleare. Le storie spaziali del Capitan Harlock e della Corazzata Yamato di Leiji Matsumoto, fra i tanti esempi, raccontano l’orrore del conflitto. Dice Marco Pellitteri, autore di “Il Drago e la Saetta. Modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese”, che l’arrivo degli anime nei palinsesti televisivi italiani fu “una sorta di scisma immaginativo. Per quanto la società e il sistema dei media italiani di allora non avessero ben compreso le caratteristiche profonde della cultura e delle problematiche storiche da cui l’animazione nipponica scaturiva, fu chiaro al pubblico elettivo di quei disegni animati – i bambini e i ragazzini – che si trattava di narrazioni di notevole complessità. L’attrazione magnetica fu soprattutto verso i contenuti e i valori promulgati da personaggi e situazioni. Questo perché gli autori che avevano creato e sceneggiato quei disegni animati erano stati bambini durante la guerra o subito dopo. Covavano in sé sentimenti di grande umanità e pacifismo, perché della guerra erano stati solo vittime, non partecipi o complici. Questa grande narrazione della morte e rinascita, che è anche molto cristiana, entrò in forte risonanza con i bambini italiani degli anni Settanta e Ottanta, in base a una coincidenza storica ed emozionale forse irripetibile. Inoltre, rispetto ad altre situazioni nazionali in Italia i disegni animati nipponici furono fin da subito e sempre pubblicizzati e riconosciuti come giapponesi; ciò creò la perfetta consapevolezza presso il pubblico e i media che questi prodotti provenivano da una cultura specifica, non da un altrove vago e indefinito”.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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