Il legame tra la creatività e i geni dell’autismo

Perché solo gli esseri umani sono capaci di inventare? Lo psicologo ed esperto di autismo di fama mondiale Simon Baron-Cohen propone una nuova, audace risposta: perché possiamo identificare gli schemi, in particolare gli schemi se-e-allora. E sostiene che i geni legati a questa capacità unica si sovrappongono ai geni dell’autismo.


IN COPERTINA e nel testo, Donald Baechler, Large Suite n.7 (1992) – Collage, tempera e macchie di caffè, asta pananti in corso

Questo articolo è un estratto da I geni della creatività, di Simon Baron-Cohen, pubblicato da Raffaello Cortina Editore, che ringraziamo.


di Simon Baron-Cohen

Al non ha parlato fino all’età di quattro anni. Anche quando ha iniziato a parlare, era chiaro che usava il linguaggio in modo diverso dalla maggior parte dei bambini. La sua mente era sempre stata diversa: era poco interessato alle persone e più concentrato sull’individuazione di schemi, voleva spiegazioni per tutto quello che vedeva. Chiedeva alle persone incessantemente “perché?”, per capire come funzionavano le cose. Era estenuante per chi lo stava ad ascoltare. La sua inarrestabile curiosità era talvolta vivificante, ma il suo bisogno di spiegazioni esaurienti spesso finiva per essere insostenibile per gli altri. Era chiaramente un tipo di bambino diverso.

Mostrava anche altre caratteristiche insolite. Per esempio, cantilenava più e più volte Elegia scritta in un cimitero campestre di Thomas Gray (un’abitudine che non ha mai perso). A scuola, gli insegnanti erano esasperati dai suoi continui interrogatori. Uno di loro, preso dalla frustrazione, descrisse il cervello di Al come “incasinato”, ossia confuso. Ma la mente di Al era tutt’altro che confusa. Piuttosto, le sue implacabili domande erano richieste di maggiore chiarezza, poiché trovava vaghe le spiegazioni degli altri su come funzionano le cose. Voleva costruire un’immagine del mondo ordinata e basata su prove. Dal suo punto di vista, il modo di pensare degli altri era sciatto e impreciso.

Sua madre, però, era preoccupata. Si rendeva conto che il figlio veniva spesso rimproverato in classe e umiliato dagli insegnanti. Temeva che ciò avrebbe minato la sua fiducia in se stesso. Doveva agire con decisione. Così decise di ritirarlo dalla scuola all’età di undici anni e di farlo studiare a casa. Non fu una decisione presa alla leggera, ma considerato il suo insaziabile appetito di conoscenza e il modo, così negativo, in cui era visto a scuola, questa sembrava la cosa giusta da fare. Suo figlio aveva il diritto di imparare nella maniera più adatta al suo tipo differente di mente.

Donald Baechler, Large Suite n.7 (1992) – Collage, tempera e macchie di caffè, asta Pananti in corso

La madre di Al era meravigliata nel vedere come suo figlio, libero dalle costrizioni di una scuola convenzionale, divorasse libri sia a casa sia nella biblioteca locale. Appena scopriva da un libro il funzionamento di qualcosa, che si trattasse di chimica o di fisica, il ragazzo correva nel seminterrato di casa per condurre i suoi “esperimenti”, per dimostrare la correttezza della spiegazione letta. Liberato dalla scuola, poteva finalmente perseguire la propria passione per la ricerca di schemi nel mondo, senza che un insegnante gli dicesse di stare fermo, di smettere di fare domande e di fare ciò che gli veniva detto. Studiare a casa fu una liberazione che la madre donò al proprio figlio. Non più imprigionato dall’apprendimento di gruppo, Al poteva finalmente scegliere cosa, quando e come imparare con l’apprendimento individuale. Questo si adattava perfettamente alla sua mente, perché sentirsi dire da un insegnante come funzionava qualcosa non lo appagava: voleva sempre delle prove da controllare di persona. Aveva bisogno di mettere in discussione tutto e di verificare le cose da solo. La sua mente non si adeguava a quello che pensavano gli altri. Voleva, piuttosto, capire le cose a partire dai principi primi, per appurare che le sue conoscenze fossero vere.

La madre di Al vedeva chiaramente che lo stile di apprendimento del figlio era diverso. Alcuni lo descrivevano come pedante, ossessivo, rigido, preciso e meticoloso fino all’esasperazione. Per esempio, quando si recava a leggere in biblioteca, Al iniziava dall’ultimo libro sullo scaffale in basso, poi leggeva sistematicamente ogni libro nell’ordine in cui si trovava sugli scaffali, fino in alto, non saltando a caso tra gli scaffali. Seguiva una regola inflessibile: un libro alla volta, in una sequenza rigorosa e lineare, per essere sicuro di non aver perso alcuna informazione. Anche se era molto interessato ai libri scientifici e tecnici, non si discostava mai dalla sua regola. E amava le regole, perché le regole erano esse stesse degli schemi.

All’età di dodici anni, Al aveva già letto i Principia di Newton, imparato i fondamenti della fisica, messo in discussione le teorie sull’elettricità e condotto i propri esperimenti a casa per verificarne la correttezza. All’età di quindici anni, Al era rimasto affascinato dal codice Morse, il linguaggio di schemi per eccellenza. E quando si interessava a qualcosa, doveva padroneggiarlo. Non riusciva a capire come la maggior parte delle persone si limitasse a immergersi in molti argomenti in modo superficiale: per lui ognuno di essi doveva essere compreso a fondo. Era tutto o niente. Amava il modo in cui nel codice Morse lo stesso messaggio sottostante potesse essere schematizzato in vari modi, usando clic uditivi, flash luminosi o simboli scritti. Amava il fatto che ogni lettera fosse una sequenza unica di punti o linee, che un punto fosse un’unità di tempo e che una linea avesse una durata uguale a quella di tre punti. Amava il fatto che una lettera fosse come una nota musicale, qualcuna valeva una battuta, qualche altra due o quattro battute. Afferrava intuitivamente gli schemi: era un cercatore di schemi nato.

A sedici anni Al se ne andò di casa. Vagò per il paese e scoprì che la sua capacità di padroneggiare il codice Morse poteva fargli guadagnare soldi lavorando come operatore telegrafico. Ma di notte seguiva i suoi interessi più profondi, rimanendo sveglio fino a tardi per continuare a eseguire i suoi “esperimenti al chiaro di luna” su qualsiasi macchinario su cui potesse mettere le mani. Proprio come quando era bambino, amava smontare le cose per vedere come erano state assemblate, per scoprire cosa controllasse cosa. E, una volta fatto questo, era altrettanto entusiasta di assemblarle di nuovo.

A soli sedici anni, Al creò la sua prima invenzione resa di dominio pubblico. Il suo “ripetitore automatico” era un dispositivo che poteva trasmettere segnali in codice Morse tra stazioni telegrafiche non presidiate, in modo che chiunque potesse tradurre il codice quando gli era più comodo. E, come vedremo, avrebbe continuato a inventare per tutta la sua vita adulta.

* * *

Jonah era un altro bambino che a due anni, come Al, non parlava ancora. A differenza della madre di Al, che non aveva perso la calma, la madre di Jonah, però, andò nel panico. Sconvolta dal fatto che tutti gli altri bambini parlottavano, portò suo figlio in una clinica pediatrica perché fosse valutato.

Vedendo che la madre di Jonah era preoccupata – guardava con ansia mentre il pediatra eseguiva vari esami –, il dottore pensò che avrebbe potuto esserle d’aiuto mostrarle un grafico che illustrava come lo sviluppo del linguaggio fosse diverso per ogni bambino:

Vede come varia la velocità di sviluppo del linguaggio nei bambini piccoli? Sono semplicemente diversi. E il percorso di sviluppo su cui si finisce dipende in qualche misura dai propri geni.

Ancora molto turbata, la madre di Jonah cercava di concentrarsi sul grafico, ma non riusciva a capirlo. Cercando di trattenere le lacrime, spiegò al medico che tutte quelle linee la confondevano. Il medico le mise la mano sul braccio per consolarla mentre continuava la sua spiegazione:

Vede la linea continua nera? Questa indica i bambini nella media. E la linea più in alto quelli che parlano precocemente, i super socievoli, i chiacchieroni. La linea in basso quelli che iniziano a parlare tardi, che hanno un maggiore senso dello spazio, i più musicali, i più matematici: amano gli schemi.

Il medico si voltò verso di lei, esitando come per soppesare le parole, e disse:

Jonah è uno di questi bambini. Non sono molto interessati a chiacchierare, ma sono affascinati da come funzionano le cose. Questi bambini non sono né migliori né peggiori degli altri. Sono solo diversi.

Dopo essersi fermato un attimo, vedendo che la madre di Jonah si stava calmando, continuò:

Amo questi bambini perché mostrano originalità. Possono essere in ritardo nel parlare, ma, quando iniziano a farlo, quello che dicono è molto più interessante! Alcuni di loro finiscono per diventare musicisti o scacchisti di talento, altri sono dotati in matematica, giardinaggio, cucina, costruzione di biciclette, falegnameria o fotografia. Sono perfezionisti, amano i dettagli. Individuano cose che gli altri ragazzi non colgono.

La madre di Jonah si sporse in avanti, prestando attenzione al grafico, le lacrime erano sparite. Poi il dottore, tirata fuori la penna, disegnò una grande X.

Molti dei bambini che vedo in questa clinica sono proprio come Jonah, dove c’è la X, e li ho visti crescere. Alcuni hanno finito per diventare ingegneri o artisti originali, uomini d’affari o donne di successo con una nuova prospettiva, o scienziati che possono rintracciare schemi nei dati e fare scoperte. E sa una cosa? Io ero uno di questi ragazzi. A quanto pare, non ho parlato fino all’età di tre anni, e sono diventato uno di quei bambini che amavano la scienza.

Il dottore sorrise per un attimo, e poi guardò la madre di Jonah dritto negli occhi:

Sia orgogliosa di Jonah. È solo su un altro binario. Mi creda, inizierà a parlare quando sarà pronto. E se gli altri genitori chiedono perché Jonah non parla ancora, basta dire: è diverso, non peggiore.

* * *

Poco prima del suo terzo compleanno, Jonah finalmente iniziò a parlare. Ma il modo in cui usava il linguaggio era insolito. Quando parlava, non alzava lo sguardo per rivolgersi alle persone. Né usava l’indice per indicare le cose, per condividere un interesse. Al contrario, indicava le cose per dar loro un nome, per se stesso, anche quando era solo.

Sua madre si rese conto che, a differenza degli altri bambini, lui non indicava le cose per comunicare qualcosa di esse a un’altra persona. Indicava gli oggetti per classificarli, per se stesso. E mentre indicava ogni oggetto e lo nominava, continuava incessantemente a classificare. Tuttavia, la madre era rassicurata dal fatto che finalmente stava parlando!

Notò, però, un’altra differenza nel modo in cui Jonah usava le parole. Non nominava le cose con parole generiche, come “macchina” o “fungo”. Le nominava con parole molto specifiche, riferendosi, per esempio, alla marca, al modello e all’anno di fabbricazione di un’auto (“Questa è una Renault Laguna 2.0S nera del 2006”), o alla particolare specie di fungo (“Questo è un fungo porcino”).

Ciononostante la madre di Jonah era molto orgogliosa di come parlava, perché l’uso del linguaggio da parte di Jonah rivelava quanto fosse precisa la sua mente e come avesse un’attenzione ai dettagli non dissimile dalla sua: anche lei si sarebbe accorta se in casa fosse stata spostata la più piccola cosa e si sentiva obbligata a rimetterla sempre nella posizione originaria. Le venne in mente che il linguaggio di Jonah rifletteva la sua forte spinta a categorizzare: questa attitudine le ricordava le passioni del marito, che spesso se ne stava seduto per ore a guardare libri di fotografie di diverse specie di uccelli o di diversi tipi di auto. Sapeva che i geni ereditati dall’uno o dall’altro genitore potevano far sì che un figlio avesse gli occhi blu o marroni, ma i geni potevano anche far sì che un figlio avesse una mente costretta a essere precisa e a classificare?

Ricordava le parole del medico: Jonah non era peggiore degli altri bambini, era solo diverso. Notava che gli altri bambini di tre anni non facevano quello che faceva lui. Per esempio, Jonah si sedeva, rapito, davanti alla televisione a guardare le previsioni del tempo, per vedere cosa era cambiato nei grafici e nei numeri dall’ultimo bollettino meteo. E sempre a soli tre anni, quando era rimasto in ospedale per qualche giorno, si accorse che stava leggendo i nomi dei diversi farmaci sul carrello mentre l’infermiera lo spingeva vicino al suo letto. Quando ne parlò al pediatra, il medico parlò di “iperlessia”, l’opposto della dislessia. Jonah aveva imparato a leggere da solo, prima ancora di iniziare la scuola. Com’era successo? Tutte le sue amiche dovevano stare sedute per ore con il loro bambino, cercando con grande scrupolo di insegnargli a leggere, mentre Jonah aveva incominciato a leggere con la stessa facilità con cui un’anatra inizia a nuotare. Una sua amica si accorse che, ogni volta che andava a trovarlo, Jonah stava sempre ossessivamente “sperimentando”.

Per esempio, passava ore a spegnere la luce da un determinato interruttore, quello in cima alle scale, senza toccare nessuno degli altri interruttori, per verificare che quell’interruttore controllava la luce nel corridoio al piano inferiore. Ripeteva il gesto più e più volte, come per replicare l’esperimento, contento che la luce si accendesse, agitando le mani e facendo una serie di squittii acuti. Quando l’amica aveva aggrottato le sopracciglia, come a sottintendere Che cos’ha che non va?, la madre di Jonah aveva preso le difese del figlio dicendo in tono risoluto:

“Jonah è semplicemente diverso”.

A quattro anni, l’interesse di Jonah era passato alla sua grande collezione di macchinine. Faceva girare una ruota di una macchinina: la girava e girava e girava, e sembrava che gli desse una grande soddisfazione la conferma che girasse ogni volta esattamente nello stesso modo. Disponeva le sue macchinine in sequenza, allineandole in un ordine rigoroso secondo il colore e le dimensioni, e si arrabbiava se qualcuno le riordinava in modo anche solo un poco diverso. L’altra attività preferita di Jonah era quella di stare seduto davanti alla lavatrice, ad ascoltare quando faceva quel preciso clic o il ronzio che si aspettava di sentire a ogni fase del ciclo. E quando raggiungeva un particolare punto prevedibile della sequenza, batteva le mani eccitato.

Considerandoli innocui, sua madre ignorava questi strani comportamenti, che sembravano renderlo felice.

A scuola, però, gli insegnanti erano preoccupati perché Jonah non voleva partecipare alle attività della classe. Durante le letture di gruppo, quando tutti i bambini si sedevano insieme sul tappeto, Jonah si sedeva tenendo gli occhi chiusi e turandosi le orecchie con le dita. Odiava stare seduto con i compagni e non li guardava in faccia. Gli altri bambini avevano iniziato a chiamarlo “dita nelle orecchie” e lo prendevano in giro quando entrava in classe, turbandolo profondamente. Quando sentiva quella presa in giro, correva fuori, mentre la sua maestra Julia cercava di convincerlo a rientrare. Julia si preoccupava per Jonah e gli parlava gentilmente, chiedendogli come si sentisse. Le diceva di sentirsi ansioso quando gli altri bambini si muovevano poiché erano “imprevedibili”. Julia era sorpresa che un bambino di cinque anni usasse una parola così da adulti.

La maestra notò che Jonah cercava sempre di stare per conto proprio nell’area giochi della scuola. Nonostante gli sforzi del personale scolastico e il suo aiuto, a volte era vittima di bullismo. Julia era rimasta mortificata nello scoprire che in un’occasione alcuni bambini l’avevano sollevato di peso, l’avevano messo in un bidone dell’immondizia, gli avevano buttato addosso la spazzatura e poi, ridendo mentre urlava, avevano chiuso il coperchio. Era restato lì dentro per ore, con il terrore di muoversi o di fare rumore nel caso i bulli fossero ancora lì ad aspettare che uscisse, finché, fortunatamente, alla fine della giornata era stato scoperto dal custode della scuola.

Di solito, Jonah preferiva stare da solo ai margini del parco giochi, raccogliendo le foglie e classificandole in categorie precise. Julia, che a questo punto aveva deciso di prenderlo sotto la sua protezione, un giorno gli chiese che cosa stesse facendo. All’inizio non rispose, ma quando lei ripeté la domanda, lui disse, senza alzare lo sguardo, con voce monotona:

Ieri ho ordinato tutte le foglie in cinque mucchi diversi: queste hanno tutte uno stelo, queste hanno tutte una sola lamina, queste hanno tutte un bordo liscio, queste hanno tutte una forma ellittica, queste hanno una venatura principale con tutte le altre che si staccano. Ma oggi mi rendo conto che c’è un sesto modo in cui le foglie possono essere diverse: queste hanno foglie che sono opposte l’una all’altra lungo il gambo.

Julia era stupita. Non si era mai imbattuta in un bambino così logico, così diverso, così chiuso in se stesso. Gli chiese perché volesse trovare tutti i diversi modi di ordinare le foglie, e lui rispose semplicemente: “Così conosco tutti gli schemi”.

La maestra sentì di avere di fronte un bambino-scienziato che non aveva bisogno di incoraggiamento per condurre le proprie osservazioni, ma che era motivato dalla pura curiosità di capire il mondo. Quando quel giorno la madre di Jonah venne a prenderlo a scuola, Julia le disse che avrebbe dovuto essere orgogliosa della mente straordinaria di suo figlio.

La madre di Jonah, però, era sempre più in ansia per il suo comportamento. Alcuni genitori cominciavano a dire che Jonah era “ossessivo” o “strano”. Era l’unico bambino della classe a non essere stato invitato alle feste di compleanno degli altri bambini. Aveva il terrore di andarlo a prendere ogni giorno a scuola, temendo che qualche insegnante o genitore le si avvicinasse per riferirle un ennesimo incidente. In un’occasione, Jonah aveva reagito contro un altro bambino che ripeteva cantilenando il soprannome “dita nelle orecchie”, spingendolo con tanta forza che il bambino era caduto all’indietro e aveva battuto la testa. Un’altra volta, arrivata a prendere Jonah, era stata chiamata nell’ufficio della direttrice. A quanto pareva aveva preso delle forbici, si era avvicinato a una bambina seduta allo stesso tavolo e le aveva tagliato la frangia perché gli dava fastidio che non fosse dritta. La bambina era rimasta senza parole per lo shock e i suoi genitori erano furiosi.

La madre di Jonah desiderava tanto avere un figlio che giocasse facilmente con gli altri bambini e non tornasse a casa con le sue strane collezioni in tasca: lumache, sassolini o pezzi di carta stropicciati con i suoi elenchi di automobili – marca, modello, targa, colore, anno e proprietario – scritti a mano e tutti sistematicamente organizzati in una griglia. E si preoccupava per Jonah perché si fidava totalmente degli altri.

Una volta, al parco giochi un bambino gli aveva chiesto se poteva vedere il suo borsellino, e quando Jonah aveva acconsentito e gliel’aveva consegnato, l’altro era scappato con il portamonete. Sua madre si disperava per non sapere come insegnargli tutti gli svariati modi in cui qualcuno avrebbe potuto ingannarlo. Sembrava che non capisse gli altri bambini. Jonah diceva che per lui le interazioni sociali erano incomprensibili, a differenza del mondo degli oggetti o degli schemi, per i quali aveva una comprensione intuitiva. Così Jonah preferiva la solitudine, imparando non dagli altri, ma da solo e per se stesso.

Sembrava che a tutti sfuggisse completamente il motivo per cui Jonah faceva quello che faceva, classificando e ordinando all’infinito. Uno psichiatra infantile, dal quale la madre lo aveva portato, definì il suo comportamento RRBI, ossia “comportamento e interessi ripetitivi e restrittivi” (in inglese Repetitive and Restrictive Behavior and Interests), come se questa fosse una spiegazione. Per la madre di Jonah, chiamarlo RRBI era un insulto: l’etichetta medicalizzava il suo comportamento come sintomo di qualche malattia. E lei pensava che ciò non avesse senso perché era totalmente circolare: “Jonah colleziona cose perché è affetto da RRBI”.

Decise di non tornare dallo psichiatra infantile e di parlare invece con il suo gentile pediatra, che secondo lei capiva meglio Jonah. Il pediatra fu felice di rivederla e le disse che, se si osservava attentamente il comportamento ripetitivo di Jonah, era chiaro che stava cercando di scoprire le leggi sottese al funzionamento delle cose. La madre di Jonah sentiva che questo medico la stava aiutando ad aprire gli occhi, a capire cosa motivava il figlio. Poi il pediatra la sbigottì:

Mi dà così fastidio quando sento uno psichiatra chiamare il comportamento ripetitivo di un bambino RRBI. Potrebbe anche dire che tutta la scienza, compresa la medicina, è RRBI. Non si rende conto che ogni scoperta scientifica e ogni invenzione che hanno avuto luogo nel corso dei secoli sono state fatte attraverso la ripetizione?

Il dottore scosse la testa.

Quando Jonah fa i suoi esperimenti con gli interruttori della luce, è come un piccolo scienziato, che cambia solo una caratteristica, cercando di mantenere costanti tutte le altre variabili, per fare delle scoperte. Sta cercando di capire il sistema. La madre di Jonah rimase ammirata da questo medico che la stava aiutando a percepire finalmente suo figlio come un bambino dotato.

* * *

Da piccoli, Al e Jonah erano molto simili. Entrambi avevano difficoltà a capire le persone, eppure le loro menti erano sintonizzate a un livello molto elevato di analisi e comprensione di schemi e di sistemi, indagando, sperimentando e classificando tutto ciò che incontravano. Entrambi, pur essendo nati in secoli diversi (Al era nato nel 1847, Jonah nel 1988), si interrogavano su tutto: “Perché è successo X? Che cosa succede quando faccio questo? È una X o una Y? Qual è la prova che A provochi davvero B e che non sia un altro fattore C?”. Con le loro menti critiche, analizzavano e sperimentavano costantemente.

Sia Al sia Jonah guardavano il mondo in un modo nuovo, non influenzato dalle convenzioni sociali, non sentendosi obbligati a seguire l’opinione generale. Ed entrambi volevano spiegazioni complete, senza lacune. Come aveva acutamente osservato il suo pediatra, Jonah era una sorta di piccolo scienziato, che esaminava ogni ipotesi e ne controllava le prove, salvo il fatto che Jonah, come Al, lo faceva senza alcuna formazione formale. A questi due bambini sembrava importare solo la ricerca della “verità”, che per loro era semplicemente una parola per indicare schemi coerenti. Tutto ciò che non rientrava in uno schema o non seguiva una norma o una legge predicibile non era di loro interesse. Erano nati cercatori di schemi.

Nonostante le loro caratteristiche simili da bambini, le loro vite presero traiettorie molto diverse. Da adulto, Al divenne famoso. Il suo nome era Thomas Alva Edison, divenne un celebre scienziato, fu titolare negli Stati Uniti di 1093 brevetti e inventò tecnologie notevoli e innovative, come la lampadina. Da quanti rispettavano il suo diverso modo di pensare fu affettuosamente soprannominato “il mago di Menlo Park”.

Jonah, invece, è oggi un giovane che cerca ancora schemi nel mondo che lo circonda. Non è diventato un inventore famoso, ma nel suo modo tranquillo mostra la stessa voglia di capire, sperimentare e inventare. Da adulto, per esempio, è affascinato dagli schemi sulla superficie dell’oceano. Ogni fine settimana si reca sulla costa per andare a pescare e tutti i pescatori locali lo conoscono. Hanno imparato ad amare il fatto che lui, fin da quando era adolescente, li raggiunga sulla loro barca perché, guardando la superficie del mare, legge i disegni delle increspature sull’acqua. I disegni gli dicono dove c’è un banco di pesci, quanto è grande, quanto è in profondità e perfino di che tipo di pesci può essere formato il banco. Spesso non dice nulla e indica semplicemente. I pescatori hanno imparato a fidarsi di lui e gettano le reti dove indica. Si meravigliano ancora della facilità con cui Jonah individua gli schemi che a loro sfuggono, e dicono che le sue previsioni sono sempre corrette. La gioia che Jonah prova in queste spedizioni di pesca è palpabile, perché può immergersi nei dettagli – non c’è alcuna pressione per vedere il quadro più generale –, e questi viaggi gli permettono anche di socializzare senza dover fare conversazione.

Ma anche se Jonah ha un talento per individuare schemi, una notevole attenzione ai dettagli e una memoria straordinaria, fa molta fatica ad avere un amico. Quando gli ho fatto notare che i pescatori erano suoi amici, mi ha corretto senza mezzi termini.

Gli piaccio perché gli mostro dove sono i pesci, ma dopo le battute di pesca vanno al pub, e io torno a casa da solo, e vivo ancora con i miei genitori.

Jonah è autistico. Forse l’avevate già intuito. Come dimostrano le storie di questi due bambini, gli stessi comportamenti e le stesse suggestioni possono essere visti in modo molto diverso. Attraverso una lente, le “ossessioni” di un bambino sono sintomo di “disturbo” o di “malattia” e sono associate alla disabilità. Attraverso un’altra lente, le implacabili sperimentazioni e le osservazioni dettagliate di un bambino sono il prodotto di una mente il cui motore di ricerca di schemi funziona in overdrive e può portarlo a inventare e, talvolta, a diventare un grande inventore.

La capacità di inventare è estremamente importante perché, una volta che noi esseri umani siamo divenuti capaci di inventare, abbiamo trasformato il nostro mondo, cosa che facciamo ancora oggi. Eppure questa abilità non è ben compresa. Non sembra esserci una teoria su come inventiamo, né sappiamo da dove venga questa capacità di trasformare. L’idea convenzionale è che l’inventare consista nel giocare con un oggetto o nell’esplorarlo, nel vederlo sotto una nuova luce o nell’avere un’intuizione, ma queste sono descrizioni vaghe e non equivalgono a una teoria. Eppure, quando consideriamo le menti di inventori come Edison, o di autistici come Jonah, possiamo intravedere una connessione tra loro che merita di essere indagata.

L’aver intravisto questa connessione mi ha spinto a pormi alcune domande fondamentali: come si inventa? Che cosa succede nella mente umana quando inventiamo? L’uomo è l’unica specie in grado di inventare? A che punto dell’evoluzione noi o i nostri antenati abbiamo iniziato a inventare? Qual è l’affascinante legame con l’autismo? E questo legame è valido per tutto lo spettro dell’autismo, anche per coloro che hanno difficoltà di apprendimento o un linguaggio molto limitato? Come psicologo, ricercatore e studioso dell’autismo, ho indagato la mente umana per trentacinque anni. In questo libro presento una nuova teoria della capacità di invenzione umana. Eccola in poche parole.

Per prima cosa, solo gli esseri umani hanno un tipo specifico di “motore” nel cervello. È un motore che cerca schemi se-e-allora, requisito definitorio minimo di un sistema. Io lo chiamo Meccanismo di sistematizzazione. Secondo, il Meccanismo di sistematizzazione si è sviluppato in un momento storico dell’evoluzione umana, tra 70.000 e 100.000 anni fa, quando i primi esseri umani cominciarono a creare strumenti complessi in un modo che nessun animale precedente era mai stato in grado di fare, o qualsiasi animale non umano possa fare oggi. Terzo, il Meccanismo di sistematizzazione ha permesso agli esseri umani di diventare i soli, sul nostro pianeta, a padroneggiare la scienza e la tecnologia, surclassando tutte le altre specie. Quarto, il

Meccanismo di sistematizzazione ha un’altissima sintonizzazione nelle menti degli inventori e di quanti si dedicano alle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), oltre che di coloro che si sforzano di perfezionare qualsiasi tipo di sistema (come musicisti, artigiani, registi, fotografi, sportivi, uomini d’affari, o avvocati, tra gli altri). Tutte queste persone hanno menti “iper sistematizzanti”, che non possono fare a meno di concentrarsi sull’accuratezza e sui dettagli, e che amano capire come funziona un sistema, come costruirlo, o come migliorarlo. Quinto, il Meccanismo di sistematizzazione ha un’alta sintonizzazione anche nella mente autistica. Sesto, la nuova scienza mostra che la tendenza a sistematizzare è in parte genetica, quindi è probabile che sia stata plasmata dalla selezione naturale. Ed ecco la straordinaria connessione: gli autistici, quelli che si dedicano alle discipline STEM e gli altri iper sistematizzanti condividono questi geni.

Guardando al tempo evolutivo remoto, poi al presente e al futuro, scopriamo una verità importante: gli esseri umani che avevano una mente con un Meccanismo di sistematizzazione in overdrive erano – e sono – al centro della storia dell’invenzione.


Simon Baron-Cohen insegna Psicologia e Psichiatria dell’Università di Cambridge, dove dirige il Centro di ricerca sull’autismo. Per oltre vent’anni ha condotto ricerche nel campo delle neuroscienze sociali. Nelle nostre edizioni ha pubblicato La scienza del male (2012) e I geni della creatività (2021).

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