Il gran bazar del XX secolo



Anselmo Magnasco, giornalista, poeta e flâneur, attende senza particolari entusiasmi l’arrivo degli Alleati e la fine della guerra. Nel frattempo coltiva i suoi interessi: il cinema muto, i bordelli altolocati, le fantasie di suicidio e la sua stessa “intensa mediocrità”. Fino a quando si materializza una folla di personaggi allucinati e bizzarri che lo trascina senza scampo in un incubo metafisico e lovecraftiano.


In copertina: Jigsaw puzzle, Gollytown Toyland Bazaar

Questo testo è tratto da “Il gran bazar del XX secolo” di Stefano Trucco. Ringraziamo Aguaplano per la gentile concessione


di Stefano Trucco

Non sono pazzo.

Ammetto che se fossi pazzo la prima cosa che direi sarebbe proprio che non sono pazzo. Non posso farci niente.

Potete credermi o non credermi. Fate come volete; me ne frego. Pensate quel che vi pare, non cambierà il mio destino e nemmeno il vostro. Grazie a Dio o agli Dei siete tutti condannati.

Morirete tutti, e presto, e questa guerra vi sembrerà uno scherzo rispetto a quella che vi aspetta. Non meritate altro: siete capaci solo di uccidere o essere uccisi o di nascondervi tremanti negli sgabuzzini. Ho ucciso anch’io, per legittima difesa. Fosse stata anche solo la mia ombra nessuno può condannarmi.

Ho visto cose che voi umani…

Anselmo Magnasco, poeta e giornalista genovese, scomparve il 25 aprile 1945, lasciando sul tavolo della cucina un foglio appallottolato con poche righe scritte a mano, apparentemente interrotte a metà di una frase. La casa, che lui soprannominava ‘Fortezza Magnasco’, si trovava in Via Cadighiara, nel quartiere popolare di Borgoratti, e non presentava segni di lotta o effrazione, eccetto la presenza in cantina del cadavere di un militare tedesco, ucciso da un colpo di pistola alla tempia almeno un paio di settimane prima e in seguito identificato nel capitano Hans Jurgen Von Nossendorf, ufficiale medico della Wehrmacht. Fino a pochi giorni prima la residenza estiva della famiglia di Giuseppe Mazzini, a poche decine di metri dalla casa di Magnasco, era stata un sanatorio per soldati tedeschi feriti.

La tomba, nella cappella di famiglia al Cimitero di Staglieno, è vuota. La morte presunta venne dichiarata, su istanza della sorella, Elisabetta Magnasco in Barabino, nel 1962 e iscritta nei registi dello stato civile di Genova, la città dove era nato e vissuto.

Anselmo Magnasco

Poeta

8 luglio 1910

25 aprile 1945

La foto sulla lapide mostra un volto lungo e ossuto, il mento appuntito e gli occhi in ombra entro orbite profonde. I capelli lucidi di brillantina sono appiccicati al cranio.

Non s’erano più avute notizie di Magnasco dopo il 25 aprile, come pure del suo amico Gabriele Ferrari, ufficiale della XXXI Brigata Nera ‘Silvio Parodi’ e torturatore di partigiani nella famigerata Casa dello Studente di Corso Giulio Cesare, oggi Corso Gastaldi. A differenza di Ferrari, Magnasco non era mai stato un fascista fervente e non aveva aderito alla Repubblica di Salò né, tantomeno, alla Resistenza. Come tanti, era rimasto in attesa in quella che lo storico Renzo De Felice definì la ‘zona grigia’; ma questo, a quel che sembra, non lo salvò.

Magnasco aveva conosciuto Ferrari all’Università, nei primi anni Trenta, ed è sempre lì che divenne amico anche di Giovanni Benedetti: i tre parteciparono attivamente alla vita goliardica dell’ateneo genovese e recitarono assieme in uno spettacolo della compagnia teatrale universitaria Baistrocchi. Benedetti, militante dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e in seguito deputato del PCI alla Costituente e poi alla Camera, nel 1955 fu accusato di numerosi omicidi commessi a Genova dopo la fine delle ostilità – fra i quali quelli dei suoi amici Magnasco e Ferrari – e la Camera votò l’autorizzazione a procedere. Benedetti fuggì all’Est e si stabilì a Praga insieme alla moglie, Teresa Pozzani, che aveva sposato poco dopo la vittoria alleata; rimase in Cecoslovacchia fino al 1967, quando venne graziato dal Presidente della Repubblica Saragat. Tornato in Italia, Benedetti morì nel 1974 nella sua casa di San Desiderio, sopra Genova, non molto distante dalla casa in cui viveva Elisabetta Magnasco.

Benché colpevole di buona parte degli omicidi di cui fu accusato, alcuni dei quali paiono privi di motivazioni politiche o anche solo razionali, Benedetti non può essere ritenuto responsabile della morte o della scomparsa di Magnasco e Ferrari. Nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione Benedetti si trovava all’Ospedale di San Martino, convalescente per le ferite provocategli dalle torture che aveva dovuto subire alla Casa dello Studente, forse a opera del suo vecchio amico Ferrari.

In verità, un cadavere carbonizzato era stato rinvenuto il 20 aprile 1945 in una casa di Borgoratti non lontana da quella in cui viveva Magnasco. La casa era stata colpita da una bomba incendiaria lanciata verso la mezzanotte da un singolo aereo inglese di passaggio, il famigerato ‘Pippo’, il cacciabombardiere solitario a metà fra la realtà e la leggenda che segnò le notti della Repubblica Sociale Italiana. Il cadavere era quello di un uomo alto quasi due metri, proprio come Magnasco, un tratto molto più raro allora di oggi.

Ma quella sera stessa Magnasco fu visto da almeno una dozzina di persone che lo conoscevano mentre assisteva al dramma ‘Gli Esuli’, di James Joyce, messo in scena al Teatro dei Postelegrafonici dalla Compagnia di Teatro Sperimentale ‘Luigi Pirandello’. Salutò e conversò con varie persone che lo descrissero come ‘allegro’ e ‘sereno’, oppure ‘stranamente euforico’. Era accompagnato da un uomo con i baffetti che nessuno conosceva e da una giovane donna che alcuni riconobbero come una prostituta di un noto casino del centro storico.

Vi sono inoltre alcune testimonianze da parte di ex militanti repubblichini che, confusamente, mettono in relazione Magnasco con la fuga in Argentina di alcuni ufficiali della ‘Silvio Parodi’, fra cui il comandante Livio Faloppa, e questa fuga con la liberazione dal carcere di Marassi, pochi giorni prima della Liberazione, del suo amico Giovanni Benedetti, avvenuta in circostanze mai del tutto chiare. E’ certo che, se non fosse stato liberato, sarebbe stato ucciso insieme agli altri prigionieri politici. Benedetti non volle mai narrare come fossero andate esattamente le cose, come pure confermare o smentire il ruolo di Magnasco nella vicenda.

Inoltre, alcuni testimoni affermano di averlo visto, proprio la mattina del 25 aprile, uscire dal cinema Venere, in seguito demolito per far posto all’attuale Piazza Rotonda, e dirigersi a piedi verso casa sua, sulla strada per Bavari e San Desiderio – ma non sappiamo se vi giunse mai.

Nel dopoguerra Anselmo Magnasco divenne una specie di oscuro segreto di famiglia, di cui non si parlava mai. Per i figli e i nipoti di Elisabetta Magnasco in Barabino lo zio Anselmo era morto in guerra in circostanze oscure ma che non era difficile immaginare, visto la data di morte incisa sulla lapide del loculo a Staglieno. Elisabetta Magnasco non si perdonò mai di aver abbandonato a Genova il fratello nell’estate del 1944 per raggiungere a Montoggio, nell’entroterra genovese, il suo futuro marito, Edoardo Barabino.

Anselmo Magnasco era stato una figura abbastanza nota nell’ambiente giornalistico e letterario genovese. Collaborò con tutti i maggiori quotidiani della città e fu per alcuni anni, fino al 1943, il critico cinematografico del ‘Caffaro’. Pubblicò anche alcuni raccolte di poesie nei primi anni Trenta. Nel suo diario, il giornalista Giovanni Ansaldo lo definisce ‘intensamente mediocre’ e questo è rimasto a tutt’oggi il giudizio della critica. Di una sua poesia meno mediocre delle altre, intitolata ‘La città senza nome’, la misteriosa descrizione allegorica di una antichissima Genova deserta, l’allora giovane Eugenio Montale domandò malignamente a quale poeta francese l’avesse rubata.

Anche il poeta americano Ezra Pound, che a quei tempi viveva a Rapallo, conobbe Anselmo Magnasco e probabilmente si riferisce a lui in un criptico verso dei Cantos Pisani, scritti dopo la fine della guerra: ‘…and Anselm too, the jelly-bean skeleton-man, coughing knowing behind our backs…’.

Ma che cosa ‘sapeva’ Anselmo Magnasco?

Anselmo Magnasco, ora lo sappiamo, nelle ultime settimane della guerra scoprì qualcosa che metteva in discussione sia quel che credeva essere stata la sua vita sia la natura stessa della realtà. Per questo non possiamo dire con assoluta certezza che sia ‘morto’ il 25 aprile 1945, ma solo ‘scomparso’.

Sappiamo anche che ‘La città senza nome’ non è solo una poesia.

Nero sangue rappreso il mare,

Ossa sbiancate dal sole i monti.

Proprio in quegli anni il XX era stato definito come il ‘Secolo dell’Uomo Comune’ ed è forse uno dei caratteri peculiari di quel secolo così diverso dal nostro che dovessero essere quasi sempre uomini intensamente mediocri (se non proprio strettamente definibili come ‘comuni’) quali Anselmo Magnasco a doversi confrontare con le verità ultime, con le ‘cose nascoste fin dalla fondazione del mondo’.


Stefano Trucco è nato nel 1962 a Genova, dove vive e lavora come bibliotecario – il lavoro che ha sempre sognato. Finora ha pubblicato il romanzo Fight Night (2014, Bompiani-RaiEri) e il racconto 1958. Una storia dell’Età Atomica (2018, Intermezzi).

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