Il legame tra guerra e Speed



Le amfetamine sono la droga più in uso per migliorare le prestazioni militari, da quando diedero energia a chi era impegnato sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto non fu solo il più distruttivo nella storia umana, ma anche quello farmacologicamente più supportato. E subì letteralmente un’accelerazione grazie allo speed: decine di milioni di pillole distribuite ai soldati per farli combattere di più e dormire meno.

 

In copertina, Piero Dorazio, Pelle d’Apollo III (1988) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da  Killer High, di Kevin Davies. Ringraziamo Meltemi per la gentile concessione.


di Peter Andreas

Sun Tzu scrisse ne L’Arte della guerra che la velocità è “l’essenza della guerra”. Anche se ovviamente non aveva in mente le amfetamine, senza dubbio sarebbe rimasto impressionato dai potenti effetti psicoattivi favorevoli alla guerra dello speed (in inglese “velocità”). Le amfetamine – spesso chiamate “pep pills”, “ups”, “uppers” o appunto “speed” – sono una categoria di droghe sintetiche ad azione stimolante sul sistema nervoso centrale, che riducono la fatica e l’appetito, aiutano a restare svegli e danno un senso di benessere. Le metamfetamine sono un tipo di amfetamina particolarmente potente e capace di creare dipendenza, e risultano note soprattutto come “crystal meth”. Oggi tutte le amfetamine sono proibite o severamente regolamentate. Droga per antonomasia della moderna era industriale, le amfetamine entrano in scena piuttosto tardi nella storia delle sostanze psicoattive, commercializzate appena in tempo per il consumo di massa delle grandi potenze industriali durante la Seconda guerra mondiale. Poche droghe hanno ricevuto uno stimolo maggiore dalla guerra. Come scrissero Lester Grinspoon e Peter Hedblom nel loro classico studio del 1975 The Speed Culture, “Probabilmente la Seconda guerra mondiale ha dato finora il più grande impulso su scala mondiale all’abuso di queste pillole, tanto legale dietro autorizzazione medica quanto illegale sul mercato nero”. La storia della relazione tra la guerra e questa specifica droga, pertanto, riguarda soprattutto la proliferazione dell’uso di stimolanti sintetici durante il Secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, alimentati dallo speed.

Benché interamente prodotte in laboratorio, le amfetamine devono la loro esistenza alla ricerca di un sostituto artificiale della ma huang, meglio nota in Occidente come efedra. Questa pianta cespugliosa tipica di ambienti asciutti veniva usata da più di 5.000 anni come rimedio erboristico in Cina, dove era assunta per curare disturbi comuni come tosse e raffreddore e per favorire la concentrazione e l’attenzione, anche dalle guardie che di notte pattugliavano la Grande Muraglia cinese. Nel 1887 il chimico giapponese Nagayoshi Nagai riuscì a estrarre il principio attivo della pianta, l’efedrina, che assomigliava da vicino all’adrenalina; e nel 1919 un altro scienziato giapponese, A. Ogata, sviluppò un surrogato sintetico dell’efedrina. Ma solo quando nel 1927 l’amfetamina fu sintetizzata in un laboratorio dell’Università della California a Los Angeles dal giovane chimico inglese Gordon Alles si rese disponibile una formula per usi medici commerciali. Alles vendette la formula alla compagnia farmaceutica di Philadelphia Smith, Kline & French, che la rilasciò sul mercato nel 1932 come inalatore di Benzedrina (un prodotto da banco per curare asma e congestioni), prima di introdurla anche in pastiglie pochi anni dopo. Le “bennie” furono ampiamente pubblicizzate come farmaco miracoloso per ogni tipo di disturbi, dalla depressione all’obesità, a quanto pare con scarsa preoccupazione o consapevolezza della potenziale dipendenza che potevano causare e del rischio di danni fisici e psicologici a lungo termine. E con lo scoppio di una nuova guerra mondiale, non ci volle molto prima che una pillola diffusa su così larga scala raggiungesse anche il campo di battaglia.

Nazisti: need for speed

L’ideologia nazista fu integralista nelle sue posizioni contro la droga. L’uso sociale di stupefacenti era considerato tanto un segno di debolezza personale quanto un simbolo del declino morale del paese sulla scia della traumatica e umiliante sconfitta nella Prima guerra mondiale. Il consumo diffuso di droghe nella Germania di Weimar era visto come un’abitudine decadente, edonistica e abietta, che minacciava di avvelenare la “razza superiore” ariana. I tossicodipendenti non solo erano stigmatizzati e internati, ma potevano affrontare punizioni severe, tra cui la sterilizzazione forzata e la deportazione nei campi di concentramento. Nella propaganda nazista, gli ebrei erano raffigurati come dediti all’abuso e allo spaccio di stupefacenti, e dunque come una minaccia alla purezza della nazione.

Le metamfetamine rappresentavano però l’eccezione preferita. Se altre sostanze erano proibite o sconsigliate, le metamfetamine furono pubblicizzate come prodotto miracoloso non appena apparvero sul mercato alla fine degli anni Trenta. In effetti, la pillolina era la droga perfetta per i seguaci di Hitler: “Germania, svegliati!”, avevano ordinato i nazisti. Energetico capace di stimolare la fiducia in se stessi, la metamfetamina faceva il gioco dell’ossessione del Terzo Reich per la superiorità fisica e mentale. In netto contrasto con droghe come l’eroina o l’alcol, le metamfetamine non avevano a che fare con il piacere e l’evasione. Piuttosto, venivano assunte per massimizzare attenzione e vigilanza. Gli ariani, nell’ideologia nazista incarnazione della perfezione umana, ora potevano persino aspirare a diventare superuomini, e in quanto superuomini potevano trasformarsi in supersoldati. “Non abbiamo bisogno dei deboli”, dichiarò Hitler, “vogliamo solo i forti!”. Le persone deboli prendevano droghe come l’oppio per evadere; le persone forti prendevano metamfetamine per sentirsi ancora più forti.

Il chimico tedesco Friedrich Hauschild era a conoscenza della Benzedrina, l’amfetamina americana, fin da quando era stata usata come sostanza dopante ai Giochi Olimpici di Berlino nel 1936. L’anno seguente riuscì a sintetizzare la metamfetamina, cugina stretta dell’amfetamina, lavorando per la Temmler-Werke, compagnia farmaceutica con sede a Berlino. La Temmler-Werke cominciò a vendere la metamfetamina con il marchio Pervitin nell’inverno del 1937. In parte anche grazie all’aggressiva campagna pubblicitaria dell’azienda, il Pervitin divenne famoso in pochi mesi. Le compresse erano estremamente popolari e potevano essere acquistate in farmacia senza prescrizione. Si potevano addirittura comprare scatole di cioccolatini con l’aggiunta di metamfetamina. Ma l’impiego più rilevante di questa droga era ancora di là da venire.

Il dottor Otto F. Ranke, direttore dell’Istituto di fisiologia generale e della difesa (una sezione dell’Accademia medica militare), nutriva molte speranze che il Pervitin portasse grandi benefici sul campo di battaglia. Il suo obiettivo era sconfiggere il nemico grazie a soldati chimicamente potenziati, in grado di dare alla Germania un vantaggio militare combattendo più a lungo e con maggior forza rispetto agli avversari. Dopo aver testato la droga su un gruppo di ufficiali medici, Ranke si era convinto che il Pervitin sarebbe stato “Una sostanza eccellente per risollevare una truppa stanca. […] Si comprende bene quale straordinaria importanza militare avrebbe se si riuscisse a eliminare temporaneamente la stanchezza naturale di una truppa grazie a misure mediche”. E concluse che si trattava di “Una sostanza di grande valore militare”. Aiutò anche il fatto che le pillole di metamfetamina fossero piuttosto economiche da produrre, e le sostanze chimiche di base facilmente accessibili. La produzione di questa droga non richiedeva materie prime importate, rivolgendosi invece interamente all’industria farmaceutica nazionale. Il caffè, l’altro principale stimolante usato per combattere il sonno e la stanchezza, era molto più costoso, e in seguito diventò scarso per i blocchi alle importazioni durante la guerra. E in quanto sostituto del caffè, la metamfetamina poteva essere aggiunta a bevande calde similari.

Lo stesso Ranke era un consumatore regolare, come riporta nel suo diario medico e nelle lettere del periodo bellico. A proposito della droga scrisse a un collega parole entusiastiche: “Agevola […] molto chiaramente la concentrazione e dà la sensazione di poter svolgere con facilità i compiti più difficili. Non si sono osservati danni permanenti nemmeno in caso di sovradosaggio. […] Con il Pervitin si riesce senza problemi a lavorare dalle 36 alle 40 ore senza sentire in alcun modo la stanchezza”. Questo permetteva a Ranke di lavorare giorni consecutivi senza dormire, e la sua corrispondenza indica che sempre più ufficiali facevano la stessa cosa: trangugiare pillole per riuscire a gestire le esigenze delle loro mansioni.

Nel 1938 gli ufficiali medici della Wermacht somministrarono il Pervitin ai soldati della 3a divisione corazzata durante l’occupazione in Cecoslovacchia. Ma fu l’invasione della Polonia nel settembre 1939 il primo vero test militare sul campo della droga. A ottobre la Germania riuscì a sfondare nel territorio del vicino orientale, e 100.000 soldati polacchi furono uccisi durante l’attacco. Migliaia di civili polacchi avrebbero perso le loro vite prima della fine dell’anno. L’invasione lanciò una nuova forma di guerra meccanizzata, il Blitzkrieg. La “guerra lampo” insisteva sulla velocità e la sorpresa, cogliendo il nemico alla sprovvista grazie all’inedita rapidità dell’attacco e dell’avanzata meccanizzata. Si basava sull’ingegneria tedesca incarnata dalle divisioni Panzer e dai bombardieri in picchiata Stuka, così come sulla farmacologia tedesca incarnata dal Pervitin. L’anello debole nella strategia del Blitzkrieg erano i soldati: esseri umani, non macchine, che come tali pativano la stanchezza. Avevano bisogno di riposo e sonno regolari, il che ovviamente rallentava l’avanzata militare. È qui che entrò in gioco il Pervitin: parte della velocità del Blitzkrieg derivava letteralmente dallo speed. Come ha affermato lo storico della medicina Peter Steinkamp, “Il Blitzkrieg fu guidato dalla metamfetamina. Per non dire che fu fondato sull’amfetamina”.

Nell’ambito del piano d’invasione, la distribuzione di pillole di metamfetamina non era sistematica, ed era invece lasciata ai singoli comandanti, ufficiali medici e soldati. Nel corso dell’avanzata, le notizie sull’uso della droga sul campo di battaglia arrivavano con il contagocce. Secondo un referto medico dell’8a divisione Panzer: “Esperienza personale molto positiva. […] Scomparsa dei momenti di depressione”. La 3a divisione Panzer riferiva: “Euforia diffusa, aumento dell’attenzione, evidente miglioramento delle prestazioni. Facilità nello svolgere i propri compiti, palese effetto eccitante, superamento della depressione, ritorno a condizioni d’umore normale”.

Le unità corazzate sembravano beneficiare in modo particolare degli stimoli della metamfetamina. “Tutti vivi e vegeti, disciplina eccellente. Leggera euforia e dinamismo. Alti livelli di coraggio. Nessun incidente. Effetto duraturo. Dopo l’assunzione di quattro compresse visione doppia e colori accentuati”. Per di più, “La sensazione di fame regredisce. Un aspetto particolarmente vantaggioso è l’insorgenza di una decisa voglia di fare. L’effetto è così inequivocabile che non può essere solo frutto dell’immaginazione”. Un ufficiale della Sanità del 19° Corpo d’armata riferì entusiasta: “Sono convinto che, quando è richiesto un grosso sforzo, dove si deve tirar fuori qualcosa anche dall’ultimo della squadra, una truppa rifornita di Pervitin è superiore a un’altra. Il medico della truppa che ha facoltà di firma ha pertanto già passato un ordine scritto di Pervitin”. Un altro rapporto recitava: “Altrettanto evidente è stato il miglioramento della prestazione dei conducenti dei mezzi corazzati e degli ufficiali della Panzerwaffe durante i lunghi combattimenti dal 1° al 4 settembre e dei reparti di ricognizione, che hanno fatto uso con successo di questo farmaco durante i lunghi spostamenti notturni, e per mantenersi svegli e aumentare l’attenzione durante le operazioni delle pattuglie di esplorazione”. E aggiungeva: “Vale soprattutto la pena di evidenziare l’eccellente effetto sull’operatività degli ufficiali dello stato maggiore di divisione, sottoposti a forte stress, che senza eccezioni hanno riconosciuto il miglioramento soggettivo e oggettivo delle loro prestazioni prodotto dal Pervitin”.

Un esperto medico militare della 3a divisione fanteria in Polonia raccontò anche l’effetto del farmaco sui motociclisti. Data la loro importanza come corrieri e ricognitori su terreni accidentati e per lunghi viaggi, “sono stati richiesti grossi sforzi soprattutto ai motociclisti. Le compresse sono state distribuite senza indicare a cosa servivano, ma grazie al loro effetto sorprendente gli uomini l’hanno capito subito”. Altri testimoniavano come la mancanza di Pervitin diventasse un peso: un medico scrisse che “i numerosi incidenti avuti dai conducenti, la maggior parte dovuti a stanchezza, si sarebbero potuti evitare se si fosse distribuito per tempo un analettico come il Pervitin”.

Agli ufficiali medici erano impartiti istruzioni e avvertimenti sul Pervitin: “Impiegarlo in maniera casuale potrebbe mettere a rischio la salute delle truppe, se il tempo del riposo non viene usato per dormire. Il medico deve sempre essere consapevole che lo sprone degli stimolanti è consentito solo in casi eccezionali, quando si prevede che non somministrare questo farmaco possa provocare danni agli esseri umani, e che deve restare circoscritto alle persone che ne hanno reale bisogno”.

Nelle sue lettere dal campo di addestramento e poi dalla Polonia occupata, un soldato commentava regolarmente le meraviglie del Pervitin. Una lettera datata 9 novembre 1939 affermava: “Qui è dura e dovete capirmi se vi scrivo solo ogni due-quattro giorni. Oggi lo faccio soprattutto grazie al Pervitin!”. A questa missiva fece seguito un’altra mesi dopo, in cui il militare chiedeva: “Forse potresti procurarmi del Pervitin per la mia scorta?”. Le sue lettere suggeriscono un’elevata assuefazione alla droga, senza consapevolezza di alcun rischio. “Se la prossima settimana passa in fretta come la scorsa, va già bene. Mandatemi dell’altro Pervitin appena possibile; mi servirà con tutte queste guardie”. Il soldato era Heinrich Böll, Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 Leonardo Conti, il “führer della Sanità” del Terzo Reich, suonò insieme ad altri il campanello d’allarme circa i rischi del Pervitin: il farmaco fu così reso disponibile solo su prescrizione medica. Ma in gran parte questi allarmi caddero nel vuoto, e le nuove norme furono ampiamente ignorate. L’uso del farmaco continuò a crescere. Con sgomento di Conti, il requisito della prescrizione non fu mai applicato ai militari, poiché il suo incarico si limitava all’ambito civile. “La Wehrmacht non può rinunciare, anche attraverso l’impiego di medicinali […] a ottenere un miglioramento temporaneo delle prestazioni o a neutralizzare la stanchezza” fu la secca risposta dell’ispettore della Sanità dell’esercito all’appello di Conti.

Gli sforzi di quest’ultimo per limitare l’accessibilità delle metamfetamine ebbero scarso tempismo, poiché coincisero con la pianificazione militare tedesca nella fase più critica del Blitzkrieg. Per il periodo successivo della guerra gli ufficiali medici militari ordinarono un incremento nella produzione di metamfetamine. Nello stabilimento della Temmler-Werke i lavori accelerarono al massimo ritmo: l’azienda arrivò a sfornare fino a 833.000 compresse al giorno. Tra l’aprile e il luglio 1940, i militari tedeschi ricevettero più di 35 milioni di pillole di metamfetamina. Un nuovo Blitzkrieg implicava una bella scorta di compresse già pronte. La droga veniva distribuita ai piloti e alle squadre persino all’interno di barrette di cioccolato note come Fliegerschokolade (cioccolato dell’aviatore) e Panzerschokolade (cioccolato del carrista). Ranke osservò che “gran parte degli ufficiali aveva con sé il Pervitin”. E, infatti, espresse preoccupazione per il fatto che la diffusione del farmaco fosse sfuggita di mano: “La domanda da porsi non è se si debba introdurre o meno il Pervitin, bensì come riuscire a tenerne sotto controllo il consumo. Il Pervitin viene usato da tutti senza alcuna sorveglianza medica”.

Il 13 aprile 1940 l’ispettore della Sanità dell’esercito inviò al comandante in capo, il feldmaresciallo von Brauchitsch, un documento intitolato “La questione del Pervitin. Un decreto per un uso prudente ma necessario in circostanze particolari”. Ranke ricevette il compito di redigere un foglio illustrativo per il Pervitin su misura per la Wehrmacht, poi ordinò alla Temmler-Werke un aumento di produzione del farmaco. Ranke scrisse un “Decreto sui farmaci stimolanti”, firmato da von Brauchitsch e diffuso agli ufficiali medici e ai corpi sanitari dell’esercito, che recitava:

L’esperienza maturata durante la campagna di Polonia ha dimostrato che in determinate situazioni il successo militare è influenzato in maniera decisiva dal superamento della stanchezza di una truppa sottoposta a grande stress. In situazioni particolari, vincere il sonno può essere più importante di qualsiasi preoccupazione per gli eventuali danni a esso legati, se il sonno mette a rischio il successo militare. Per contrastare il sonno sono ora a disposizione i farmaci stimolanti. Il Pervitin è stato introdotto in modo sistematico nella dotazione sanitaria.

Fu raccomandato un dosaggio di una compressa al giorno e due la notte. Se le circostanze lo richiedevano, potevano essere aggiunte una compressa o due dopo tre-quattro ore. “Nel giusto dosaggio, aumenta chiaramente la fiducia in se stessi mentre diminuisce il timore di intraprendere attività più complesse” affermava il decreto. “In questo modo si eliminano le insicurezze senza ridurre le funzioni sensoriali come accade con l’alcol”.

Da molto tempo negli eserciti si assumevano sostanze psicoattive, ma questa era la prima volta in cui fu usata su larga scala una droga sintetica capace di migliorare le performance. Lo storico Shelby Stanton commenta: “Lo dispensavano alle truppe sulla linea di tiro. Il 90 per cento del loro esercito doveva marciare giorno e notte. Per la guerra lampo era più importante che continuassero a spingere, piuttosto che una notte di sonno. Quel maledetto esercito era tutto pompato. Fu uno dei segreti del Blitzkrieg”.

Il Blitzkrieg dipendeva dalla velocità: si avanzava senza sosta con le truppe corazzate, giorno e notte. Nell’aprile 1940 portò rapidamente alla caduta della Danimarca e della Norvegia. Nel mese successivo le truppe tedesche invasero l’Olanda, il Belgio e infine la Francia. In undici giorni i carri armati tedeschi coprirono più di 380 chilometri su terreni impegnativi, tra cui la foresta delle Ardenne, aggirando le forze britanniche e francesi che si erano trincerate nell’erronea convinzione che le Ardenne fossero impraticabili. A volte i paracadutisti atterravano davanti alle truppe in avanzamento, scatenando il caos dietro le linee nemiche; la stampa britannica descrisse questi soldati come “pesantemente drogati, impavidi e folli”.

Il generale Heinz Guderian, l’esperto in combattimento di carri armati che guidò l’invasione, diede l’ordine di accelerare in vista del confine francese: “Voglio che rimaniate insonni per almeno tre notti, se dovesse essere necessario”. L’attacco a sorpresa fu programmato per cogliere alla sprovvista i francesi nel Nord del paese, affinché i tedeschi potessero attraversare il territorio prima che l’esercito riuscisse a ridispiegare le truppe concentrate a Sud lungo la linea Maginot oppure in Belgio (da dove erroneamente ci si aspettava che dovesse arrivare l’attacco tedesco).

Il generale Graf von Kielmansegg aveva ordinato 20.000 pillole per la 1a divisione Panzer, che le ingerì nella notte del 10 maggio. Nessuno dormì quella notte, in cui i tedeschi iniziarono l’invasione. Ci vollero tre giorni per raggiungere il confine francese, e molti soldati non dormirono mai durante l’intera campagna. Quando varcarono la frontiera, i rinforzi francesi non erano ancora arrivati, e le loro difese furono sopraffatte dall’attacco tedesco. Guderian ne rimase stupito: “Vi avevo esortato a non dormire per quarantotto ore. Avete resistito diciassette giorni”. Hitler fu ancora più sorpreso, tant’è che restò incredulo quando fu informato che le truppe erano già entrate in Francia. La risposta al suo generale fu: “Il suo comunicato è basato su un errore”.

“Ero sbigottito” scrisse Churchill nelle sue memorie ricordando la sbalorditiva velocità delle forze armate tedesche e del crollo delle difese francesi. “Mai mi sarei aspettato di dover affrontare […] lo sbaragliamento di tutte le comunicazioni e delle campagne da parte di un’irresistibile incursione di mezzi corazzati. […] Devo confessare che fu una delle più grandi sorprese della mia vita”. La velocità dell’attacco fu in effetti strabiliante. Fatti di Pervitin, i piloti dei corazzati e dell’artiglieria tedesca guadagnarono terreno notte e giorno, quasi senza fermarsi. Tanto i comandanti quanto i civili stranieri furono colti totalmente alla sprovvista. Ranke, che insieme al generale Guderian e ai suoi carri armati percorse più di 500 chilometri in tre giorni, tenne un particolareggiato diario militare, del quale diversi passaggi rivelavano l’importanza del Pervitin. Un ufficiale medico delle unità Panzer gli raccontò che ogni giorno di servizio i piloti assumevano da due a cinque compresse. Ranke inoltre osservò che erano perlopiù “ufficiali di rango elevato […] che conoscevano, apprezzavano e mi chiedevano il Pervitin”. Anche nelle Waffen-SS, il corpo d’élite del Partito nazista, il farmaco veniva assunto in grandi dosi: “Partenza alle ore 10,00 sull’itinerario della 10a Panzer-Division. Fotografo le SS, molto disciplinate nonostante il lungo viaggio. Consegnate duemila compresse di Pervitin al medico della truppa”.

Alcuni soldati descrissero gli effetti collaterali più negativi del farmaco. Tra loro, durante l’invasione della Francia, ci furono un tenente colonnello della 1a divisione Panzer Ersatz che lamentò dolori al cuore dopo aver assunto il Pervitin quattro volte al giorno per altrettante settimane; il comandante della 12a divisione corazzata che fu portato in ospedale d’urgenza per un infarto subito dopo aver ingerito una compressa; e diversi ufficiali che patirono attacchi di cuore mentre erano fuori servizio dopo aver preso il farmaco. Anche gli avieri tedeschi si diedero al Pervitin durante i raid notturni sulla Gran Bretagna. Poiché gli inglesi abbattevano sempre più aerei tedeschi, durante il giorno le missioni di bombardamento erano ritenute troppo pericolose. Le compresse di Pervitin, che gli aviatori soprannominavano “sale del pilota”, “pillole stuka” e “pillole Göring”, tornarono utili nei lunghi voli notturni. Un pilota di bombardieri spiegò:

La partenza avveniva molto spesso la sera tardi, alle dieci, alle undici, e si arrivava sopra Londra o qualche altra città inglese all’una o alle due di mattina. Naturalmente eravamo stanchi. Allora, quando uno se ne rendeva conto – non doveva assolutamente succedere [di essere stanchi durante l’attacco] – buttava giù una o due compresse di Pervitin e si riprendeva subito. […] Anch’io ho partecipato a molte missioni notturne e ho preso preventivamente il Pervitin. Immaginate un po’, il comandante stanco durante il combattimento. Figuriamoci, è escluso. […] Non rinunci certo al Pervitin perché magari potrebbe farti male alla salute. Soprattutto quando sai che potresti cadere di lì a poco, poi!

Un altro pilota tedesco raccontava di un volo sul Mediterraneo durante il quale era fatto di Meth: “Nella tasca dei pantaloni c’è una striscia di plastica della lunghezza di una mano in un involucro di cellophane, sotto la quale sono fissate cinque o sei compresse bianche. Sembra una barretta di cioccolato. Sopra c’è scritto Pervitin. Il dottor Sperrling ha detto che sono compresse contro la stanchezza. Apro la tasca e ne strappo prima due, poi tre dal loro supporto, mi tolgo la maschera e comincio a masticarle. Sono amare da far schifo e farinose, ma non ho niente per sciacquarmi la bocca”. Poi la droga comincia a fare effetto. “Sono sveglissimo, il cuore mi rimbomba nelle orecchie. Perché il cielo è improvvisamente così chiaro, così abbagliante? Mi fanno male gli occhi. Non riesco a sopportare tutta questa luce. Se tengo la mano libera davanti agli occhi va meglio. Ora il motore ha un ronzio regolare, senza vibrazioni, lo sento lontano, molto lontano. È quasi silenzioso quassù. Tutto diventa irrilevante, astratto, distante, come se mi librassi sopra il mio aereo”. Finché non atterra:

Ho mantenuto la rotta nonostante quell’indifferenza euforica e quello stato di leggerezza. Al momento dell’atterraggio trovo il luogo completamente di pietra. Niente si muove, non si vede anima viva, le macerie degli hangar si stagliano abbandonate […] tra i crateri delle bombe. Mentre entro nel posto di sosta assegnato alla mia squadriglia scoppia la gomma destra, forse sono passato sopra la scheggia di una bomba. Più tardi incontro il dottor Sperrling e gli chiedo incidentalmente che “robaccia” è questo Pervitin, e se non sarebbe meglio avvertire i piloti dei suoi effetti. Quando apprende che ne ho prese tre compresse tutte insieme, quasi sviene e mi proibisce di toccare un aereo, anche solo da fuori, per il resto della giornata.

Anche i medici militari continuarono con il Pervitin. Durante una visita in Francia nel luglio 1940, Ranke raccolse i documenti sulle esperienze personali di venti ufficiali medici. Più di due terzi di loro avevano utilizzato il Pervitin. Di questi, più della metà l’aveva consumato mischiandolo con l’alcol nel tentativo di bere ancora di più, restare alzato fino a più tardi a una festa o rimediare a una sbornia. Questi stessi medici erano responsabili della somministrazione del farmaco alle truppe.

Nel frattempo, Conti continuava a esprimere preoccupazione per l’abuso di Pervitin: in un discorso del 1940 all’Associazione dei medici nazionalsocialisti dichiarò: “Darlo a un pilota di alto livello che deve volare per altre due ore mentre lotta contro la fatica è probabilmente giusto. Tuttavia, il farmaco non può essere usato in tutti i casi di stanchezza in cui la fatica di fatto può essere compensata solo dal sonno. Come medici, questo dovrebbe esserci immediatamente chiaro”. Anche se i suoi avvertimenti furono in gran parte ignorati dall’esercito, Conti insistette, rivolgendosi a un amico scienziato per scrivere insieme un articolo critico sul Pervitin. Intitolato Il problema Pervitin, fu pubblicato l’anno successivo e richiamò l’attenzione sia degli scienziati sia dei medici.

Circondato dalle crescenti preoccupazioni per l’assuefazione e gli effetti collaterali dell’abuso di Pervitin, verso la fine del 1940 l’esercito tedesco iniziò a ridurre gli stanziamenti di metamfetamine. Il consumo diminuì drasticamente nel 1941 e nel 1942, quando le istituzioni sanitarie riconobbero formalmente che le amfetamine creavano dipendenza. Nel giugno 1941 il ministero della Sanità tedesco incluse il Pervitin tra le sostanze toccate dalla legge sull’oppio, rendendo legalmente perseguibile il consumo non autorizzato della droga. Nell’anno successivo l’esercito emise nuove linee guida per gli ufficiali medici indicando il pericolo della dipendenza, anche se il dosaggio raccomandato rimase lo stesso. 

Tuttavia, il farmaco continuò a essere somministrato sia sul fronte occidentale sia su quello orientale. La Temmler-Werke, la fabbrica della droga, mieteva profitti più che mai, malgrado la maggior consapevolezza degli effetti collaterali. Solo nella prima metà del 1942, infatti, il servizio sanitario della Wehrmacht inviò sul fronte orientale 10 milioni di compresse di metamfetamine. Gerd Schmückle della 7a divisione Panzer raccontò in questo modo la sua esperienza con il Pervitin durante i combattimenti in Ucraina del novembre 1943: “Non riuscivo a dormire. Durante l’assalto avevo preso troppo Pervitin. Eravamo già tutti dipendenti da molto tempo. Tutti ingoiavamo quella roba, sempre più spesso e in dosi maggiori. Sembrava che le pillole eliminassero il senso di agitazione. Scivolai in un mondo di luminosa indifferenza. Il pericolo perse mordente. Il potere personale sembrò aumentare. Dopo la battaglia vagavamo in uno strano stato di ebbrezza in cui il profondo bisogno di dormire lottava con una tangibile lucidità”.

Poco prima dell’invasione della Russia, il comando supremo della Wehrmacht e il ministero degli Armamenti e delle munizioni conclusero che il Pervitin fosse “tra i prodotti decisivi per l’esito della guerra”. Le immediate esigenze militari misero in secondo piano tutte le preoccupazioni di carattere sanitario. Combattere l’Armata rossa e sopravvivere alle condizioni estreme dell’inverno 1941-42 rilevava in maniera più diretta rispetto alle ripercussioni di lungo termine degli aiuti farmaceutici. Di conseguenza la produzione di Pervitin proseguì e le compresse furono spedite sul fronte russo.

Le pillole tornarono utili anche quando la guerra si rivoltò contro la Germania. Quando nel gennaio 1942 il capitano Panzer Hans von Luck fu trasferito dalla Russia al 3° battaglione di ricognizione dell’Afrikakorps, disse al compagno: “Guideremo senza sosta finché non saremo fuori dalla Russia. Ci daremo il cambio ogni 100 chilometri, manderemo giù il Pervitin e ci fermeremo solo per il carburante”. In quello stesso mese, un gruppo di 500 soldati tedeschi ricevette il Pervitin mentre tentava di uscire dall’accerchiamento dell’esercito sovietico nella zona settentrionale del fronte orientale. La fuga andò a buon fine, come riferì l’ufficiale medico:

Molti commilitoni mostravano segni di completo sfinimento: tremori, totale perdita di interesse e forza di volontà, dolori e crampi ai muscoli delle gambe, in particolare ai polpacci e nella zona inguinale, palpitazioni, fitte al petto e nausea. Verso mezzanotte (sei ore dopo l’inizio della ritirata) alcuni soldati cercarono ripetutamente di sdraiarsi nella neve, la loro forza di volontà non riuscì a riaccendersi nonostante gli energici incoraggiamenti. A questi uomini erano state somministrate due pillole di Pervitin ciascuno. Dopo mezz’ora i primi uomini confermarono di aver migliorato il loro stato di salute. Stavano marciando di nuovo nella maniera dovuta, rimanevano in fila, erano più fiduciosi e prestavano attenzione all’ambiente circostante. Il dolore muscolare era sopportato più facilmente. Alcuni mostravano umore vagamente euforico.

Mentre si avvicinava la fine della guerra, la Germania, sempre più disperata, era in cerca di un miracolo farmacologico. Nel marzo 1944 il viceammiraglio Hellmuth Heye incontrò farmacisti, chimici e alte cariche dell’esercito per dare vita a una nuova droga dagli effetti prodigiosi. Al farmacologo Gerhard Orzechowski fu assegnato il compito di creare una pillola per aumentare la resistenza nei combattimenti e l’autostima. Il risultato fu il D-IX, una combinazione di cinque milligrammi di cocaina, tre di Pervitin e cinque di un antidolorifico a base di morfina (il mix è oggi noto come “speedball”). Gli Alleati invasero la Germania prima che la droga potesse essere prodotta in massa. Orzechowski riuscì comunque a testare lo stimolante nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dove ai prigionieri fu ordinato di assumere D-IX e di marciare incessantemente con zaini da venti chili sulle spalle.

Nel frattempo, mentre la guerra si trascinava, fu lo stesso Hitler a trasformarsi in un dittatore tossicomane. In pubblico il Führer strigliava chi non riusciva a fare a meno delle droghe: “Quanto più un uomo sale in alto, tanto più facile deve apparirgli la rinuncia. […] Se lo spazzino non può né sa rinunciare alla sua pipa o alla sua birra, deve dire a se stesso: ‘Va bene, amico mio, perché non comprendi la necessità superiore di questa rinuncia, ed è per questo che sei soltanto uno spazzino e non un capo di stato!’”. Eppure il capo dello stato nazista era un tossicodipendente. Se da un lato evitava il tabacco, l’alcol e la caffeina, dall’altro gli venivano regolarmente iniettati vari antidolorifici e ormoni, oltre a sostanze capaci di alterare l’umore e la mente. Il medico personale di Hitler, il dottor Theodor Morell, che teneva un diario dettagliato della sua esperienza, praticava al leader regolari iniezioni di una miscela di cocaina, amfetamine, morfina sintetica, glucosio, testosterone e corticosteroidi, nonché altre sostanze. Si ritiene che a Hitler furono somministrate ottantadue droghe diverse durante i suoi anni al potere.

Piero Dorazio, Pelle d’Apollo III (1988) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Anche gli Alleati calano pasticche

I tedeschi non furono gli unici a dopare i propri soldati. Anche gli Alleati diventarono entusiasti consumatori di pillole – prima i britannici e poi gli americani –, e il loro uso di amfetamine aumentò anche quando i tedeschi stavano attenuando la loro dipendenza dalla droga a causa delle preoccupazioni sanitarie.

Nel corso della guerra le forze armate britanniche distribuirono 72 milioni di compresse di amfetamina in dosi standard. Alcune fonti suggeriscono che la RAF si rivolse per la prima volta alla droga dopo che durante un raid di bombardamenti sull’Inghilterra nel giugno 1940 furono trovate pillole di Pervitin addosso a un pilota tedesco abbattuto. Il fisiologo Henry Dale identificò le compresse come metamfetamina e suggerì ulteriori studi. Si sparse la voce che lo sforzo bellico tedesco era stato aiutato chimicamente. Un resoconto della stampa italiana del 13 settembre 1940 affermava che i tedeschi stavano usando una “pillola dai miracolosi effetti” quale arma segreta per avere truppe sempre pronte all’azione, e la BBC fece seguito con un servizio sui piloti tedeschi farmacologicamente potenziati dal Pervitin.

Gli inglesi avevano le loro ragioni strategiche per ricorrere agli stimolanti: per proteggere i convogli che lungo l’Atlantico portavano rifornimenti dagli Stati Uniti occorrevano voli militari di lungo raggio che duravano molte ore, giorno e notte, e tutto ciò che aiutava a mantenere i piloti svegli e vigili era ben accetto. Alcuni avieri avevano già iniziato ad assumere autonomamente compresse di un’amfetamina detta Benzedrina, soprannominate “copilota”, prima che la RAF cominciasse a distribuirle. La dose raccomandata era di due pillole di Benzedrina da cinque milligrammi per ogni pattugliamento aereo di lungo raggio. Queste istruzioni di dosaggio si basavano su un rapporto di R.H. Winfield, un ufficiale medico della RAF che aveva testato gli effetti in volo del farmaco accompagnando gli equipaggi in più di una dozzina di missioni.

La RAF ebbe ancora più motivi per promuovere l’uso di amfetamine allorché i suoi piloti avviarono i bombardamenti notturni ad alta quota sulla Germania. Quando questi raid si fecero più regolari, Winfield fu nuovamente incaricato di testare il farmaco: tra l’agosto 1941 e il luglio 1942 volò in venti missioni di bombardamento per osservarne gli effetti. Winfield riferì che i piloti fatti di Benzedrina erano spesso più vigili e meno avversi al rischio, proprio ciò che la RAF sperava di ottenere. Il farmaco era fondamentale anche per aiutare i piloti a restare svegli durante il lungo volo notturno di ritorno in patria. La Benzedrina, concluse Winfield, aiutava gli avieri a raggiungere la “massima efficienza”. Consigliò di distribuire regolarmente le pillole di amfetamina a tutti gli equipaggi di volo, raccomandazione che fu adottata come politica ufficiale nel 1942.

Anche l’esercito britannico adottò le pillole. Lo si evince da un documento del brigadiere Q.V.B. Wallace, assistente al direttore dei servizi sanitari del 10° Corpo corazzato:

Le compresse di “Pep”, cioè di Benzedrina, furono usate su vasta scala per la prima volta in Medio Oriente. L’ADSS [Assistente al direttore dei servizi sanitari] di ogni divisione ricevette 20.000 compresse […] e diventò il responsabile della loro distribuzione e custodia. La dose iniziale era di una compressa e mezza due ore prima del momento in cui era richiesto il massimo beneficio, seguita sei ore dopo da un’altra compressa, con un’ulteriore e ultima dose dopo altre sei ore, se necessaria […]. A mio parere le compresse di “Pep” possono essere molto utili in alcuni casi, in particolare quando si richiede lavoro continuativo durante lunghi lassi di tempo, per esempio nel caso degli ufficiali di stato maggiore, dei controllori del traffico, degli autisti di camion, dei trasportatori, ecc. Le compresse devono essere assunte solo in casi di estrema stanchezza. Non hanno praticamente nessun effetto collaterale, e una bella notte di sonno riporta l’individuo alle sue abilità lavorative originarie.

Il generale Bernard Montgomery, che nell’agosto 1942 assunse il comando dell’8a armata nel Nord Africa, promosse un uso regolare della Benzedrina fra le truppe per migliorarne chimicamente la forza di volontà e la risolutezza nell’andare all’offensiva contro l’Afrikakorps di Erwin Rommel, il corpo di spedizione tedesco nel continente. I preparativi per l’attacco del 23 ottobre 1942 inclusero la distribuzione di 100.000 pillole di Benzedrina. La battaglia di El Alamein, la prima significativa vittoria britannica della guerra, che segnò una svolta decisiva per le sorti militari nel Nord Africa, fu chiaramente supportata dagli stimolanti, anche se non è ben chiaro in che misura la droga fu importante nel determinarne l’esito. 

Gli americani erano impazienti quanto gli inglesi di sfruttare il potenziale miglioramento delle prestazioni offerto dalle amfetamine in tempo di guerra. L’utilizzo delle pillole cominciò con l’aviazione, che alla fine del 1942 ordinò grandi forniture di Benzedrina alla Smith, Kline & French. L’Air Surgeons Office riteneva che la Benzedrina fosse il farmaco più efficace “per differire il sonno quando il desiderio di dormire mette in pericolo la sicurezza della missione”. Nel 1943 le pillole di Benzedrina furono incluse nei kit d’emergenza dei bombardieri americani. Un articolo del “New York Times” del 25 marzo 1945 intitolato With a B-29 over Japan—A Pilot’s Story (Sopra il Giappone con un B-29: la storia di un pilota) rivelò come l’uso delle bennies fosse ormai abituale in occasione dei voli a lungo raggio dei bombardieri, durante i quali l’ufficiale di rotta “si strofina gli occhi stanchi, prende un altro po’ di Benzedrina e torna al lavoro”.

L’esercito seguì l’esempio nel 1943, aggiungendo pastiglie di amfetamina ai kit medici dei soldati, e così la marina. Addirittura la base navale di San Diego ospitava fabbriche di amfetamine per rifornire le truppe schierate nel Pacifico meridionale. Le compresse di Benzedrina erano incluse nei loro kit da campo. E nella sanguinosa battaglia di Tarawa, combattuta tra il 20 e il 23 novembre 1943 su un atollo nel Pacifico occupato dal Giappone, si ritiene che le truppe americane abbiano assunto dosi elevate di amfetamina.

La quantità totale di Benzedrina consumata dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale è ignota. Quel che sappiamo è che durante il conflitto le forze armate acquistarono dalla Smith, Kline & French 877.000 dollari di compresse di Benzedrine Sulfate. Come sottolinea Rasmussen, si trattava di una quantità di pillole sufficiente a far conoscere il farmaco a quasi tutti i 12 milioni di militari statunitensi di stanza all’estero. I britannici inoltre rifornirono i soldati americani di quasi 80 milioni di compresse e pillole di Benzedrina in più. Alla fine della guerra lo studio di un ospedale militare americano indicò che un quarto dei pazienti abusava di amfetamina, e che tra loro quasi tutti l’avevano consumata regolarmente anche in servizio.

La Smith, Kline & French non solo accrebbe la produzione per stare al passo con la domanda in tempo di guerra, ma pubblicò inserzioni pubblicitarie che lodavano il contributo della Benzedrina allo sforzo bellico. Una pubblicità raffigurava un gruppo di soldati americani in servizio con la battuta: “Per gli uomini che combattono, quando il gioco si fa duro”. Un’altra inserzione annunciava con orgoglio: “L’inalatore di Benzedrina è ora un articolo ufficiale delle Army Air Forces”. Ai medici delle forze armate furono indirizzati annunci che offrivano inalatori di Benzedrina gratuiti per “uso personale”.

Kamikaze “fatti” per volare e la prima epidemia di droga del Giappone

Anche il governo imperiale giapponese cercò di apportare alle sue capacità belliche un vantaggio farmacologico, appaltando alle case farmaceutiche nazionali la produzione di metamfetamine da usare in guerra. Le compresse furono distribuite con il nome commerciale di Philopon (o anche Hiropin) ai piloti per i lunghi voli e ai soldati per i combattimenti. Il governo inoltre somministrò pasticche di metamfetamina agli operai che producevano munizioni e che lavoravano in altre industrie per aumentarne la produttività. I giapponesi chiamavano gli stimolanti per la guerra senryoku zokyo zai, o “droghe che evocano lo spirito della battaglia”. I lavoratori dell’industria militare e di altri comparti legati alla guerra furono costretti ad assumere sostanze farmacologiche per accrescere la produzione. Le forti restrizioni prebelliche all’uso di droga furono messe da parte. Pertanto, l’introduzione di quella che oggi è la droga illecita preferita in Giappone iniziò quando lo stato ne promosse il consumo durante la Seconda guerra mondiale. 

Non è difficile comprendere il fascino esercitato dalle metamfetamine sul Giappone nel corso del conflitto. Una guerra totale richiedeva una mobilitazione totale, dalla fabbrica al campo di battaglia. Piloti, soldati, equipaggi navali e operai venivano abitualmente spinti oltre i loro limiti naturali perché stessero svegli più a lungo e lavorassero di più. Come nota un gruppo di studiosi, in Giappone, “assumere stimolanti per lavorare meglio era un segno di patriottismo”. I piloti kamikaze, in particolare, si iniettavano dosi massicce di metamfetamina prima delle missioni suicide. Ricevevano anche “pillole della felicità” con impresso lo stemma imperiale, composte di metamfetamina mista a polvere di tè verde e chiamate Totsugeki-Jo o Tokkou-Jo ma note anche come “pasticche d’assalto”. I kamikaze erano per la maggior parte giovani uomini, spesso tardo-adolescenti. Prima di subire la loro iniezione di Philopon, si cimentavano in una cerimonia guerriera in cui ricevevano in dono sakè, ghirlande di fiori e fasce per capelli decorate.

Sebbene durante la Seconda guerra mondiale tornassero a casa assuefatti alla amfetamine soldati di tutti gli schieramenti, il problema si rivelò più serio in Giappone, che sperimentò la prima epidemia di droga nella storia del paese. Molti militari e operai di fabbrica che svilupparono una tossicodipendenza durante la guerra continuarono ad assumere droga negli anni seguenti. Le amfetamine erano a portata di mano dei consumatori perché nel dopoguerra la sovrapproduzione dell’esercito imperiale si riversò sul mercato interno. Al momento della resa nel 1945, il Giappone aveva enormi scorte di Hiropin in magazzini, ospedali militari, depositi di approvvigionamento e cantine sparse in tutte le isole. Parte delle scorte fu inviata ai dispensari pubblici per la distribuzione medicinale, ma il resto fu dirottato sul mercato nero anziché essere distrutto. La criminalità organizzata giapponese, la Yakuza, prese il controllo di gran parte della distribuzione e il traffico di droga finì per diventare la sua più importante fonte di reddito.

Le eventuali pillole non dirottate verso mercati illeciti finirono in mano alle case farmaceutiche, che lanciarono campagne pubblicitarie per indurre i consumatori ad acquistare il relativo medicinale da banco. Venduto sotto il nome di “sveglia una mina”, era presentato come un prodotto che offriva una “migliore vitalità”. Secondo un giornalista, poi, queste aziende vendettero al pubblico “centinaia di migliaia di sterline” di “metamfetamina liquida di produzione militare” avanzata dalla guerra, senza il bisogno di alcuna prescrizione per l’acquisto del farmaco. Circa il 5 per cento dei giapponesi tra i diciotto e i venticinque anni assumeva metamfetamine, e molti divennero assuefatti all’assunzione endovenosa.

La presenza delle basi militari statunitensi sulle isole giapponesi contribuì all’epidemia. Il quotidiano nazionale “Asahi Shimbun” scrisse che i militari americani erano responsabili della diffusione delle amfetamine dalle grandi alle piccole città. In effetti, nel 1953 la Sezione narcotici giapponese arrestò 623 soldati americani per traffico di droga. Tuttavia, la maggior parte degli scandali di droga che coinvolsero i militari statunitensi ottenne scarsa copertura sui grandi giornali, per “deferenza” nei confronti dell’“amicizia americano-giapponese”. Nel 1954 c’erano 550.000 consumatori di amfetamine illecite in Giappone.

L’epidemia portò a una rigorosa regolamentazione statale della droga. La Legge sul controllo degli stimolanti del 1951 vietò il possesso di metamfetamine, e nel 1954 furono inasprite le sanzioni per il reato. Il numero di persone arrestate per abuso di amfetamine salì da circa 17.500 nel 1951 a 55.600 nel 1954. Nei primi anni Cinquanta, in Giappone gli arresti per reati legati agli stimolanti rappresentavano oltre il 90 per cento dei fermi per droga. Nel 1954 in un sondaggio anonimo del ministero del Welfare il 7,5 per cento degli intervistati riferì di aver assaggiato l’Hiropin. Nel frattempo, l’“Asahi Shimbun” pubblicò un’inchiesta che stimava in 1,5 milioni i consumatori giapponesi di metamfetamine nel 1954. Gli alti tassi d’uso di amfetamine nel paese iniziarono a scemare tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando la crescita economica prese a creare nuovi posti di lavoro. Impressiona, però, che la metamfetamina sia rimasta la droga illecita più diffusa in Giappone anche nei decenni seguenti.

La Germania intanto non conobbe la stessa ondata postbellica di stimolanti registrata in Giappone, in buona parte perché l’occupazione alleata smantellò la produzione interna. L’area in cui la Temmler-Werke aveva sfornato il Pervitin passò sotto l’occupazione sovietica e la fabbrica fu espropriata. Nel frattempo le case farmaceutiche americane acquistarono gli impianti produttivi dell’azienda nelle zone occidentali: ci sarebbero voluti anni prima che la Temmler-Werke riprendesse l’attività nella sua nuova sede di Marburgo. Per di più, già durante la guerra la Germania aveva imposto controlli più stretti sul Pervitin, rendendolo meno accessibile anche prima che il conflitto terminasse.

La superpotenza e lo speed

In contrasto con il calo in Germania, negli Stati Uniti del dopoguerra il consumo di amfetamine decollò. Il farmacologo Leslie Iversen scrive che “l’uso non medico di amfetamina si propagò rapidamente nei vent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Ciò si deve in parte all’atteggiamento nei confronti di questi farmaci della comunità medica, che continuava a considerarli sicuri ed efficaci, e in parte al diffuso contatto tra il personale militare statunitense e la D-amfetamina durante la guerra”. Negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti le case farmaceutiche producevano legalmente 3,5 miliardi di compresse l’anno, equivalenti a venti dosi dai cinque ai quindici milligrammi per ogni americano.

Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si distinsero fra tutte le grandi potenze per l’uso massiccio e continuato dello speed in ambito militare. Infatti, benché durante il Secondo conflitto mondiale fossero ampiamente disponibili per i soldati americani, le amfetamine divennero un articolo standard solo durante la guerra di Corea (1950-53). La Smith, Kline & French fu più che contenta di essere ancora una volta il fornitore privilegiato, anche se questa volta la sostanza di cui approvvigionava i militari era la destroamfetamina (venduta con il marchio Dexedrina), che aveva il doppio della potenza per milligrammo rispetto alla Benzedrina usata durante la Seconda guerra mondiale. Il produttore ribadiva che il farmaco non presentava effetti collaterali avversi e non creava assuefazione.

Oltre a rientrare in patria con una dipendenza da speed, alcuni militari di ritorno dalla guerra di Corea introdussero negli Stati Uniti anche nuovi modi di ingerire la droga. Il dottor Roger C. Smith, che gestiva il Progetto di ricerca sulle amfetamine alla Haight-Ashbury Free Clinic, osservava che il primo caso segnalato di americani dediti all’abuso di metamfetamine assunte per via endovenosa riguardò militari di stanza in Corea e Giappone nei primi anni Cinquanta. Forse non è una coincidenza che al tempo l’Asia orientale fosse “inondata di scorte di metamfetamine liquide avanzate dalla Seconda guerra mondiale”.

Per di più, tra i primi ad allestire laboratori di metamfetamine negli Stati Uniti potrebbero rientrare alcuni soldati di ritorno dall’Asia. In seguito a numerosi arresti in California, nel 1962, di medici che prescrivevano illegalmente ai pazienti metamfetamine iniettabili, e al ritiro del farmaco dai negozi per iniziativa delle aziende farmaceutiche, chi era in cerca di profitti – o di una dose – trovò una nuova soluzione. Secondo alcune ricostruzioni, diversi veterani della guerra di Corea si riunirono nella Bay Area di San Francisco per creare i primi laboratori di metamfetamine e sfruttare a proprio vantaggio la scarsità del farmaco dopo il ritiro dal mercato della Metedrina e del Desoxyn.

I livelli di consumo di amfetamine tra le forze armate statunitensi rimasero elevati anche nella Guerra del Vietnam. Sebbene la dose raccomandata fosse venti milligrammi di Dexedrina per essere pronti al combattimento per quarantott’ore, in realtà il farmaco veniva elargito, disse un soldato, “come fossero caramelle”, con scarsa attenzione al dosaggio o alla frequenza della somministrazione. Elton Manzione, membro di un plotone di perlustrazione a lungo raggio, rivelò: “Avevamo le migliori amfetamine sul mercato e ci venivano date dal governo americano”. E un comandante della marina osservò: “Quando ero un membro dei SEALS in Vietnam, le droghe venivano usate regolarmente. Ti davano una sensazione di spavalderia e ti tenevano sveglio. Miglioravano la vista e l’udito. Se le prendevi di continuo ti sentivi veramente invulnerabile”.

Durante la guerra le forze armate americane rifornirono le truppe di oltre 225 milioni di dosi di Dexedrina (e di Obestol, farmaco prodotto in Francia). I soldati potevano acquistare amfetamine senza ricetta in molte località e città del Vietnam. Grinspoon e Hedblom sostengono che tutta l’attenzione concentratasi sul consumo di droghe illecite da parte dei militari durante la Guerra del Vietnam fece passare in secondo piano il problema, ancora più serio, della dipendenza da amfetamine.

Una fonte chiave di informazioni sul consumo di amfetamine in Vietnam fu la “Inquiry into Alleged Drug Abuse in the Armed Services” (Inchiesta sul presunto abuso di droga nelle Forze Armate) del 1971, un rapporto della commissione per le Forze armate della Camera dei rappresentanti del Congresso. Esso rilevava che visti gli accresciuti problemi di sicurezza, per il 1971 le amfetamine erano state rimosse dai kit di sopravvivenza, e le prescrizioni di questa sostanza erano drasticamente diminuite: nel 1966 la US Navy distribuì l’equivalente di 33 milioni di capsule da dieci milligrammi di amfetamina, ma nel 1970 la quantità scese a 7 milioni. Anche se questi numeri stavano a dimostrare una riduzione nel tempo del consumo, rivelavano comunque un alto tasso d’uso di amfetamine nell’esercito statunitense durante la Guerra del Vietnam.

Secondo un altro documento pubblicato nel 1971, il Quarto rapporto della Commissione speciale sulla criminalità, “Negli ultimi quattro anni, la marina sembra aver richiesto più stimolanti di qualsiasi altro settore militare. Il suo fabbisogno annuo di pillole per ogni individuo in servizio attivo si attestava su una media di 21,1 durante gli anni 1966-69. L’aviazione ha volato su cifre altrettanto alte, richiedendo negli stessi anni 17,5 dosi da dieci milligrammi pro capite. L’esercito arriva ultimo, con una media di 13,8 dosi pro capite all’anno”. Come fanno notare Grinspoon e Hedblom, queste cifre suggeriscono che dal 1966 al 1969 i soli membri dell’esercito degli Stati Uniti abbiano assunto più amfetamine di tutte le forze armate britanniche o americane nella Seconda guerra mondiale. I due autori osservano inoltre che, anche quando lanciò una campagna contro l’eroina, l’esercito continuò a trascurare l’uso di amfetamine: in effetti, rifornì regolarmente di droga le truppe nel Sudest asiatico fino al 1973.

Negli anni seguenti, anche se le amfetamine cominciarono a essere severamente controllate in patria, l’aviazione americana continuò a distribuirle ai piloti. Gli equipaggi dei velivoli F-111 ricevettero la Dexedrina per le missioni di tredici ore sulla Libia durante l’Operazione El Dorado Canyon di metà aprile 1986. Il farmaco fu nuovamente somministrato alla fine del dicembre 1989 durante l’Operazione Giusta causa a Panama, e nel corso della guerra del Golfo del 1990-91 presero amfetamine quasi due terzi dei piloti degli aerei da caccia per l’Operazione Desert Shield e più della metà per l’operazione Desert Storm. Queste due operazioni videro il dispiegamento di uno stormo di caccia dagli Stati Uniti continentali alla Penisola arabica, un viaggio che richiese quindici ore di volo attraverso cinque, sei o sette fusi orari. Un pilota ammise: “Senza go-pills ci saremmo addormentati dalle dieci alle quindici volte”. 

Nel 1991 il capo di stato maggiore dell’aviazione, il generale Merrill McPeak, vietò temporaneamente le amfetamine, spiegando come le pillole non fossero più necessarie al termine delle operazioni di combattimento in Iraq. Ma nel 1996 il capo di stato maggiore John Jumper annullò silenziosamente il divieto. Con il nuovo secolo rifornire di amfetamine gli equipaggi dei velivoli militari statunitensi rimaneva una pratica consolidata, sebbene l’aviazione facesse firmare agli uomini a bordo un modulo per il consenso che sottolineava la volontarietà dell’assunzione delle pillole. Il modulo sembrava lasciare al pilota la decisione se prendere la Dexedrina e allo stesso tempo costringerlo a portare il farmaco con sé durante il volo.

Uno studio sull’uso di destroamfetamina durante le missioni di combattimento dei bombardieri B-2 nell’ambito dell’Operazione Iraqi Freedom ha rivelato gli alti tassi d’uso di amfetamine tra i piloti. Gli avieri pilotavano i B-2 dalla Whiteman Air Force Base nel Missouri o da una posizione più avanzata verso gli obiettivi in Iraq. I piloti delle missioni più brevi ricorrevano alla destroamfetamina nel 97 per cento delle sortite, quelli delle missioni più lunghe la usavano nel 57 per cento dei casi. La sconcertante differenza tra queste due percentuali si spiegava almeno in parte con il fatto che nei voli più lunghi fosse più frequente la possibilità di un pisolino, che riduceva la necessità del farmaco per i piloti.

Per di più, si presume che la spesa militare statunitense per farmaci stimolanti, come gli amfetaminici Ritalin e Adderall, abbia raggiunto nel solo 2010 i 39 milioni di dollari, rispetto ai 7,5 milioni di dollari del 2001: un balzo superiore al 500 per cento. Gli ufficiali medici prescrivevano ogni anno 32.000 ricette per il Ritalin e l’Adderall ai militari in servizio attivo, contro le sole 3.000 di cinque anni prima. Non è chiaro se queste prescrizioni mirassero a contrastare il disturbo da deficit di attenzione/iperattività o la fatica, ma come osserva lo psichiatra Richard A. Friedman, “a meno di un’improbabile epidemia di tale disturbo tra i nostri soldati, quasi sicuramente l’esercito si avvale degli stimolanti per aiutare le truppe affaticate e private del sonno a rimanere sveglie e vigili”. 

Nel frattempo, i ricercatori dell’aviazione americana hanno continuato a ribadire come l’uso di amfetamine da parte dei piloti migliori le loro capacità in battaglia riducendo al contempo gli incidenti. Il dottor John A. Caldwell, scrivendo sull’“Air & Space Power Journal”, ha difeso il ricorso alle amfetamine sostenendo che, durante la Guerra al Terrore, per i piloti, “operazioni di ventiquattr’ore, rapidi passaggi di fuso orario e ambienti in cui è scomodo dormire sono comuni in battaglia; purtroppo queste condizioni impediscono alle nostre risorse umane di fare le otto ore abbondanti di sonno necessarie per un’ottimale funzionalità quotidiana”.

Breaking Bad in Medio Oriente

L’assunzione di amfetamine in battaglia, un tempo pratica monopolizzata in massima parte dagli stati, si è sempre più estesa anche alle milizie irregolari, dai ribelli siriani agli arruolati dello Stato Islamico (IS), agli attentatori suicidi e ai bambini soldato. Le scorte illecite di Captagon sono diventate stimolanti notevolmente popolari in guerra, e vengono descritte come la “droga prescelta” dai combattenti del conflitto civile siriano. Captagon è il nome commerciale della fenetillina, uno stimolante di tipo amfetaminico sviluppato in Germania negli anni Sessanta per il trattamento del disturbo da deficit di attenzione e altri problemi, ma proibito nella maggior parte degli stati fin dagli anni Ottanta. Le sue pillole sono diventate una delle droghe da party preferite in Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi. Anche se a marchio Captagon, la maggioranza delle compresse sequestrate in Medio Oriente conteneva amfetamine più agevoli ed economiche da produrre rispetto alla fenetillina. Realizzata al costo di solo pochi centesimi in Libano e in Siria, ogni minuscola pillola di Captagon contraffatto era venduta a un prezzo che poteva raggiungere i 20 dollari. La nicchia produttiva siriana del Captagon datava a prima dello scoppio della guerra, probabilmente a causa di un settore farmaceutico di notevoli dimensioni, dotato della necessaria esperienza e disponibilità di precursori chimici e macchinari per la fabbricazione delle pillole.

Dal farmaco le milizie potevano ricavare energia e al tempo stesso finanziamenti. Secondo Reuters, “I rapporti sui sequestri e le interviste a soggetti coinvolti nel traffico suggeriscono che [il Captagon] genera guadagni annuali per centinaia di milioni di dollari in Siria, garantendo la possibilità di finanziare gli armamenti, mentre il farmaco in sé aiuta i combattenti a impegnarsi in lunghe ed estenuanti battaglie”. I media statali siriani raccontavano di frequenti sequestri di Captagon ai combattenti catturati, e un ufficiale ha rilasciato commenti su come le tecniche d’interrogatorio siano state riviste per tenere conto degli effetti del Captagon sui prigionieri: “Li percuotevamo e non sentivano dolore. Molti di loro ridevano mentre ricevevano colpi pesanti […] Lasciavamo stare i prigionieri per circa 48 ore senza interrogarli intanto che gli effetti del Captagon svanivano, poi l’interrogatorio diventava più facile”.

Uno psichiatra di una clinica che si occupava dei consumatori di Captagon nella roccaforte governativa di Laodicea ha osservato come presumibilmente i soldati su entrambi i fronti fossero consumatori della droga, “soprattutto quando vengono assegnati al servizio notturno o ad altre missioni lunghe”. Un ex combattente siriano descriveva in questo modo la sua esperienza: 

Quindi il capo della brigata è arrivato e ci ha detto “questa pillola ti dà energia, provala”. Così l’abbiamo presa per la prima volta. Ci siamo sentiti fisicamente in forma. E se davanti a te ci fossero dieci persone, potresti prenderle e ucciderle. Sei sempre sveglio. Non hai alcun problema, non pensi neanche a dormire, non pensi di uscire dal checkpoint. Ti dà un grande coraggio e una grande potenza. Se il capo ci dicesse di irrompere in una caserma militare, io lo farò con animo coraggioso e senza alcuna sensazione di paura – e non ci si stanca nemmeno.

Si ritiene che anche lo Stato Islamico abbia distribuito ai militanti il Captagon – soprannominato “la droga dei jihadisti” – e altri stimolanti per incrementarne il coraggio, la motivazione e la resistenza, alimentare uno stato d’animo di invincibilità tra i combattenti e agevolare l’indottrinamento. Le testimonianze di alcuni disertori dello Stato Islamico segnalano l’uso in battaglia di un farmaco simile al Captagon:

Mentre combattevamo contro il nizam a Ras al-Ayn, intorno a me udivo il frastuono delle esplosioni ed ero molto spaventato. C’era questo ragazzo dell’IS: mi ha guardato e si è reso conto della mia angoscia. Alla domanda se avessi paura, ho risposto: “Sì, ho davvero paura”. Mi ha dato una compressa. Era molto amara e di colore marrone. L’ho ingoiata. In mezz’ora sono diventato un uomo diverso, come fossi un eroe. […] Mi ha dato davvero tanta potenza; mi sentivo come indistruttibile e imbattibile. Sono tornato a casa senza aver dormito per quattro giorni, dopo aver preso questa pastiglia. […] Molti membri dell’IS usano il farmaco.

Le amfetamine sono ormai la droga definitiva per migliorare le prestazioni militari, da quando diedero energia a chi era impegnato sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale. Quel conflitto non fu solo il più distruttivo nella storia umana, ma anche quello farmacologicamente più supportato. E subì letteralmente un’accelerazione grazie allo speed: decine di milioni di pillole distribuite ai soldati per farli combattere di più e dormire meno. Nonostante il passaggio, nei decenni successivi, dalla piena accessibilità a un rigido controllo, le pillole sono diventate il farmaco preferito da molti combattenti nell’area mondiale più afflitta dalla guerra e continuano a essere prescritte ai soldati della maggiore potenza militare del pianeta.

Perciò è sorprendente che questa stessa potenza militare così affezionata alle pillole abbia mosso guerra a un altro forte stimolante: la cocaina. Mentre la principale funzione bellica delle amfetamine è stata quella di stimolare i soldati, il principale ruolo della cocaina nelle guerre è stato quello di stimolare la metamorfosi dei soldati in guerrieri antidroga. In sintesi, le amfetamine hanno trasformato i soldati in super-soldati, ma la cocaina ha trasformato l’attività militare in attività di sorveglianza poliziesca.


Peter Andreas, politologo, insegna Relazioni internazionali alla Brown University. Tra i suoi libri: Policing the Globe (2006); Border Games (2009); Smuggler Nation (2013). Alcuni suoi contributi sono apparsi su “Foreign Affairs”, “The Guardian”, “The New York Times” e “The Washington Post”.

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