Il mistero della coscienza e la mente universale

Da dove viene la nostra coscienza? La diamo per scontata, ma se esploriamo le varie teorie che spiegano la sua esistenza ci ritroviamo in un groviglio di problemi difficili da risolvere. Partendo dall’inizio, però, alcune cose le si può capire.


IN COPERTINA Krishna uccide il demone serpente “agasura”, dipinto del 1700

di Davide Zappulli

Noi tutti siamo esseri coscienti. Questo è un fatto, il dato di partenza da cui non possiamo scappare. Le nostre vite non sono composte solo di oggetti, eventi e relazioni, ma anche dal modo in cui essi impattano la nostra esperienza cosciente e agiscono su di essa. Anzi, l’accessibilità esperienziale è una condizione necessaria perché qualcosa possa avere un valore nelle nostre esistenze. Pensate all’esperienza di mangiare un bel frutto maturo; poi iniziate a rimuovere pezzo per pezzo le sue componenti e sfaccettature: il sapore dolciastro, la consistenza della polpa sotto ai denti, il fresco del succo che si libera nel palato. Togliete dal mangiare quel frutto tutto ciò che costituisce l’esperienza del mangiarlo e non vi rimarrà niente. 

Considerazioni come questa ci portano a realizzare qualcosa di fondamentale. Il nostro essere coscienti non è solamente un fatto innegabile, ma la cosa più importante che abbiamo. Di più, senza la coscienza non avrebbe senso suddividere le cose in importanti e non. Niente coscienza, niente valore, positivo o negativo che sia: non esiste felicità che non sia esperita o tristezza che non sia provata da un soggetto. Eppure, quando si tratta di capire che cosa sia questo perpetuo film interiore, quando ci chiediamo da dove esso provenga e quale posizione occupi nel libro del mondo brancoliamo nel buio. Ad oggi, nessuno sa cosa sia la coscienza, né come si origini, e nemmeno cosa la origini. Ipotesi e teorie tuttavia non mancano e in questo articolo ne esploreremo alcune fra le più importanti. 

Faremo considerazioni su quattro principali teorie metafisiche (materialismo, dualismo, panpsichismo e idealismo) e sulla loro capacità di affrontare il problema della coscienza. Si cercherà di mostrare come la soluzione a questo problema potrebbe consistere nel riconoscere che la coscienza pervada la realtà molto più di quanto pensiamo o persino che tutto il cosmo sia costituito da una coscienza universale. 

Di fronte all’affermazione che non abbiamo idea di cosa dia origine alla coscienza, chi legge potrebbe aver storto il naso: “certo che lo sappiamo: è il cervello”. Sì, forse. Ma forse no. Ovviamente, nessuno mette in dubbio che il cervello sia strettamente connesso alla coscienza; tuttavia, la tesi che la coscienza sia prodotta dal cervello è controversa, e di fatti la ricerca filosofica sul problema della coscienza è il luogo di contestazione principale del materialismo, cioè di quella visione metafisica (ovvero sulla natura della realtà) secondo cui tutto ciò che esiste è materia o comunque riducibile ad essa. È chiaro che il materialista, se vuole rimanere materialista, deve sostenere che la coscienza sia riducibile a un insieme di reazioni biochimiche che si verificano all’interno del nostro cranio, perché se così non fosse la coscienza sarebbe qualcosa che va oltre un mero insieme di eventi materiali e necessiterebbe di una categoria metafisica a sé stante. Le ragioni filosofiche per pensare che le cose non stiano così sono tuttavia piuttosto forti. 

Proviamo a fare un esperimento mentale, un esperimento ispirato a quello ideato da Frank Jackson nel paper “Epiphenomenal Qualia” conosciuto come “l’esperimento della stanza di Mary”. Immaginate di essere stati rapiti subito dopo la vostra nascita. Un filosofo cattivo vi preleva dall’ospedale per portarvi nel suo covo segreto, vi mette in una stanza tutta bianca e si dedica a darvi tutte le cure necessarie. Il filosofo vi dà da mangiare e da bere, vi cura quando state male, vi insegna a parlare, a leggere e a scrivere. Lasciando da parte il rapimento (ricordo che l’esperimento mentale serve a finalità metafisiche, non etiche), la vostra esperienza in quel luogo ha una sola notevole peculiarità: il filosofo si assicura che voi non vediate mai niente di colore blu: mai un cibo, un vestito, un’immagine che contengano una sola punta di blu; il colore è completamente sottratto alla vostra esperienza. Ma le cose non finiscono qui. Allo stesso tempo, il malvagio filosofo vi costringe a studiare tutto ciò che è possibile studiare sul colore blu, e voi lo imparate. In pochi anni, arrivate a conoscere perfettamente quali frequenze luminose l’essere umano percepisce come blu, il funzionamento dell’apparato visivo e che tipo di oggetti nel mondo esterno sono blu. Sapreste persino dire, neurone per neurone, cosa succede nel cervello di un essere umano che vede il blu, ma ancora il colore non si è mai rivelato nella vostra esperienza. Poi arriva il giorno. Il vostro rapitore finalmente vi conduce all’esterno e quel colore di cui tanto avevate letto si irradia infinito di fronte ai vostri occhi, nel cielo privo di nuvole e tra le onde del mare. 

La domanda è: in base a tutto ciò che avevate imparato sul colore blu (per ipotesi, sapevate tutto ciò che c’è da sapere) avreste potuto, in linea di principio, immaginare come sarebbe stata l’esperienza del blu? Come spesso accade nella ricerca filosofica, qui dobbiamo ricorrere alle nostre intuizioni, e l’intuizione comune dà una risposta negativa. Anche sapendo esattamente quali neuroni si attivano quando vediamo il blu, anche sapendo esattamente quali frequenze luminose vengono percepite come blu, anche conoscendo perfettamente il funzionamento del nostro apparato visivo, non sembra esserci in linea di principio alcun modo per inferire com’è esperire il colore blu. Questo sembra dirci che la coscienza si trovi, almeno in un qualche senso, su un piano diverso rispetto a tutti quegli eventi fisici, chimici e biologici: un suggerimento che intacca sensibilmente la solidità del materialismo metafisico. 

Fortunatamente, alternative al materialismo esistono da millenni. Una che in passato ha goduto di notevole supporto è il dualismo, la teoria secondo cui la realtà sarebbe costituita da due “reami”: quello materiale e quello mentale. In un’impostazione classica, il reame materiale è identificato con il mondo fisico, che sta a quello mentale un po’ come il mondo immanente potrebbe stare a quello trascendente in una visione religiosa del mondo: nessuno dei due si riduce all’altro ed entrambi sono costituenti fondamentali della realtà nel suo complesso. Il dualismo, però, non incontra molto favore tra i filosofi contemporanei e la ragione è il suo difficile connubio con tutto ciò che sappiamo grazie alla ricerca scientifica. Un problema fondamentale risale a Cartesio, uno dei principali sostenitori del dualismo, ed è il seguente. Se la realtà fosse costituita da due reami, quello della materia e quello della coscienza, tali reami dovrebbero essere causalmente connessi in un qualche modo; tuttavia, la ricerca sembra persistente nel confermare che il mondo fisico sia causalmente chiuso, ovvero che tutti gli effetti che vediamo nel mondo fisico abbiano cause fisiche. Il dualista dovrebbe pertanto sostenere che i due reami, quello materiale e quello mentale, siano causalmente indipendenti, ma questa possibilità, oltre a essere molto poco elegante, risulta eccessivamente bizzarra quando si considera che, secondo questa visione, materia e coscienza convivono in enti come noi e gli altri animali. 

Il bivio non promette bene. Da un lato, argomenti filosofici ci dicono che aspettarsi che la coscienza sia prodotta dal cervello non è poi tanto diverso da aspettarsi che un genio possa uscire da una lampada quando la strofiniamo. Dall’altro, postulare un reame della coscienza separato e complementare al mondo fisico ci conduce a una descrizione del mondo difficilmente armonizzabile con le nostre conoscenze scientifiche. Per uscire da questa impasse, un insieme di teorie si sono sviluppate negli ultimi anni che vanno sotto il nome di “panpsichismo”. In generale, i panpsichisti sono d’accordo con i dualisti che la realtà sia costituita sia dalla materia che dalla coscienza, tuttavia non postulano il mentale come un reame separato da quello fisico e complementare ad esso, ma pongono invece la coscienza nel mondo fisico. Esistono due tipi principali di teorie panpsichiste: il micropsichismo e il cosmopsichismo.

L’idea alla base del micropsichismo è semplice: la coscienza è molto più diffusa nel mondo naturale di quanto pensassimo, ed è posseduta, in particolare, dalle più piccole entità che costituiscono la realtà (da cui “micro-”), ad esempio da elettroni, protoni e neutroni, nel caso in cui siano essi i costituenti ultimi. Ovviamente, nessuna persona si sogna di sostenere che un elettrone possa avere lo stesso livello di coscienza che ha un essere umano; il mondo non è pieno di elettroni arrabbiati perché costretti a girare supervelocemente tutto il tempo attorno a protoni e neutroni ingrati dei loro sforzi. Tuttavia, l’idea è che le particelle di base possiedano un qualche tipo di coscienza, una forma di protocoscienza per così dire. Il vantaggio della teoria è chiaro: se le cose stanno così, allora la coscienza umana non è un genio che esce dalla lampada; non c’è più un salto inspiegabile tra la materialità del mondo fisico e la coscienza, perché la coscienza era lì dall’inizio. Certo, la coscienza umana e degli animali superiori è incredibilmente più sofisticata rispetto a quella di un elettrone, però non abbiamo più quell’inspiegabile salto categoriale quando dal parlare delle cose passiamo a parlare della mente. Lo slittamento è quantitativo più che qualitativo. 

Fondamentalmente, il cosmopsichismo fa la stessa cosa del micropsichismo ma all’inverso. Anch’esso pone la coscienza all’interno del mondo fisico, ma invece che attribuirla alle più piccole entità esistenti la attribuisce alla più grande: l’universo nella sua totalità. In questo modo, si riesce sempre a evitare il salto categoriale da materia inerte a coscienza, perché le nostre coscienze vengono viste come derivazioni, per decomposizione o scissione, della coscienza universale. 

Il margine di vantaggio del panpsichismo sul dualismo è notevole, ma anch’esso risente di alcune difficoltà. In primo luogo, anche se queste teorie ci permettono di dare una spiegazione di come si arriva alla nostra coscienza, postulare la coscienza a livello microscopico o universale non ci aiuta a rispondere alla domanda di come si arrivi alla coscienza in generale. Così come prima ci chiedevamo perché siamo coscienti noi, ora ci chiederemo perché lo sia un elettrone o perché lo sia l’universo, e in tal senso il problema sembra rimandato più che risolto. Inoltre, esistono altri problemi un po’ più specifici. Ad esempio, la correttezza del micropsichismo sembra dipendere dalla verità dell’affermazione che ci sia un livello ultimo della realtà, il che non è necessariamente vero: il mondo potrebbe essere decomponibile all’infinito. Esiste poi il così detto problema della composizione: anche se il micropsichismo evita il salto categoriale del materialismo, non appare meno complesso il problema di spiegare come la coscienza di un essere umano possa emergere o essere composta da micro-coscienze. Il problema è particolarmente complesso per quell’aspetto della nostra esperienza cosciente che chiamiamo soggettività: l’unità soggettiva della nostra coscienza non sembra derivabile da soggettività di livello inferiore perché presenta un’omogeneità che è difficile pensare possa essere il risultato della composizione di frammenti. Viceversa, il problema (probabilmente meno arduo) del cosmopsichismo è quello della decomposizione, cioè quello di spiegare come le nostre soggettività possano essere il prodotto di un’unica soggettività che è quella universale. Il problema non è necessariamente insormontabile, ma occorre ulteriore ricerca. 

Esiste tuttavia una quarta alternativa, oltre a materialismo, dualismo e panpsichismo, ovvero l’idealismo. Chiunque abbia studiato filosofia all’università, sa che l’idealista della facoltà è sempre il più bistrattato di tutti, quello un po’ strambo che sostiene tesi coerenti, certo, ma completamente assurde. Dietro a questo diffuso bullismo filosofico si cela una tacita identificazione che viene fatta tra idealismo e la particolare versione di idealismo sostenuta da George Berkeley, spesso riassunta nello slogan “l’essere è l’essere percepito”. Lasciando da parte i dettagli della vera posizione di Berkeley (molto più articolata delle caricature che ne vengono fatte), la tesi che gli viene spesso attribuita è che le cose esistano solo in quanto percepite da un soggetto. In altre parole, secondo questa visione (che comunque riscontra simpatie in alcuni interpreti della fisica quantistica), se tutti i soggetti esperienti cessassero di esistere, la realtà stessa cesserebbe di esistere. Dal momento in cui questa teoria è considerata da moltissimi filosofi fortemente controintuitiva, e considerato che per molto tempo il termine idealismo è stato considerato un suo sinonimo, si è mancato di esplorare l’idealismo con serietà. Oggi però, anche sull’onda di un crescente multiculturalismo filosofico che ci mette a contatto con pensatori non occidentali le cui intuizioni sono spesso ben diverse da quelle tipiche della tradizione originatasi in Grecia, alcuni filosofi stanno riscoprendo il fascino dell’idealismo.

La tesi centrale dell’idealismo è estremamente semplice: la realtà ha una natura mentale. Mentre il materialista sostiene che l’intero mondo naturale ricade all’interno di una sola categoria che è quella della materialità, l’idealista compie la mossa opposta e afferma che tutto ha natura mentale. Secondo questa visione, dunque, non è che le microparticelle o il cosmo nella sua totalità abbiano una coscienza: sono letteralmente costituiti di coscienza. Inoltre, mentre la tesi berkeleyana dell’“essere è essere percepito” implica questo idealismo metafisico (se tutto esiste solo in quanto oggetto di percezione, allora tutto è coscienza), la tesi che la realtà abbia una natura mentale non implica che le cose esistano solo in quanto percepite: un oggetto può benissimo esistere senza che nessuno ne faccia esperienza; semplicemente secondo questa visione la natura dell’oggetto è mentale. 

Ma perché questa tesi dovrebbe aiutarci a risolvere il problema della coscienza? Seguendo un modo di declinare l’idealismo metafisico, quello che noi consideriamo il mondo materiale (ma che, ovviamente, secondo questa teoria è mentale) sarebbe invero l’aspetto esterno della realtà, la quale ha natura mentale. L’idea può apparire bizzarra ma è tanto originale quanto interessante: si sta dicendo che il nostro cervello (o il nostro corpo più in generale) non produce la nostra coscienza ma è bensì il suo aspetto esterno, cioè il modo in cui la nostra coscienza si mostra a un osservatore esterno. In altre parole, le attivazioni neurali che si possono osservare grazie a una tomografia nel cervello di una persona che, ad esempio, svolge a mente calcoli matematici non sarebbero la causa dello svolgere quei calcoli (né viceversa): esse sono il pensare quei calcoli visto da fuori. 

L’idealismo offre un’immagine estremamente omogenea della realtà: essa è una ed è mentale. Tuttavia, esistono due prospettive su di essa, una interna e una esterna, e nessuna delle due causa o produce l’altra perché sarebbe come dire che il verso di una moneta causa o produce il suo complementare. La coscienza umana, quindi, viene interpretata non tanto come un qualcosa ma più come uno stato, una temporanea distorsione della realtà che ritorna su sé stessa e così facendo crea quella prospettiva esterna che è la nostra esperienza del mondo. Va notato, inoltre, che tale visione non offre solo un modo per spiegare come si arrivi alla coscienza umana ma risolve anche la domanda della coscienza in generale, fondamentalmente eliminandola: non c’è nessuna questione di come sia possibile che l’universo contenga il fenomeno della coscienza perché la coscienza è tutto ciò che c’è nell’universo. In altre parole, la domanda del perché esiste la coscienza è ora nient’altro che la domanda del perché esiste una realtà. 

Si tratta di una descrizione del mondo che ha bisogno di essere ulteriormente affinata. Tuttavia, se eliminiamo l’incredulità iniziale che spesso accompagna l’affermazione che la realtà è mentale, troveremo forse che l’idealismo offre un modo affascinante, elegante e potente di comprendere questa cosa così importante per noi che è la coscienza.


Davide Andrea Zappulli è nato a Como (1994), ha studiato filosofia prima all’Università degli Studi di Milano e poi all’Università di Oslo. Tra le altre cose, si occupa di filosofia giapponese, filosofia della religione e del linguaggio.

 

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6 comments on “Il mistero della coscienza e la mente universale

  1. Grazie per il bell’articolo. Mi piacerebbe che lei sviluppasse meglio l’affermazione: “postulare un reame della coscienza separato e complementare al mondo fisico ci conduce a una descrizione del mondo difficilmente armonizzabile con le nostre conoscenze scientifiche” che non mi risulta autoevidente.

  2. Michele Morich

    Quando Magellano arrivava in qualche nuova isoletta gli abitanti non lo vedevano arrivare
    Non distinguevano le grandi navi perché no avevano mai visto roba del genere
    Vedevano gli uomini di Magellano una volta che scendevano nelle scialuppe
    Quelle sapevano distinguerle…
    È noto in psicologia come effetto Magellano…

  3. Michele Morich

    I greci antichi non distinguevano il blu
    Come gli egiziani prima di loro
    Gli egiziani ad un certo punto produssero un pigmento di quel colore e cominciarono a distinguere il blu con il nome del pigmento..
    I greci impararono.

  4. Luca Cremonini

    Trovo la linea editoriale e gli articoli molto interessanti, ma suggerirei di aggiungere in calce un minimo di bibliografia per chi voglia approfondire. Il lavoro acquisirebbe molto più valore.

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