Il libro bianco, Han Kang



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Beatrice Sciarrillo

Nell’estate del 2013, la traduttrice polacca Justyna Najbar invitò la scrittricer sudcoreana Han Kang – Premio Nobel per la letteratura 2024 – a visitare Varsavia, la sua città natale rasa al suolo dai bombardamenti del 1945 e ricostruita con tenacia nel secondo dopoguerra. Verso quella capitale così lontana dalla sua Seoul, Han Kang avvertì un potente e improvviso richiamo e, un anno dopo, nonostante le contestazioni di chi la spronava a scegliere una meta più calda e meno triste, salì, insieme al figlio tredicenne, su un aereo diretto in Polonia. 

Mentre il ragazzo frequentava una scuola internazionale, l’autrice andava vagabondando, fino alle cinque del pomeriggio, per le strade ghiacciate della città, orecchiando dialoghi incomprensibili, leggendo insegne dal significato ignoto e appuntandosi pensieri su un taccuino custodito nella tasca del cappotto. Giorno dopo giorno, la sua presa sulla realtà esterna diminuiva notevolmente e, man mano che l’isolamento s’intensificava, affiorava inaspettata al suo interno la memoria sepolta di “lei”. Lei è la prima figlia di sua madre, quel minuscolo corpicino impregnato di sangue, venuto alla vita troppo presto e morto, due sole ore dopo la nascita, succhiando il latte materno. Attorno al suo ricordo, e alla volontà di restituirle una vita attraverso la scrittura, e l’offerta di soli oggetti bianchi, prende così forma la sua antica idea, già maturata a Seoul, di scrivere un libro sullo “huin” – termine coreano che indica una tonalità impura di bianco, una sfumatura di vita e morte tessute insieme. È Il libro bianco che, nove anni dopo la pubblicazione in Corea del Sud, viene pubblicato in Italia da Adelphi con la traduzione di Lia Iovenitti. Con la sua prosa distillata, e il suo costante interesse verso i temi del lutto e della connessione tra vivi e morti, Han Kang illumina il volto della sorella così simile a quello di Varsavia perché entrambi in bilico tra questo e l’altro mondo, sulla soglia oscura che separa la vita dalla morte, le macerie dalla resurrezione. Il suo romanzo è una preghiera laica, un invito alla sorella, e in fondo all’umanità tutta, a non morire, a sopravvivere ai gelidi inverni di questa terra. 

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