Il giorno della nutria



Un estratto dal Il giorno della nutria, il primo romanzo di Andrea Zandomeneghi.


In copertina: Karel Appel, Senza titolo – Asta Pananti del 16 febbraio

(Questo testo è tratto da “Il giorno della nutria, di Andrea Zandomeneghi. Ringraziamo Tunuè per la gentile concessione


di Andrea Zandomeneghi

Io volevo sbarazzarmene al più presto. «Nulla. Starla a guardare non serve a niente. Vado a prendere una busta di plastica e la butto nel cassonetto dell’immondizia» dissi a Giulio e Dorota. E questo non era tanto quel sano senso pratico cinico da contadino, che risolve un problema simile senza troppe manfrine; questo mio atteggiamento si camuffava solamente da quel senso pratico, ma c’era altro. Il rinvenimento era inquietante per me e mi sentivo scosso e così volevo liberarmi al più presto della chimera. Ora sapevo che era una nutria, ma rimaneva pur sempre una chimera. Volevo che la sua presenza fosse eliminata sia fisicamente sia dal mio panorama mentale, il prima possibile. Io la volevo negare al più presto. Volevo ributtarla nel baratro del nulla da cui proveniva. Mi disturbava, ma non volevo sapere perché mi disturbasse, volevo solo che togliesse immediatamente il disturbo. Troncare. Era un pacco sgradito e nefasto e i pacchi sgraditi e nefasti non vanno spacchettati per vedere cosa c’è dentro, no, no; spacchettare è un aprire la porta alle ossessioni e un invitarle a entrare dentro casa e io da tempo sapevo di essere invasato (nessuno me l’aveva diagnosticata, ma sapevo perfettamente di esserne posseduto) da una forma leggera ma certa e piena di disturbo ossessivo compulsivo. Perché questo lessico demonologico? Facile: quando c’è qualcosa di potente e nocumentoso nella tua coscienza, che tu percepisci come estraneo a te, autonomo, indipendente dalla tua volontà e dal tuo sé, allora quello è un fatto demoniaco. Non che i demoni esistano in senso fisico o metafisico, non scherziamo. Semplicemente son modalità mentali. Ma comunque sono. Si potrebbe usare un linguaggio diverso, più psichiatrico, più scientifico, più asettico. Meno figurato, più fenomenologico. Addirittura neurobiologico. Questi fatti psichici però sono colti molto meglio dalla fraseologia religiosa, che li penetra e li restituisce in modo grottesco, ma gli fa perdere meno realtà. Di che realtà sono fatti? Della realtà dell’anima e con le parole dell’anima vanno parlati, e le parole dell’anima l’ha parlate e plasmate la religione. La Chiesa. Chi fa il materialista illuminista e storce il naso – lo so che “anima” generalmente è termine scandaloso in un discorso serio contemporaneo, a meno di non fare il discorso ipocrita e retorico o a meno di non essere tra hippy folgorati o peggio tra new age (io mi sono accorto che in sostanza tutti, tutte le persone, sono in parte new age, cioè prendono un po’ qua e un po’ là con la massima superficialità frammenti di roba che esprime l’oltre e il sacro come fossero al centro commerciale e non si sforzano, nemmeno un minimo sforzo, di riassemblarli in qualche stupido modo anche solo sincretistico: si limitano a indossarli, come cappellini e orecchini e scarpe, e questo mi fa anche piuttosto incazzare) – semplicemente dimidia la realtà, è un violento incosciente e un ottuso, è un riduzionista. Il riduzionista è un collaborazionista dell’edonismo mercificatorio. Uno strumento inconsapevole della desolazione umana che avanza. Cioè un complice del più efferato e capillare e globale genocidio antropologico mai perpetrato, pensato, tentato. Devo dire che questo è importante e che dell’ironia meccanicistico-mondana-pseudoerudita alla Corrado Augias non so che farmene: un agire culturale basico – perché quella è solo una base (superamento delle superstizioni oscurantiste, riconoscimento dell’irrazionale in quanto irrazionale, smascheramento della naturalizzazione di fatti squisitamente culturali) sulla quale poi andrebbe costruito qualcosa, altrimenti ci si mette in cammino, si esce nell’androne e si fa solo un passo, e ci si compiace di aver fatto solo un passo, di esserci fermati sul tappetino di casa – che era antistorico e assurdo e politicamente disfunzionale già sessant’anni fa alle soglie della deculturazione consumistica (e scolastica e televisiva). Ma ora cosa è? L’ateismo contemporaneo è indegno. Cani! Lo dice un ateo. Perché io non ho Dio e quindi sono ateo per definizione, ma il nostro ateismo è talmente aberrante che mi rifiuto di essere ateo, di dirmi ateo. E il nostro agnosticismo – giacché io non credo che Dio assolutamente non esista, non posso saperlo, io non lo ho, io penso e sento che non esista, non lo so, e volendo potrei anche dire che non posso e non potrei saperlo mai e poi mai con i paradigmi della conoscenza, (in caso potrei sentirlo, e sentire è più di sapere, non di meno), quindi per definizione sarei agnostico – è talmente superficiale e disinteressato e imbecille che io mi rifiuto di essere agnostico, di dirmi agnostico. Io mi dico apofatico, perché le cose divine (che son le cose ultime) le ritengo fondamentali (per me) e le voglio conoscere, anche se non ho Dio, non mi limito a dire “non lo posso sapere, ’sti cazzi, beviamo un prosecco ascoltando Mahler”. Io non le metto da parte, non le chiudo nel sottoscala, le cose divine, io ci guerreggio in continuazione e le pesto e le mordo a sangue e strappo la carne e loro mi spezzano la spina dorsale peggio che Brandon Stark. E non son baruffe, son parricidî e fratricidî per strozzamento e sassate sfracellanti il muso. Ne usciamo con il volto tumefatto, con denti persi, e in realtà però non ne usciamo mai e proseguiamo. E quando io le ingabbio loro mi fracassano le costole scalciando e prolassano. Ma veniamo a noi, non soffermiamoci, che tanto delle cose serie non si può parlare con nessuno. Solo con Don Stefano, in parte. Però, che cazzo: gli uni a dire l’essere in re o in intellectu, gli altri a dirlo in spiritu. E l’esse in anima dove lo mettete? Che poi gli unici credenti rimasti sono proprio i materialisti, perché invece quelli che si dicono credenti non credono, hanno fede, dicono la fede. Lo spirito nemmeno lo dicono. Lo spirito non lo sanno. Ma la fede non è credenza. La credenza fa mondo e la vostra supposta credenza in Dio di mondo non ne fa. (Pietro Prini con Lo scisma sommerso la vede lunga, e gli va dato atto di questo, ma non la vede tutta: lo scisma è una scissione tra due credenze diverse – lui vedeva che i vostri comportamenti e le vostre idee erano diverse da quelle cattoliche apostoliche romane: voi trombate prima del matrimonio e pensate che non sia peccato: il problema non è trombare prima del matrimonio, o fare peccato, “tutti siam peccatori”, il problema è credere che non sia peccato: non è questione di azioni, è questione di ortodossia – ma voi nel Dio della Chiesa non credete affatto, non credete né in Dio né nella Chiesa, voi vi professate credenti e non lo siete: non c’è scisma, voi siete semplicemente del tutto profani; per altro non vi ricordate che extra ecclesiam nulla salus? E dite “noi siam cristiani e cattolici”. Quanto detto finora è circa il cattolico. Circa il cristiano: le radici cristiane dell’Europa… bleah… ma non capite che voi intendete le radici borghesi dell’Europa invece di quelle cristiane? Non capite che la concezione borghese è la perfetta antitesi di quella cristiana? E poi la famiglia… bleah… ma non lo sapete che la famiglia è di questo mondo, che è il vostro radicamento fondamentale nel regno della mondanità, che è il più grande ostacolo per la via di Cristo? Ma voi non lo ricordate che Cristo è imitazione? Che Cristo è ortoprassia? Ma voi come cazzo lo leggete il fatto cristiano? Ma siete consapevoli della vostra manomissione delle parole?) Fa mondo magari la vostra – perché anche voi ci credete, tutti ci credono – credenza nei diritti umani universali (o fondamentali). Ma ripeto: la fede non è credenza e comunque la vostra fede è come la tariffa di una sim che non usate. La credenza è fatto umano, la fede o è fatto mistico o è fatto nullo. E non azzardatevi a dire che la vostra fede è mistica, perché mistica è quella realtà più reale e realizzante di tutte. La peste alle vostre famiglie. Figliastri bastardi di Cartesio adottati dal mercato: tanto gli atei quanto i credenti. La peste alle vostre famiglie. Ma non tergiversiamo oltre. Temevo appunto come la peste che il pensiero mi divenisse viscoso, che iniziasse ad appiccicarsi agli oggetti – cose, parole, ricordi – e ne perdessi il controllo. Il pensiero ossessivo è pensiero di grande sofferenza sul quale non si ha il minimo controllo. Pensiero vizioso circolare, perché pensiero ansioso – straziante – e pensiero ansiogeno al contempo. Quando parte fa tutto da solo, è un continuo autogenerarsi e autonutrirsi. Nel pensiero autotrofo non c’è posto per la volontà: l’io c’è, ma è solo passivo, è solo vittima, non può nulla contro il proprio pensiero carnefice, l’io c’è solo per essere torturato.

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