Il gioco della serpe



Nella strana diatriba fra diagnosi e superstizione, non c’è famiglia che non conservi fra le mura di casa un episodio ambiguo, in grado di prestarsi a più interpretazioni. La malattia di una madre è un baratro interiore, un velo di polvere sugli oggetti, un tipo di immobilismo che mangia i bordi delle lenzuola. A chi soffre cambiano le unghie e i capelli; tu vorresti porgere loro una mano, ma tra il soccorso e il precipizio c’è spesso una forza che tira nella stessa direzione.


IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA

di Anna Raucci

Avevo quattordici anni quando mia madre si ammalò. Era il mese di giugno del 1999, si aspettava la fine di un secolo o la fine del mondo. Io e mia sorella Silvia ci svegliavamo tardi, i cuscini che si impregnavano di sudore quando la mattina ci rigiravamo nel letto.

Un lunedì sentimmo il campanello suonare e i passi di nostra madre che andava ad aprire. Li avevo memorizzati tutti, quelli della mia famiglia: le pantofole che strascicavano sul pavimento di Silvia, la suola che faceva tic-tac di mio padre, il ritmo marziale delle ciabatte di velluto di mia madre. Li riconoscevo così, prima ancora di aprire gli occhi al mattino, e sapevo sempre se sarebbe stata guerra quel giorno.

Sulla soglia di casa si erano presentati due chierichetti che raccoglievano offerte per la festa patronale. Mi ricordo che mi ero affacciata sulla soglia della mia stanza. I due bambini, i volti paffuti e gli occhi svegli, agitavano cestini di vimini. Mia madre si frugò nelle tasche del vestito azzurro scolorito, tirando fuori mille lire. I bambini mormorarono Grazie, signò. Mia madre stava chiudendo la porta quando scorse la suora, che era salita per le scale lentamente, il velo mezzo scostato che lasciava intravedere i capelli grigi.

«Avete fatto? Adesso ci fermiamo» disse la suora, la voce impastata, come se portasse la dentiera. Si sedette sul primo dei gradini che portavano al pianterreno del condominio. A mia madre la scena fece impressione: una vecchia che si sedeva a terra come una bambina, tirando fuori dalla tunica una caramella alla frutta, che si ficcò in bocca senza cerimonie. La monaca si girò verso mia madre dicendo, con la bocca piena: «Che fate, non vi venite a sedere? Vi dovete riposare pure voi, ogni tanto».

Mia madre sbiancò, chiuse la porta e diede due mandate. Se ne tornò in cucina a sbucciare i piselli, le spalle secche e storte a furia di starsene seduta con la schiena piegata nel negozio di famiglia. Dopo pranzo disse che le girava la testa e si mise a letto. Tornato dal negozio, mio padre si lamentò perché non c’era niente di pronto. Mia madre non si alzò neanche la mattina dopo.

Io e mia sorella passammo la giornata in corridoio, tentando di sbirciare oltre le lenzuola che si gonfiavano al centro del letto, dove nostra madre formava una piccola montagna, rannicchiata su sé stessa come una bambina nonostante l’afa. Il corpo di nostra madre mi faceva pensare al gioco della serpe, a cui giocavamo io e Silvia da bambine. Ci arrotolavamo le lenzuola attorno all’addome e strisciavamo sul pavimento delle nostre camere, trascinandoci con le braccia. Sibilando, ci attaccavamo strappandoci la stoffa come pelle morta.

Nostra madre non si alzò neanche il giorno dopo, né il successivo. Nostro padre, che mal tollerava il riposo della moglie, si mise a dormire in salotto, appoggiato a un bracciolo del divano, la testa grigia e riccia che ciondolava, una coperta che gli nascondeva le gambe dalle ginocchia in giù, come se fosse sul punto di alzarsi, la televisione accesa su interminabili documentari. Quando al mattino la spegneva, il silenzio improvviso mi faceva ronzare le orecchie. In quei giorni mangiavamo poco e senza fame. Nostro padre sapeva cucinare solo petto di pollo alla griglia e litri di brodo denso e scuro, che raccoglieva in bottiglie di vetro che portava nella stanza in cui sua moglie dormiva. La porta era rigorosamente socchiusa di giorno e chiusa di notte. Ogni volta che la si apriva, la sentivo cigolare sui cardini. Ogni volta che la richiudeva, nostro padre borbottava frasi contro la moglie.

Intanto, la casa marciva nell’abbandono, la polvere che fioriva attorno agli infissi, la muffa che si formava sulla verdura che dimenticavamo fuori dal frigo. L’appartamento in cui abitavamo era tutto linee storte, sedie con le gambe che si staccavano e dovevano essere incollate di nuovo, finestre dal vetro scheggiato e bicchieri spaiati. Quando qualcosa si rompeva non lo buttavamo. Lo mettevamo da parte, in attesa del momento in cui avremmo potuto recuperarne i pezzi. Al nostro accumulare, che minacciava di far scoppiare le cassettiere e di farci cadere quando per entrare in bagno dovevamo scavalcare ceste di panni, si sommava quello di innumerevoli prozie, bisavole, cugine, che ci avevano tramandato pile di oggetti fagocitati dalla nostra casa. Dai nostri avi avevamo ereditato l’inerzia, e a volte pensavo che anche noi saremmo finiti in mezzo alla roba vecchia, schiacciati nel sonno. L’unica a combattere contro le cose era nostra madre, che respingeva l’invasione a furia di scatoloni, premendo con le ciabatte per appiattirne il contenuto.

Dopo due giorni dall’inizio della malattia venne il medico, per sentenziare che si trattava di un esaurimento. Suggerì con un sorriso bonario che si faceva prima a uscire di casa e guarire, in questi casi. Nostra madre non reagì. Era diventata un tutt’uno con le lenzuola perennemente umide, con nostro padre che la mattina la scuoteva per le spalle, perché si girasse e gli dicesse che si sentiva. Le vertigini. La nausea. Nostra madre mormorava finché non smetteva di rispondere, il corpo molle sul materasso, gli unici movimenti quelli del marito che cercava di indovinarne la temperatura. Non era fatto per la cura, mio padre. A me la malattia sembrava un pretesto per sottrarsi ai doveri. Silvia diceva che nostra madre era troppo stanca e che si meritava di dormire. Lo ripeteva sull’orlo del pianto.

La mattina mi aspettavo di sentire mia madre parlare col solito tono nervoso e a pranzo restavo in allerta, in attesa che dicesse che dovevo fare i piatti, frenetica e ansiosa, o che ci chiedesse di ritirare i panni dal balcone.

Le litanie iniziarono la terza sera. Silvia si sedette davanti alla porta di nostra madre con i pugni stretti, la canottiera azzurra e i pantaloni del pigiama dello stesso colore che raccoglievano la polvere del pavimento, i capelli biondi lunghi legati in due code parallele. Prese l’abitudine, nei giorni successivi, di ascoltare la musica con un lettore portatile in cui inseriva le cassette che si faceva dare da nostro padre.

Anche se aveva un anno in meno di me, mia sorella era già più alta. Era cresciuta nel negozio dei nostri genitori, circondata dall’adorazione della gente, che faceva commenti sulla criatura con i capelli d’oro e le guance perennemente arrossate. Così l’avevano voluta, e l’avevano voluta subito dopo di me, che non gli ero bastata neanche per un anno intero. Dormivamo in stanze identiche, ricavate dopo la nascita di mia sorella perché avessimo ciascuna il proprio spazio.

La quarta notte, mentre faticavo ad addormentarmi per il caldo, la schiena rivolta alla porta aperta della mia stanza, che dava sul corridoio, sentii Silvia piagnucolare e sussurrare Svegliati, cerca di stare bene, ci manchi… Mi rannicchiai sul fianco, maledicendo mia sorella. Pure Caterina è preoccupata, sussurrava adesso. Sentendo il mio nome barcollai giù dal letto mezza intontita e mi piantai davanti alla cassettiera del corridoio. Silvia si zittì.

«Che stai facendo?». Dalla cucina arrivavano i suoni della strada e il fascio di luce dei lampioni.

«Niente».

Strattonai Silvia per un braccio, costringendola ad alzarsi. «Vai a dormire».

Lei scosse la testa. Strinse le labbra e mi fissò con la faccia di quando stava per piangere. Aprii uno dei cassetti del mobile di legno scuro, scheggiato agli angoli. Lo sbattei forte, richiudendolo. Gli occhi di Silvia si spalancarono. Lanciò un’occhiata in direzione del salotto, da cui proveniva l’intervista doppiata a un uomo che sosteneva di aver visto gli extraterrestri. Sotto la voce in italiano si sentiva l’audio originale. Qualcosa si mosse in camera di nostra madre. Silvia si inginocchiò davanti alla porta, sbirciando dalla serratura.

Il tonfo e il pugno che seguirono spinsero Silvia a immobilizzarsi mentre io arretravo. «Mà? Stai bene?» mormorò mia sorella.

Stavo tornando nella mia stanza quando vidi le dita che si allungavano sotto la porta e afferravano quelle di Silvia, tirandole. L’urlo di mia sorella sovrastò le sirene della polizia che stava attraversando il quartiere, svegliando nostro padre, che si precipitò fuori dal salotto con i capelli più ingrigiti del solito schiacciati sulle tempie, la vena a lato della fronte che gli pulsava. «Levatevi» ordinò, strofinandosi la faccia col dorso della mano.

La notte successiva Silvia andò a dormire presto. Nostra madre era tornata alla sua catalessi. Con nostro padre avevamo cenato con pane, pomodori e formaggio. Avevo ancora fame, però, e mi alzai dopo mezzanotte, infilandomi le pantofole. Mi bloccai prima di poter uscire dalla mia camera.

Sull’intreccio di rombi delle piastrelle del corridoio si proiettò l’ombra di mia madre, sull’uscio della stanza da letto. La faccia era seminascosta dalle mani, che si passava ripetutamente su e giù sul volto. Mi accorsi che si stava grattando le guance. Passò al collo. Le erano cresciute le unghie, che di solito tagliava corte. Non si truccava mai, con l’eccezione del rossetto che lasciava in tutte le borse e che le tingeva le labbra secche ogni volta che uscivamo.

Prese a strofinarsi il cuoio capelluto, attraversando con le dita i capelli neri lunghi e la ricrescita che, come cenere, segnava una barriera netta in cima alla testa. Si grattava furiosamente. Sul collo e sulle guance si intravedevano tracce rossicce. Era probabile, pensai, che non mi avesse nemmeno vista. Si mosse verso la cucina, fermandosi appena entrò nella scia di luce che proveniva dalla finestra che dava sulla strada. Allungò la mano destra tremante verso la luce e la ritrasse quando la ebbe sondata. Si grattò anche la mano, allora, e l’avambraccio. Emetteva dei versi simili alla cantilena di Silvia. Erano parole biascicate, sussurrate a voce così bassa che non riuscivo a tradurre. Virò in direzione del salotto. Decisi di socchiudere la porta della mia camera e me ne tornai a letto, costringendomi a tenere gli occhi chiusi quando sentii un mugugno di protesta seguito dalla voce di mio padre, alterata e sovrapposta a quella di un documentario sulle meduse, che sbraitava contro la moglie.

La mattina dopo io e Silvia mangiammo latte e cereali con lo sguardo fisso sul contenuto delle tazze. Il cerotto che nostro padre aveva trovato in bagno non bastava a coprire il graffio sulla sua fronte. «Teneva la febbre» disse, premendosi il palmo della mano sul taglio. Lo spostò e lo osservò, quasi vi cercasse una traccia di sangue.

Silvia si fece cadere una macchia di latte sui jeans. «Quando le passa?» chiese, la voce più stridula del solito. Ci mancava solo che si mettesse a piangere, pensai.

Mio padre si girò. Dandoci le spalle, si mise a lavare i piatti sporchi del giorno prima. Iniziò a passare sempre meno tempo in casa. Silvia si chiudeva dentro la propria stanza. Il pomeriggio, finché non faceva buio, socchiudevo la porta della camera di mia madre per assicurarmi che dormisse. La sera passavo veloce in corridoio, controllando che non ci fossero dita sotto la porta.

La decima sera, dopo il tramonto, nostro padre non era ancora tornato. Silvia venne a bussare alla mia porta e non aspettò risposta prima di entrare. Aveva i capelli bagnati che le avevano lasciato macchie umide sulla maglietta. Col fiatone, quasi avesse corso, sussurrò: «Si è svegliata».

Uscimmo di corsa in corridoio. Silvia si mise dietro di me.

Tutte le luci di casa erano spente. Mia madre era in fondo al corridoio, sulla soglia della cucina, i capelli attorcigliati sulla testa in una crocchia che doveva risalire a giorni prima. All’inizio non riconobbi la cosa che le copriva le spalle, poi misi a fuoco: era il lenzuolo. «Mamma?» dissi, la voce flebile.

Si girò piano, il mantello improvvisato che le rallentava i movimenti, e mi guardò. Al buio riconoscevo la sua statura. Riconobbi anche una macchia di brodo sul lenzuolo. «Come stai?». Invece di rispondere, si mosse verso di me. Contai i suoi passi. Il primo, deciso. Il secondo, più lento. Camminava come un bambino che non sa se riuscirà a reggersi in piedi per tutto il percorso. Barcollò e si mantenne alla parete.

Sentii che Silvia tratteneva il respiro e mi morsi la lingua per non urlarle che era una stupida.

Le guance di mia madre si erano svuotate e i vestiti, una maglietta nera a maniche lunghe e dei pantaloni del pigiama, le andavano larghi, disegnando degli incavi sull’addome e sul petto. Mi salì nello stomaco la bile.

Mia madre si girò di nuovo e si diresse verso la cucina. Mi arrivò alle narici l’odore stantio del sudore rappreso sui vestiti.

Io e Silvia avanzammo caute fino alla cucina. La stanza era uno spazio minimo in ogni senso: credenza ed elettrodomestici restringevano l’area in cui ci si poteva muovere e il tavolo, al centro, monopolizzava il resto, gli spigoli scheggiati celati dal nastro isolante. Dalle pareti spuntavano scomparti e scaffali mal appaiati, togliendoci l’aria e costringendo tutti tranne me ad abbassare la testa se dovevano avvicinarsi alla finestra. La tenevamo aperta, perlopiù, lasciando entrare gli odori di cucinato e il suono sferzante delle tovaglie scrollate giù dopo i pasti.

Io e Silvia ci mettemmo davanti alla finestra. Nostra madre stava piegando i panni che Silvia aveva appoggiato sullo schienale di una sedia.

«Ti senti meglio?» chiese mia sorella, la voce flebile. Nostra madre fece un grugnito.

Mi torturavo i capelli tra le dita mentre Silvia fissava il tavolo.

Nostra madre finì di posare i panni e spruzzò il disinfettante su uno straccio bagnato. Strofinò la fontana e il lavello. Aveva lo sguardo vacuo e si muoveva a rilento, ripetendo i gesti di sempre senza convinzione. Le cadde di mano lo straccio.

Silvia si alzò e si chinò per prenderlo, andando a sbattere contro il gomito di nostra madre, che inspirò rumorosamente e si strinse le braccia al petto. Premette la fronte contro il frigorifero. Si posò le mani sull’addome, in basso. Le strinse a pugno e si colpì. Ripeté il gesto. Ti fermi, ti fermi, ti fermi, mormorava, una litania come quella di Silvia. Capii che erano quelle le parole che avevo sentito qualche sera prima. Le pronunciava come una domanda.

Silvia bloccò le braccia di nostra madre. Lei, che si era fatta debole, lasciò la presa. Si girò per guardare la figlia minore e le accarezzò i capelli bagnati a lato del viso. Silvia era sempre stata la sua preferita.

Senza dire una parola, nostra madre agganciò con le dita una ciocca di capelli. Diede uno strattone. Mia sorella gridò, facendosi pallida e portandosi le mani alla testa. Aveva le lacrime agli angoli degli occhi.

Mi fiondai tra le due e sollevai un braccio per separarle. Silvia si liberò e si fece da parte, andando a mettersi sulla soglia della stanza. Nostra madre riprese a mormorare.

«Mamma?» chiesi, la voce che mi tremava. Le presi il viso tra le mani. Era più alta di me di una decina di centimetri.

Lei posò la mano destra sulla mia. Socchiuse gli occhi. Quando li riaprì, lo sguardo vacuo era scomparso. Aveva le pupille dilatate. Si portò la mia mano sulle labbra, baciandone il palmo. Mi guardò negli occhi. «Mo’ tocca a te» disse, il respiro caldo contro la mia pelle. Ritrasse le labbra e mi morse. Avvertii i denti che scavavano nella carne, le labbra umide. Gridai, per la sorpresa più che per il dolore, spingendo mia madre così forte che perse l’equilibrio, cadendo all’indietro. Sulla mano mi erano rimasti i segni dei denti storti. Silvia aveva iniziato a singhiozzare, paralizzata sulla soglia della cucina.

Nostra madre attutì la caduta piegando le ginocchia e si stese a terra tra frigo e tavolo. Si lasciò rotolare sul pavimento, avvolgendosi nel lenzuolo finché non appoggiò la schiena al tavolo. Pareva facesse il gioco della serpe, cercando di liberarsi dal lenzuolo stesso. Si ricavò uno spazio con le braccia, tirandosi fuori dalla stoffa, che rimase a terra dietro di lei come se avesse fatto la muta. Sbuffò e si abbandonò con la fronte contro il pavimento.

Si tirò su da sola, aggrappandosi ai cassetti, che traballarono per il peso. Io mi infilai a lato della finestra, tra l’anta aperta e il muro, al riparo da lei. Silvia corse in camera sua.

I battiti veloci si riverberavano nel mio corpo, arrivando fino alla punta delle dita. Mi mancò la voce.

Mia madre zoppicò verso il corridoio. Aspettai di sentire la porta della sua stanza che si chiudeva per raggiungere mia sorella. Ci chiudemmo dentro in camera sua, spostando il comodino contro la porta. Aspettammo che tornasse nostro padre per andare a controllare. Quando insisté per sapere cosa fosse successo, mentimmo.

Trovammo nostra madre stesa nelle lenzuola pulite, le braccia sopra la coperta, una camicia da notte che non metteva mai, di un azzurro polvere. Aveva i capelli legati in una coda bassa, le mani smagrite.

Quella notte io e Silvia dormimmo insieme. Alternai il sonno a momenti di veglia in cui non riuscivo a muovermi, le membra pesanti al punto che temevo che mi sarebbe mancato il respiro.

La mattina dopo nostra madre si svegliò debole ma lucida. Ricordava poco della malattia. Le forze sembrarono tornarle tutte insieme. Per una settimana, come una furia, chiuse scatoloni e li portò lei stessa fuori, facendoli scomparire senza dirci che fine avessero fatto. Riprese le attività di sempre, ma aveva perso il ritmo. Si fermava, abbandonandosi sul divano o sul letto, sonnecchiando per un’oretta prima di riprendere. Iniziò a pretendere che l’aiutassimo in tutto e a dormire fino a tardi. Ci portò in chiesa, a ringraziare il santo patrono per la guarigione. Ci fece sedere nei banchi laterali, dietro la suora che era venuta nel nostro palazzo insieme ai chierichetti. Quando ci vide, la suora ci salutò con un cenno del capo. Nostra madre si irrigidì appena. Ricambiò con un mezzo sorriso spento, le mani strette in grembo, le unghie affondate nei palmi. Una mattina la trovai che si passava le mani sulla faccia, quasi non si riconoscesse, grattandosi il collo. Una sera sbatté forte il piatto della cena davanti a mio padre, come se volesse scagliarglielo contro.

La paralisi del sonno mi tormentò per il resto dell’estate. Quando ricominciò la scuola mi portai dietro un senso di stanchezza, quasi fossi emersa da una lunga malattia. Del morso mi restò un segno impercettibile, un punto bianco che non è più andato via. A volte, prima di andare a dormire premevo i denti sulla cicatrice, immaginando di strappare via la pelle. Mi mordevo la lingua per sentire il sapore del sangue, allora, e mi ripetevo a bassa voce che potevo fermarmi e riposare, che me l’ero guadagnato.


Anna Raucci è nata nel 1998. Ha studiato diritto a Napoli e Roma e scrittura alla Scuola Holden di Torino. I suoi racconti sono stati pubblicati in Materia, le parole (Rizzoli) e nella Word for Word Anthology 2024 della Columbia University. Ha scritto per Maremosso e NoSignal Magazine. Nel 2025 ha vinto il Premio del Pubblico del Premio Calvino per la narrativa breve.

Agosto Narrativo è un progetto editoriale de L’Indiscreto curato da Giulia Bocchio, realizzato quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino.

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