Il lupo e noi – filosofia dell’inforestamento



Diario di un inforestamento appenninico sulle piste animali, per una convivenza diplomatica tra l’uomo e il selvatico


In copertina e nel testO: Anonimo inizio XX sec., Testa di leonessa – Bronzo a patina scura, Asta Pananti in corso

di Andrea Cassini

Può un lupo dirsi magnanimo?

È quello che si chiede il naturalista Carl Safina in Al di là delle parole a proposito del lupo Twenty-one, forse il più famoso tra gli esemplari di Yellowstone. Rick McIntyre, che studia da anni i lupi del parco e a Twenty-one ha dedicato un intero libro, lo paragona ai grandi leader dell’umanità come Gandhi, Nelson Mandela o Muhammad Ali, ai guerrieri pacifici che dimostrano la loro forza perdonando l’avversario sconfitto. Twenty-one ha sconfitto ogni rivale, anche sei alla volta, ma non ne ha mai ucciso uno. Tuttavia è lo stesso Safina a metterci in guardia da simili paragoni. Ci vengono spontanei per provare a capire concetti che ci appaiono lontani, ma così facendo corriamo il rischio di idealizzare il lupo e il pericolo è quello di capire ancora meno del suo mondo. Lo stesso vale per la natura in generale.

Il solco tra cultura e natura è esistente, lo abbiamo scavato noi, ma è asimmetrico. L’uomo si è creato un sistema e un immaginario dove la civiltà è contrapposta al selvaggio, ma questo alla natura non interessa. Essa continua a comportarsi secondo le sue regole, si adatta alle restrizioni che la civiltà via via le impone senza evadere dalle proprie leggi, non risponde alle provocazioni e non reagisce al litigio, non si “ribella” come tanto piace titolare in occasione di terremoti, nubifragi e altri cataclismi. È forse da questa asimmetria che nascono i paradossi, il disorientamento, la nostra necessità di attaccare l’etichetta “natura” a un insieme che più tagliamo fuori dalle città, più si allarga per inglobarci di nuovo. Abbiamo perso la natura ma la natura non ha perso noi, e il filosofo Baptiste Morizot, in Sulla pista animale, si chiede se non sia il caso di rigettare completamente il termine perché ormai vuoto di significato, quando non fuorviante. Perché alcuni “vanno nella natura” con piglio contemplativo, immaginano un mondo incontaminato e innocente, un altrove dove transitare senza interagire, uno scenario silenzioso nel quale riflettere sui misteri del mondo. Invece, avverte Morizot pensando a quei filosofi e artisti romantici che cercavano nel bosco una silenziosa oasi di pace, “non è l’universo vivente a essere muto: siamo noi che non sappiamo piú ascoltarlo e leggerlo. Il vivente non è più una rete di significati in cui l’essere umano può orientarsi, come a casa propria. È natura morta, paesaggio estetico privato dei suoi significati e misteri ecologici, etologici, evoluzionistici, diventato così una pagina bianca per le angosce metafisiche”.

La natura, invece, è anche meticcia, sporca, rumorosa, colpevole: è un paesaggio-persona, parlante e vivente, invita a interagire, certe volte obbliga a farlo. Per questo occorre andare “oltre natura e cultura”, come diceva l’antropologo francese Philippe Descola, e pensare nuovi termini e nuove geografie. “Inforestarsi”, come propone Morizot, è un termine particolarmente felice per sostituire l’atto di “andare nella natura”. Sottintende una componente attiva e una disposizione aperta, pronta a convivere con gli animali non umani come abitanti della foresta, a modificare il bosco e comprenderne la sua geografia. È un invito a conoscere il vivente nelle sue differenze e unicità, recuperando quella parte di noi che non ha mai smesso di trovarsi a casa nella foresta e realizzando una comunione spirituale con l’animale. Si può cercare la wilderness in luoghi lontani, ma si può trovare il selvatico anche fuori dalla porta di casa. Quello che segue è il diario di un esperimento di inforestamento appenninico, e di un tentativo di convivenza diplomatica con il lupo.

Il lupo Twenty-one fotografato nel 2004, pochi mesi prima della morte

Inverno

Da circa due anni vado ogni giorno nel bosco con il mio cane, una femmina di Pastore della Sila, un cane da guardiania. A volte siamo noi due da soli, a volte c’è anche mia moglie. Da un po’ di tempo mi piace pensare che non siano semplici passeggiate, ma che andiamo a inforestarci. Il bosco è un triangolo di terra stretto fra case e strade di campagna, è attraversato anche dai cavi della luce e da un acquedotto, ma lo frequentiamo in pochissimi. Siamo sulle colline dell’appennino tosco-emiliano, una zona che non ha certo l’attrattiva delle montagne, con i loro sentieri puliti e segnalati, i rifugi e le funivie che portano sul crinale. È la fortuna dei luoghi poco interessanti. Li abbiamo ignorati e li abbiamo lasciati un po’ più veri. 

Non nevica più molto spesso, ma ogni tanto qualche fiocco scende e se fa abbastanza freddo resiste per un paio di giorni. Sulla neve, nell’inverno di inizio 2019, ci accorgiamo per la prima volta che nel bosco ci sono dei lupi. C’erano già da alcuni anni, ci avrebbe detto poi la ricercatrice di un ente con cui cominceremo a collaborare da volontari per monitorare la fauna selvatica, ma non andando nel bosco non lo sapevamo: la dimostrazione di come funziona quel solco tra natura e cultura, che se resti in casa sembra profondo come un abisso ma in realtà basta un passo per scavalcarlo. Troviamo delle impronte sulla neve, le confrontiamo con quelle del cane e ci sembrano troppo grandi. Cerchiamo quei dettagli che permettono di identificare l’orma del lupo, come il ponte carnoso tra i cuscinetti plantari, ma gli esperti ci dicono che non c’è modo di esserne certi. Si tratta di un solo esemplare. Seguiamo le tracce finché il sentiero non si stringe fra delle rocce su cui la neve si era già sciolta. Lì ci scontriamo con le nostre mancanze di scimmie disabituate a usare i cinque sensi. Se avessi letto prima dei libri sul pistage avrei forse provato a calarmi nella mente del lupo, a immaginare dove sarei andato, se fossi stato lui, o a divinare la sua direzione come uno sciamano. Il cane continua ad annusare la traccia, per lei non è difficile seguirla con l’olfatto, ma poi lascia perdere, forse il freddo attutisce gli odori o l’odore era poco interessante e lei non aveva ancora esperienza diretta di cosa fosse un lupo. Già da quel primo rudimentale tentativo mi accorgo che seguire la pista di un animale è un fatto che altera la nostra consueta idea del tempo, che accavalla le dimensioni. Percorriamo la stessa strada in tempi diversi, ma lasciamo sulla neve i medesimi segni che il sole poi cancella, nuovi o vecchi che siano. È come vedere il passato, è come osservare un animale in absentia. Se riflettiamo su questo fatto, camminare nel bosco diventa una pratica utile per comprendere la temporalità del paesaggio, diversa dalla nostra, ma con la quale possiamo interagire osservando ad esempio tracce, salite, discese e fiumi come concrezioni di minuscoli eventi quotidiani, come strati accumulati in ere geologiche differenti, come ponti che racconteranno del nostro passaggio e della nostra impronta in un lontano futuro: così anche i paesaggi diventano persone. Mi accorgo anche che lo spazio e la geografia sono questioni più sfumate di quanto non sembri. Ci sono landscapes e mindscapes, paesaggi fisici e mentali, che non sempre combaciano. Uno dei pochi frequentatori del bosco è un signore ottantenne che lì ha un terreno, con un orto e un castagneto. Non tiene più cani, anche se li adora, perché non vorrebbe morire prima di loro lasciandoli soli. Lui aveva già visto il lupo che consumava una preda fuori dal suo orto, un paio di anni prima, ma l’aveva lasciato in pace e non aveva sparso la voce al bar del paese. In gioventù era stato cacciatore perché la caccia per lui era strumento di sussistenza, ma non ha mai mancato di rispetto al bosco e conosceva ciascuna delle sue prede. In inverno nel bosco ci sono i cacciatori che arrivano in squadra dalla città, parcheggiano le jeep in modo da chiudere l’ingresso al sentiero, poi si sparpagliano per il bosco senza esplorarne gli angoli nascosti, accerchiano gli animali grazie alla maggioranza numerica e alla forza bruta, spargono rifiuti e sparano a poca distanza dalle case. Alcuni, fuori stagione, vengono a rovesciare sacchi di pane vecchio pensando che il bosco sia il loro giardino e che i cinghiali morirebbero di fame senza il loro intervento. Ho l’impressione che per loro la caccia sia un gioco, uno sport, e mi sembra che questi cacciatori occupino lo stesso spazio fisico dell’ottantenne che coltiva l’orto, ma non lo stesso spazio mentale. Come l’alta montagna, che in inverno diventa un parco giochi per gli sciatori ma per chi ci vive, per chi la frequenta in altre stagioni o vi si trova al cospetto di notte, in mezzo a una tempesta, assume connotati geografici diversi. È da simili discrepanze tra landscape e mindscape che nasce forse la falsa idea di sacralità dei luoghi che abbiamo violato: immaginiamo spiriti che si nascondono dalla nostra presenza e poi escono fuori quando ce ne andiamo, ma non c’è nulla di sacro, nulla da violare e soprattutto nulla di soprannaturale. Quegli spiriti non sono nient’altro che animali. E gli animali sono anche spiriti.

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Henry David Thoreau reputava gli animali suoi fratelli, concittadini, simili. “Io formo, con il corvo, un’unica grande creatura” si legge nei suoi diari. E ancora: “che miseranda razza di vita è la nostra, a mangiarci i nostri fratelli animali!” Parole che suonano oggi come l’avanguardia di posizioni antispeciste, ma che devono essere colte con prudenza. Gli animali sono nostri simili e fratelli perché partecipi come noi del mistero della vita, e spesso anche delle sue amarezze. Ma al contempo, negare a ciascun animale la sua diversità, la sua unicità, la sua totale emancipazione dall’uomo sarebbe fargli un torto. Scriveva ancora Thoreau in una delle frasi più celebri di Walden, che non a caso fu il motto che ispirò la tragica avventura di Chris McCandless, conosciuto ai più come Alex Supertramp: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi […] Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita”. La visione di Thoreau e McCandless testimonia un amore sincero per la natura, la necessità istintiva di esplorarla per recuperare ciò che abbiamo perso, ma rischia anche di ispirare una visione idealizzante, che insiste a scavare il solco fra natura e cultura. La natura appare come unica depositaria della saggezza e unica insegnante, unica fonte del midollo della vita, tanto che, fuori da essa, non esiste altra vita. È un attestato d’amore, ma anche una grave responsabilità da porre sulle spalle di un’entità che abbiamo scisso di nostra iniziativa. Anziché “andare nei boschi” i Thoreau di oggi potrebbero “inforestarsi” vivendo un qui, e non cercando un altrove, nel bosco; sarebbe un’evoluzione, o meglio un’espansione per usare un termine caro al filosofo americano, del suo pensiero, che già intuiva il punto della questione: “Un uomo non si trova mai davvero in quei luoghi se è troppo consapevole di esserci, né li raggiungerà se sa già dove sta andando”.Recuperare i nostri antichi modi di essere animali e accettare i lati misteriosi, oscuri e crudeli della natura, anziché interpretarla con gli strumenti della civiltà, umanizzandola per renderla fintamente rassicurante e comprensibile. Non pensare che un animale sia nostro fratello perché somiglia a noi, ma perché siamo esattamente la stessa cosa. “Abbiamo bisogno di un’idea degli animali più saggia” scriveva già nel 1928  Henry Beston ne La casa estrema. “Non sono né confratelli, né subalterni: sono popoli altri, catturati insieme a noi nelle maglie della vita e del tempo, compagni di prigionia dello splendore e del travaglio della terra”. È questione di cambio di prospettive e di paradigma. Un cambio di prospettiva che potrebbe essere utile anche quando parliamo di rewilding, come fa George Monbiot: la proposta di restaurare gli ecosistemi perduti o danneggiati su scala globale. C’è un rewilding che significa proteggere gli ambienti selvatici dall’invasività umana e riqualificarli, assumendo il ruolo di guardiani e archivisti, ma c’è forse anche un “rinselvaggire” che significa, per prima cosa, accorgersi che gli ambienti selvatici esistono ancora perché sono in grado di mutare e adattarsi, anche se stretti nella morsa antropica, e che ci sono boschi pienamente “naturali” che si aprono subito fuori dalla porta di casa. Dice bene Alessandro Mazzi, e sembra riferirsi anche a quegli spiriti spettrali che nel nostro immaginario spuntano nei luoghi selvatici quando ce ne andiamo, quando scrive: “Più estinguiamo gli animali, più essi divengono totem collettivi che ci possiedono nell’infosfera e nella società globale. L’ossessione per i mostri e gli spettri è una grave mancanza di rispetto nei confronti delle vittime: preferiamo tremare di fronte alla deformità geoteriomorfica del paesaggio piuttosto che accoglierla, abbracciarla nella sua poiesi. L’uomo sta umanizzando gli animali e lo spazio pur di riempirlo con un’icona rassicurante, ma rinselvaggire vuol dire finirla con la puerilità dell’umanizzazione forzata o la rassicurante sottomissione all’orrore”.

 

Primavera

In primavera, tra marzo e aprile, la geografia del bosco cambia ogni giorno. Dopo una settimana di pioggia la terra si è gonfiata d’acqua. Un vecchio torrente ritorna a prendersi il suo posto in un letto secco che usavamo come discesa, impedendoci il passaggio. Altrove, l’acqua che sgorga dalla terra s’incanala in serpentine che scendono lente a valle, e sembra di essere esploratori che hanno appena scoperto dei nuovi fiumi. Non serve dare loro un nome; sono effimeri, nel giro di pochi giorni saranno svaniti, ma avranno anche scavato nuovi solchi nei sentieri, lasciando un segno di sé in quell’accavallamento di tempi e spazi che è il bosco. Pensando a questi fiumi effimeri, cerco di resistere all’ansia tassonomica che mi prende quando sento il canto degli uccelli, assai rumorosi in questo periodo. Alcuni li riconosco alla vista come lo sgargiante picchio verde. Altri hanno una voce familiare: il fischio della poiana, che vola alta sopra gli altri uccelli come se del bosco fosse la regina, e a volte si riesce persino a vederla, mimetizzata con il piumaggio marrone fra gli alberi ancora spogli, e quando apre le ali pare fuori luogo, sproporzionata, così grande fra i rami stretti di questo piccolo bosco. Degli altri uccelli non conosco il nome. Sono tentato di consultare un testo di ornitologia, di cercare un video che elenchi i richiami delle varie specie per confrontarli e identificarli, ma alla fine non lo faccio. Gli uccelli non cantano per farsi riconoscere da me, e il bosco è un sistema che sa sopravvivere da solo, senza sponde enciclopediche. Li battezzerò soltanto con ciò che vedo e sento di loro. Se, a quella particolare svolta nel sentiero, per due giorni sentirò lo stesso richiamo, saprò che sarà lui, e tanto basterà. “Le piante del botanico non sono i fiori di campo” diceva del resto Martin Heidegger in Essere e Tempo, in una riflessione sull’idea di mondo ambiente. C’è una natura che interpretiamo secondo la sua utilizzabilità, ma c’è anche una natura che si afferma indipendentemente da noi: possiamo coglierla, ma ci resta sfuggente, mai pienamente incomprensibile, forse perché così funzionano le sue regole del linguaggio. “Qui la natura non può essere intesa come semplice presenza e neppure come forza naturale. La foresta è legname, la montagna è cava di pietra, la corrente è forza d’acqua, il vento è vento in poppa. Di pari passo con la scoperta del mondo ambiente si ha anche la scoperta della natura. È però possibile prescindere da questa sua utilizzabilità e scoprire e determinare la natura come semplice presenza. Ma a questo genere di scoperta la natura resta incomprensibile come ciò che vive e tende, ciò che ci assale, che ci cattura come paesaggio. Le piante del botanico non sono i fiori di campo, le sorgenti di un fiume, stabilite geograficamente, non sono la polla nel terreno”.

In primavera il bosco diventa spazio prezioso, comincia la spartizione dei territori e il piantare bandiere. I rovi e l’erba alta accerchiano i sentieri. I cinghiali smuovono la terra e scavano tunnel tra i rami bassi. I caprioli e i daini balzano sull’erba alta schiacciandola. I cervi, i più sobri e schivi fra gli animali del bosco – più schivi persino del lupo – raschiano le corna sugli alberi. Anch’io lascio segni, odori e rumori. Quando passo nel bosco agli altri animali devo sembrare una scimmia goffa, chiassosa, puzzolente, che lascia pesanti impronte di scarpe. Ma partecipo anch’io all’atto diplomatico di interazione con il suolo. Allargo i rovi per farmi strada là dove gli animali hanno già aperto un sentiero. A volte, portandomi dietro strumenti certo più barbari di zampe e corna, taglio i rami spaccati dal vento o strappo gli arbusti più ostinati, ripulendo passaggi che si erano richiusi; oppure libero i canali di scolo dal legname portato via dalla pioggia e poi incastratasi fra le pietre. Il lupo è arrivato, ora lo sappiamo per certo, le fototrappole dell’ente di ricerca l’hanno inquadrato. Probabilmente un maschio, da solo, a esplorare la zona in vista dell’accoppiamento. Troviamo i suoi escrementi pelosi in bella vista, spesso all’imbocco del sentiero. Il mio cane li vede e li annusa, sente sicuramente molti altri segnali olfattivi che io non posso apprezzare. Le prime volte si agita, percorre il sentiero con la testa alta e il pelo ritto sulla schiena. Poi, giorno dopo giorno, si tranquillizza. Il mio cane e il lupo stabiliscono un dialogo a distanza. A volte anche lei lascia la sua marcatura all’imbocco del sentiero, e ogni giorno controlla gli stessi punti, gli stessi angoli di bosco che devono essere i suoi riferimenti per capire dov’è andato, cos’ha fatto nella notte il lupo. Ho l’impressione che imparino a conoscersi, forse a rispettarsi, che tramite gli odori dialoghino come se fossero faccia a faccia, prudenti e onesti come due ottimi diplomatici. Grazie al naso del cane troviamo anche i resti di una predazione, delle ossa di capriolo già spolpate dagli animali necrofagi. Quando i rumori del bosco mi insospettiscono e divento incerto, il mio cane mi guida, mi fido dei suoi sensi e del suo giudizio. Se all’imbrunire sentiamo il grufolare dei cinghiali, mi invita a stare lontano e cambiare strada. Se invece scorge i balzi di un capriolo o tra le rocce, dove l’erba è alta e rada, lo rincorre per allontanarlo finché non sentiamo il suo richiamo d’allarme della preda, somiglia a un abbaio roco, lo chiamano “scrocchio”. Il cane non vuole inseguirlo, non è nella sua indole. Disegna un perimetro intorno a me, intorno a noi, e ne controlla i margini. Anche questo perimetro, mi dico, per quanto in continuo movimento è una forma della geografia del bosco.

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Nella mitologia cinese, che è anche un mito della fondazione e una forma di storia, l’Imperatore Divino Fu Hsi insegnò ai suoi sudditi la caccia, la pesca e l’allevamento. Conosceva istintivamente queste discipline poiché era nato a metà strada fra la dimensione umana e quella animale: secondo alcune raffigurazioni aveva braccia di uomo, corpo di serpente e testa di bue. Insegnò la filosofia al mondo civile traendo anch’essa dal selvatico, poiché redasse gli Otto Diagrammi a partire da una tavoletta consegnatagli da un cavallo-pesce, uscito dalle acque del fiume Meng. 

Il suo successore, Shen Nung l’Imperatore Terrestre, ebbe la medesima discendenza mista. Con corpo di uomo e testa di toro, concepito grazie all’influenza di un drago, era cresciuto sulle montagne allevato dagli animali dei boschi. Giunto nella civiltà, in un solo giorno elencò settanta erbe velenose e i rispettivi antidoti; conosceva tutto ciò istintivamente. Insegnò ai cinesi l’agricoltura e il baratto, e grazie al suo stomaco di vetro, che gli permetteva di assistere alla digestione delle erbe, consegnò al suo popolo una utile farmacopea. Dopo di loro, gli imperatori usciranno dalla leggenda ed entreranno nel canone della storia canonica, umani e non più animali. La civiltà, appresa ogni conoscenza dal selvatico, può ormai procedere da sola mentre il selvatico resta al suo posto, non ha interesse a progredire. Il mito conserva la traccia, però, di queste figure diplomatiche, eroi e intermediari dei due mondi.

Per Baptiste Morizot, nella fondamentale riflessione sul nostro ruolo nel mondo in relazione agli altri esseri viventi, dovremmo sperimentare l’inforestarsi esattamente con questa prospettiva: quella di un diplomatico, di un intermediario. Seguire le piste animali per entrare in altre pelli, per mutare forma, ma soprattutto per tornare indietro mutati a nostra volta da una consapevolezza al tempo stesso nuova e antica. Non c’è una natura “altra” da proteggere come un santuario, né una natura “fraterna” con cui vivere un’indissolubile comunione. C’è una natura fatta da miliardi di diversità, alcune delle quali accentuate dall’operato umano, e bisogna rendere conto sia di tali differenze, sia dell’irreversibilità del nostro operato, sia di come gli altri esseri viventi siano mutati reagendo al nostro operato, e questo adattamento, come nel caso del lupo, è diventato parte della loro esistenza. Per navigare fra queste differenze, la rotta migliore è farsi mediatori e interpreti, impiegando le capacità che già possediamo. Dialogare, comunicare, interagire. Così dice Morizot: “Bisogna sperare che un diplomatico andato a inforestarsi presso gli altri esseri viventi ritorni trasformato, tranquillamente inselvatichito, lontano dalla ferocia fantasmatica attribuita agli Altri. Che colui che si lascia inforestare dagli altri esseri viventi ritorni leggermente modificato dal suo viaggio da licantropo: un mezzosangue, a cavallo tra due mondi. Né svilito né purificato, semplicemente altro e un minimo capace di viaggiare tra i mondi, e di farli comunicare, per lavorare alla realizzazione di un mondo comune”. 

 

Estate

In genere si immagina l’estate come il periodo in cui la natura è più accogliente. Si pensa a una comoda carrareccia dolomitica in ghiaia bianca, una comitiva di persone che passeggio al centro di una cornice di montagne, le birre e le grappe profumate nei rifugi. Nei boschi ai piedi dell’appennino, invece, in estate la natura è invadente, fastidiosa, ostile. Qui non ci sono abeti e pini, e siamo a quota troppo bassa per le snelle faggete. In estate il bosco è il regno della robinia, che ha tronchi spinosi e avvolgenti e cresce violenta, in ogni direzione. Alcuni sentieri, se non ripuliti giornalmente, diventano impraticabili perché occupati dai rovi. Soltanto gli animali di piccola taglia riescono a passarci. Fra giugno e luglio, nelle pozze e nel letto del torrente resta un po’ dell’acqua scesa in primavera e gli animali vi si radunano, ma nel bosco d’estate, nonostante il verde, non c’è abbondanza. Le volpi sono magre. I branchi di cinghiali si ampliano con i cuccioli e a volte ce li troviamo davanti, all’alba o al tramonto; poi la sera si avvicinano alle case per mangiare la frutta caduta dagli alberi. Qui la notte non porta fresco come in alta quota, e le robinie alzano sopra il bosco un cappello caldo e umido. È un clima accogliente per gli esseri più piccoli, insetti e ragni. Inforestarsi, in estate, significa anche spazzare i sentieri dalle ragnatele pensili o evitarle quando possibile, abituarsi al costante ronzio di mosche e zanzare, e alle punture dei tafani. Il Kungsleden, la strada dei re, è uno dei percorsi escursionistici più celebri del mondo, tra Lapponia e Svezia settentrionale. Le fotografie parlano di fatati scenari scandinavi, di colline erbose, silenziose e deserte, ma c’è un motivo se gli escursionisti più esperti preferiscono percorrerlo in inverno, con la neve. Al nord del mondo la natura ha poco tempo per esplodere e riprodursi, e per viaggiare in estate sul Kungsleden occorre attrezzarsi con spray e retine per difendersi da zanzare e dagli aggressivi midges, moscerini tipici del nord Europa. Che però, nelle foto, non vengono ritratti.

Per il secondo anno di fila il lupo è venuto a riprodursi nel nostro bosco. Le fototrappole dell’ente di monitoraggio inquadrano un maschio, due femmine e tre cuccioli. Solo il maschio sembra in buona salute. Gli altri sono smunti, forse rognosi. Quando attraversiamo i banchi d’erba alta, fra maggio e giugno, ne usciamo con qualche zecca addosso. Mi giro sempre a guardare il crocevia di scie che abbiamo lasciato. Alcune, forse, sono le scie lasciate dai lupi, ed ecco di nuovo quella sensazione di relatività di tempo e spazio, come se in quel momento fossimo accanto al lupo, sullo stesso strato di una cartina geografica a più livelli. Il mio cane e il lupo continuano la loro relazione diplomatica tramite l’olfatto. Devono avere imparato a conoscersi molto bene, a questo punto, forse a provare istintive emozioni l’uno per l’altro. Mi chiedo che tipo di immagine abbia preso corpo nella loro mente, se possa esistere un’immagine fatta soltanto di odori e suoni. Certe volte, mentre saliamo verso il sentiero, il mio cane abbaia. Non so se abbia già sentito i lupi nelle vicinanze e voglia avvisarli del nostro arrivo, o se abbia percepito qualche altra minaccia. Mi rendo conto che stanno comunicando in merito ai territori del bosco, stanno tracciando linee, contrattando una geografia di spazi e orari. Spesso, quando usciamo al mattino presto o alla sera tardi, tra luglio e agosto, il mio cane non vuole andare nel bosco. Annusa le tracce all’imboccatura del sentiero, e mentre io vado avanti lei resta ferma sul posto. Ha un’aria serena, nessun segno di paura o turbamento, e le prime volte penso che sia soltanto pigrizia. Poi capisco cosa vuole dirmi e le do fiducia, prendiamo la strada asfaltata e facciamo un giro differente. Lei sa che i cinghiali stanno grufolando nel castagneto o che i lupi hanno portato una preda ai cuccioli giù alle pozze d’acqua. Non è il nostro momento di andare nel bosco. Non c’è alcun bisogno di reclamare territori con la nostra presenza. Una sera usciamo più tardi del solito, è quasi notte, e nel buio vediamo due occhi rossi in cima al sentiero, all’altezza di una testa di lupo. Poi un giorno usciamo a un orario insolito, dopo pranzo. Forse è la novità, forse è un particolare giro del vento, ma scendiamo al torrente e incontriamo due cuccioli di lupo che cercavano l’acqua fra pietre e rami nel letto ormai quasi secco. Il mio cane discende da una linea di pastori selezionati per fare da guardia al gregge; per proteggerlo dal lupo, nello specifico. Eppure, nella sua reazione non vedo aggressività. Disegna il solito perimetro intorno a me e tiene le distanze abbaiando, ma non cerca il contatto con i cuccioli. Li avverte, per quello che riesco a intuire, ma non li minaccia. I cuccioli si allontanano correndo bassi e lei si tranquillizza. Noi andiamo via nella direzione opposta, e mi viene da pensare a quei cacciatori antichi che indossavano sulla nuca una maschera raffigurante una seconda faccia, perché sapevano bene che quando segui le tracce di un animale, l’animale segue le tue, e il punto migliore dove nascondersi spesso è alle tue spalle. Se i cuccioli erano lì, rifletto, a dissetarsi con tutta calma, e se il mio cane e i lupi hanno imparato a conoscersi, dialogando ogni giorno e comunicandosi a vicenda assenza e presenza, e se io, scimmia goffa, produco un gran baccano camminando nel bosco, gli adulti devono averci sentito. Devono aver saputo che eravamo lì. Forse ci osservavano alle nostre spalle, sicuri che non avremmo fatto nulla di male ai cuccioli, ma pronti a intervenire nel caso le cose fossero andate diversamente. 

Foto di Claudia Bonini @clabonni

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Anche se in pochi hanno avuto la fortuna di vederlo, ormai tutti sanno che il lupo è tornato nei nostri boschi. Anche nelle città lo sanno, perché alcuni esemplari si sono spinti a quota ancora più bassa, vicino alle case della periferia rurale. I monitoraggi hanno evidenziato come il lupo abbia risalito l’arco appenninico a partire dai pochi esemplari, un centinaio circa, che erano sopravvissuti alla caccia spregiudicata terminata nel 1971, crescendo fino agli oltre 2000 esemplari odierni; una testimonianza della straordinaria capacità di adattamento di questi animali, per i quali la presenza dell’uomo non basta a squalificare un territorio come non-natura, come luogo inabitabile. Tuttavia, nelle chiacchiere dei bar e delle piazze di paese, c’è una vulgata inattaccabile: il lupo sarebbe stato reintrodotto, collocato vicino alle case per motivi imprecisati da altrettanto imprecisate organizzazioni di tutela degli animali, o dal governo stesso. Una convinzione difficile da erodere, come del resto suggerisce il fiorire dei negazionismi su scala mondiale, persino organizzando incontri con le comunità presieduti da autorità locali, ricercatori e membri delle forze dell’ordine.  Hanno interiorizzato il concetto che l’uomo sia garante, guardiano e padrone della natura, e che gli animali selvatici non siano in grado di spostarsi e adattarsi senza il suo intervento. Queste persone hanno paura di un lupo che non hanno mai visto. Ne hanno paura anche se non hanno nulla da temere; non hanno animali da allevamento, potenziali prede, e non si avvicinano al bosco. Non è questa la sede per approfondire l’argomento, e del resto si tratta di informazioni facilmente reperibili, ma negli ultimi secoli il lupo è stato oggetto di persecuzioni, di autentiche guerre volte a sterminarlo, di estinzioni programmate, specialmente nell’Europa del Nord. Nella stessa Italia, fino al 1950 veniva riconosciuta una taglia a chi catturava un lupo, e solo nel 1971 venne tolto dalla lista delle specie nocive. Nell’immaginario popolare il lupo era diventato metafora di crudeltà e ferocia, un prestanome del male. È un animale che uccide, certo, ma non con più ferocia o crudeltà di qualsiasi altro predatore. Da un lato, la paura per il lupo era un risvolto dell’odio, la reazione all’idea di avere vicino a noi un animale che sbugiardasse il mito di una natura pacifica, bella, idilliaca. Preferiamo umanizzare e addomesticare il selvatico che ci sta intorno e spingere tutto il resto lontano, oltre il solco. Preferiamo ignorare il fatto che gli stessi cani e i gatti che teniamo in casa sono predatori, sebbene condizionati da domesticazione e selezione.

Dall’altro lato, il lupo era diventato l’avversario dell’allevatore. Il ladro che ruba il bestiame. Di nuovo, è questione di prospettive e paradigmi. Per le società che non praticavano l’allevamento o che non vi davano grande importanza, il lupo era un simbolo nobile. Gli agricoltori del Giappone gli lasciavano offerte, perché avrebbe protetto i raccolti cacciando cervi e cinghiali. Nei culti sciamanici e animisti dell’Asia Centrale, che oggi affluiscono sotto il nome di Tengrismo, il lupo è l’unico animale insieme all’uomo che prega il dio del cielo, Tengri: i suoi ululati sono le preghiere. In Lituania, il granduca Gediminas sognò un enorme lupo di ferro, massimo simbolo di buon augurio, che gli indicò il luogo dove stabilire la capitale Vilnius. Al corvo è capitata la stessa sorte. Prima di diventare icona di malaugurio, compagno dei morti, i corvi Huginn e Muninn erano pensiero e memoria di Odino, e lo stesso Odino aveva il kenning di dio-corvo. Nella mitologia degli Haida, un popolo delle Prime Nazioni canadesi, il corvo aveva creato l’uomo liberandolo da una conchiglia, e portato nel cielo la luce delle stelle.

Se c’è davvero un problema di concorrenza con il lupo per spazi e risorse, come affrontarlo? Per quei cacciatori di città che gettano il pane ai cinghiali, il lupo è un rivale scomodo, amico delle organizzazioni “animaliste” che remano contro al loro passatempo. Le fototrappole nascoste nel bosco dai ricercatori spesso scompaiono, verosimilmente rubate. Per Alberto Preioni, presidente del Gruppo Lega nel consiglio regionale del Piemonte, occuparsi del problema-lupo significa pronunciare parole come queste: “Le politiche di convivenza fin qui adottate non bastano. Dobbiamo passare a piani di abbattimento selettivo”.

In altri termini: il primo tentativo è porre al nemico le proprie condizioni, e se non accetta cominciamo a sparare. La diplomazia è qualcosa di molto diverso, e chi abita sulla montagna e alleva bestiame per mantenersi lo capisce probabilmente meglio di chiunque altro, perché è abituato a inforestarsi senza bisogno di costruirci sopra ragionamenti filosofici. Diplomazia è interrogarsi su chi abbia veramente diritto a quegli spazi e a quelle risorse, e non rivendicarli per il semplice fatto di essere bipedi e senzienti. È rendersi conto di avere costretto gli animali in fazzoletti di terra povera, di essere impossibilitati o non intenzionati a tornare indietro. È studiare compromessi per una convivenza che tuteli i diritti di entrambe le specie. È accettare la competizione senza uccidere l’avversario, magari aiutando un allevatore a installare recinzioni migliori e a difendere il gregge con cani da guardiania.

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Fine estate. Autunno

Continuiamo ad andare nel bosco ogni giorno, ma il mio cane annusa meno insistentemente, sembra meno interessato a dialogare con il lupo, e in effetti le fototrappole non catturano più nuove immagini e solo di rado troviamo nuovi escrementi. A fine agosto il bosco è secco e fa ancora molto caldo. Le pozze sono asciutte e sul letto del torrente c’è soltanto un filo d’acqua. Ha fatto soltanto un paio di piogge, quest’estate. A parte i cinghiali, sempre numerosi, gli altri animali devono essersi spostati altrove. Chissà se i cuccioli di lupo sono sopravvissuti, ci chiediamo. A inizio settembre l’erba secca si è abbassata e i rovi si sono ritirati riaprendo il passaggio sui sentieri chiusi. È un ciclo che procede benissimo anche senza di noi, ma che non ci rigetta quando entriamo a farne parte. Proviamo una certa emozione a ritornare per la prima volta su una pista che non percorrevamo più dall’inizio dell’estate. Sembra un luogo interamente nuovo, ma si notano ancora i benefici di quel lavoro di pulitura, comunitario e diplomatico, che avevamo svolto in primavera e che gli animali hanno già ripreso, tracciando le loro strade. È un’emozione anche rivedere l’acqua sul letto del torrente, dopo i primi due giorni di pioggia, ma crediamo che ormai i lupi abbiano cambiato zona. 

Una sera li sentiamo ululare, lontani. Sono più di uno, e questo almeno ci conforta. Mi stupisce che il mio cane non reagisca a quegli ululati, non cominci ad abbaiare, non si allarmi, ma credo che lei sappia già tutto quel che c’è da sapere sui lupi. Non stanno parlando con lei, e lei non risponde. Tra poco torneranno i cacciatori per l’uccellagione, gira già qualche fagiano, e più avanti arriveranno le squadre dalla città, a caccia di cinghiali. Ripenso a quella scena del libro del naturalista Bernd Heinrich, La mente del corvo, dove descriveva il suo arrivo a Yellowstone ansioso di studiare i corvi del Wyoming. Non sapeva però che avevano appena aperto la caccia al wapiti, un cervo di grande stazza. Passò la prima notte nel motel che si trova all’ingresso del parco, e a colazione la sala comune era piena di cacciatori, il parcheggio occupato dai loro pick-up. C’era sangue ovunque. Heinrich era a sua volta un cacciatore amatoriale e per studiare i corvi maneggiava quotidianamente carcasse animali, eppure rimase turbato dalla naturalezza con cui quegli uomini consumavano la colazione, in mezzo a tutto quel sangue e con i corpi dei wapiti ancora caldi nei furgoni.

Penso che tutto questo non sia molto diverso dalla banalità del male di cui scriveva Hannah Arendt, e penso che alcuni vengano nel bosco come turisti, sognatori o giocatori, ma che nella geografia del bosco queste persone, rispetto a chi nel bosco ascolta, interagisce, comunica e riconosce persone nel paesaggio, occupino una dimensione diversa. Me ne accorgo, di cosa vuol dire inforestarsi, quando in estate il mio cane ha sete e cambiamo strada per cercare una pozza d’acqua; quando ci sorprende un temporale e come sciamani diviniamo se sia più conveniente tornare a casa o cercare riparo; quando incontriamo un animale selvatico e decidiamo diplomaticamente come interagire con lui, o quando facciamo appositamente rumore, per dargli tempo di allontanarsi, se fosse nelle vicinanze. In quei momenti cambia la finalità che ci fa muovere nel bosco, e cambia il bosco stesso. Il solco è colmato, non esiste più. Mindscape e landscape combaciano. Mi chiedo cosa farebbe uno di quei cacciatori che in autunno torneranno nel bosco se si trovasse davanti un lupo, ma forse il lupo sarebbe già nascosto nel punto migliore, dietro le sue spalle.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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