Il mito della femmina riservata

C’è un modo per capire meglio i nostri comportamenti sociali e sessuali, guardare a come funzionano quelli delle specie più simili alla nostra, come i macachi.


IN COPERTINA e nel testo opere di Abraham Teniers

Questo testo è tratto da Diversi di Frans de Waal. Ringraziamo Raffaello Cortina Editore per la gentile concessione.


di Frans de Waal

Ogni volta che sento parlare di autostima, la prima immagine che mi viene in mente è quella del vecchio capo di un grande branco di macachi reso. Era molto sicuro di sé e lo avevamo chiamato Mr. Spickles.

Ho lavorato con i macachi dell’Henry Vilas Zoo di Madison, nel Wisconsin, per un decennio. Spickles aveva una grande determinazione e la faccia coperta di efelidi rosse a cui ci eravamo ispirati nel dargli il nome. Si muoveva nel recinto roccioso all’aperto con fare solenne, circondato da femmine ansiose di pulirlo e spulciarlo. Coricato con le gambe larghe, Spickles esibiva lo scroto scarlatto e chiudeva gli occhi mentre la sua pelliccia veniva diligentemente sottoposta a grooming. Sembrava grande il doppio di una femmina, ma era principalmente per via del folto pelo. Camminava sempre tenendo la coda orgogliosamente alta, cosa che nessun altro maschio avrebbe mai osato fare, almeno in sua presenza. Allo stesso tempo però la sua posizione dipendeva dalle femmine. Orange, la femmina alfa, lo sosteneva con forza. Le società di macachi reso sono sostanzialmente costituite da una rete di femmine imparentate tra loro e guidate da quella gerarchicamente più in alto nel sistema matrilineare.

Ho fatto appositamente riferimento alla “determinazione” perché circa un secolo fa i macachi reso dello stesso piccolo zoo vennero studiati da Abraham Maslow, lo psicologo che elaborò la teoria della gerarchia dei bisogni. Occorre prima soddisfare tutti i propri bisogni fondamentali (quanto a sicurezza, appartenenza e prestigio) per sviluppare appieno il proprio potenziale. Pochi sanno che Maslow trasse ispirazione per questo principio cardine dei seminari di impresa dalle osservazioni compiute sui macachi: l’aria impudente e sicura di sé della scimmia di rango più elevato e la “vigliaccheria strisciante”, per usare la sua definizione, degli individui vicino alla base della gerarchia sociale. Spostando la sua attenzione su di noi, Maslow tradusse la determinazione scimmiesca nell’autostima umana. Questa miscela di autovalutazione e autocontemplazione si rivelò perfetta per la cultura statunitense, tanto da essere considerata valida ancora oggi.

L’idea paradossale per cui un individuo può essere dominante ma anche dipendente dagli altri probabilmente non ha mai sfiorato Maslow. Come molti psicologi, pensava in termini di caratteristiche individuali e tipi di personalità. La dominanza è un fenomeno sociale, però: dipende dalle relazioni, non dall’individuo. Non si può capeggiare qualcuno che si rifiuta di seguirti. Perciò, invece di pensare che Spickles imponesse la sua dominanza sugli altri, sarebbe meglio considerarlo come l’individuo dominante accettato dagli altri. Si era guadagnato il rispetto e il sostegno di tutti, Orange compresa. E la cosa interessante era che, nonostante lei lo tenesse in sella, i suoi interessi sessuali erano tutta un’altra storia. Durante la stagione riproduttiva Orange era attratta dai maschi più giovani.

Nativi delle regioni temperate dell’Asia sudorientale, i macachi reso si accoppiano in autunno in modo che i piccoli nascano in primavera. Quando le femmine diventano fertili, la vita nel branco cambia radicalmente. Le femmine vanno in cerca di partner con cui accoppiarsi e la competizione tra i maschi si intensifica. Spesso i maschi interrompono l’accoppiamento di quelli che occupano una posizione gerarchica inferiore alla loro. Per tutta la stagione riproduttiva la mia attenzione si concentrò su un particolare triangolo: Spickles, Orange e Dandy. I primi due erano ben affermati. Orange, il cui nome si riferiva al colore chiaro del pelo, era il macaco con più seguito nel gruppo. Ogni volta che si spostava, le altre femmine reagivano ritraendo indietro le labbra per mostrare i denti in sorrisi che andavano da un orecchio all’altro. I macachi sorridono per ingraziarsi gli individui di alto rango. I sorrisi sono un segnale di inequivocabile sottomissione, grazie al quale il macaco dominante non è costretto a mettere continuamente in chiaro la propria posizione. I sorrisi rivolti a Orange erano molto più numerosi di quelli che riceveva Spickles. Occasionalmente però lei sorrideva a lui (mentre il contrario non accadeva mai), formalmente dunque il maschio era di grado superiore alla femmina.

Dandy era un bel maschio vigoroso e aveva meno della metà degli anni di Spickles. Poteva correre seguendo il perimetro del grande recinto e arrampicarsi su e giù lungo la copertura di rete, con una velocità e un’agilità che nessuno poteva eguagliare. Di sicuro non Spickles, che era rigido, lento e restava subito senza fiato. Spickles faceva fatica a gestire Dandy che, qualche volta, lo provocava saltandogli proprio davanti o non facendosi da parte quando veniva minacciato. Ogni volta che si verificavano episodi simili, Orange li raggiungeva con calma e si posizionava accanto a Spickles. Non aveva bisogno di fare niente di più, perché Dandy sapeva che in questo conflitto non avrebbe mai potuto vincere. Tutte le femmine spalleggiavano Orange. Scontrarsi con la femmina alfa non è una scelta contemplabile nella rigida gerarchia dei macachi reso.

Durante la stagione riproduttiva, però, Orange andò espressamente a cercare Dandy per accoppiarsi. Spickles cercò di impedirlo, inseguendo il maschio più giovane (senza mai riuscire a prenderlo) ma Orange ogni volta tornava da Dandy per stare con lui. I due potevano restare abbracciati per giorni e Orange saltuariamente pressava Dandy perché si desse da fare. Gli mostrava il fondoschiena perché lui potesse montarla. Tanto più il consorzio coniugale durava, quanto più Spickles si rassegnava a lasciarli fare. Qualche volta usciva volontariamente di scena, rimanendo per un po’ negli alloggi interni, permettendo così ai due amanti di accoppiarsi senza problemi. I diari che scrissi in quel periodo dimostrano che, da giovane scienziato, rimasi perplesso. Perché Spickles si era tolto di mezzo? Tra le ipotesi che avanzai c’era il suo desiderio di “salvare la faccia”, oppure l’incapacità di sopportare la vista dei due che si accoppiavano. Forse cercava di gestire lo stress. Alla fine della stagione riproduttiva Spickles aveva perso il 20% del suo peso.

Spesso pensiamo che la vita sociale delle scimmie sia più semplice rispetto a quella delle grandi antropomorfe, ma ho imparato con il tempo che non bisogna mai sottovalutare la complessità dei primati. In questo particolare triangolo amoroso, Orange bilanciò con attenzione due preferenze, una riguardante la leadership politica, l’altra il desiderio sessuale. Non fece mai confusione tra le due cose. In un paio di occasioni vidi Dandy che approfittava della sua vicinanza con Orange per sfidare Spickles. Entrambe le volte Orange mise immediatamente a posto il suo giovane amante. Per sicurezza attaccò anche la madre, come se volesse chiarire che tutta la famiglia di Dandy doveva stare al suo posto.

Anche se con il mio gruppo vedemmo Spickles accoppiarsi molto più spesso di ogni altro maschio, la sua prole non era più numerosa. Lo sappiamo con certezza perché per otto anni questo gruppo di macachi rientrò in uno dei primi studi sulla paternità svolti in primatologia. Tra primatologi si pensava che i maschi alfa diffondessero i propri geni con più successo degli altri. Per sostenerlo però ci basavamo esclusivamente sull’attività sessuale osservata e documentata. Più un maschio si accoppiava, più credevamo che avrebbe procreato. Questa ipotesi però si è rivelata sbagliata. Mentre i maschi alfa non si fanno scrupoli a montare le femmine all’aperto, gli altri spesso si danno da fare di nascosto durante la notte.

A quel tempo le tecnologie per analizzare il DNA non erano ancora disponibili, ma gli scienziati nel nostro centro di studio dei primati confrontarono il gruppo sanguigno dei neonati con quello dei potenziali padri. Trovammo così una correlazione approssimativa tra il rango di un maschio e il numero dei suoi diretti discendenti. I maschi alfa effettivamente avevano risultati migliori rispetto alla media, ma non si avvicinavano neppure lontanamente ai numeri che ci saremmo aspettati. Qualche volta i maschi emergenti – come Dandy – riuscivano ad avere una prole più numerosa.

Nel gioco dell’accoppiamento la posizione nella gerarchia è soltanto uno dei fattori da considerare. L’altro è la preferenza femminile. Per molto tempo questo fattore venne trascurato, in parte perché la scelta della femmina è più difficile da osservare rispetto alla spacconeria maschile. Poche femmine possono comportarsi impunemente come faceva Orange, perché corrono un rischio troppo alto se le loro preferenze sessuali non si adeguano alla gerarchia maschile. Le tresche con maschi inferiori richiedono il ricorso a tattiche elusive. Le “copule furtive”, come vengono chiamate, hanno luogo dietro i cespugli o quando il capo dorme. Nei gruppi di primati l’attività sessuale illecita è molto frequente. Spesso mi è capitato di osservarla tra gli scimpanzé.

A pochi metri da un maschio, capita che una femmina si riposi nell’erba con il rigonfiamento genitale rivolto verso di lui. Come se nulla fosse, lei guarda al di sopra della spalla mentre lui controlla nervosamente in giro per vedere dove sono in quel momento i maschi dominanti. Stare vicino a una femmina in quelle condizioni è già di per sé un rischio. Il maschio scelto si alza lentamente e si avvia in una particolare direzione, fermandosi di tanto in tanto per guardarsi intorno con fare furtivo. Qualche minuto dopo la femmina cammina in un’altra direzione. Sa esattamente dove è andato il maschio e, grazie a una deviazione, lo incontra. La sveltina tra i due si consuma in un luogo nascosto, entrambi poi si allontanano in direzioni separate. Con l’eccezione di pochi giovanissimi curiosi della stessa specie e dell’osservatore umano, nessuno saprà mai che cosa è accaduto. Il loro sotterfugio è frutto di una estrema cooperazione, che prevede anche di evitare di produrre qualsiasi suono. Di solito le femmine di scimpanzé vocalizzano quando raggiungono il climax in un rapporto, ma durante un incontro segreto non lo fanno mai.

La seconda ragione per cui abbiamo sottovalutato il ruolo della scelta femminile è culturale. Nelle scienze biologiche e nella società in senso lato la sessualità femminile, umana o animale, venne per molto tempo descritta come passiva e riservata. Ci si aspettava che le femmine fossero passive e riservate e le eccezioni venivano minimizzate o trascurate. Si pensava che fosse il maschio a decidere chi dovesse riprodursi e chi no. La conquista delle femmine poteva essere difficile, quando si permetteva loro di scegliere il maschio migliore tra numerosi pretendenti, ma l’iniziativa sessuale femminile non rientrava nelle teorie biologiche dell’epoca.

È deplorevole che per tanto tempo sia stata questa la nostra idea, soprattutto se pensiamo che già Darwin aveva suggerito un’interpretazione più ampia. La sua ipotesi però venne ignorata e nascosta per oltre un secolo. Forse Darwin condivideva la scarsa opinione sulle donne, comune a quel tempo in Inghilterra, in particolare riguardo alle loro facoltà intellettuali, però era davvero molto progressista a proposito del ruolo femminile nell’evoluzione. Fu infatti il primo biologo a sottolineare l’importanza del loro modo di agire, mentre chiunque altro considerava le femmine meri recipienti per la riproduzione maschile. Darwin, dunque, sviluppò la teoria della selezione sessuale, secondo la quale i colori brillanti e i canti melodiosi sono dovuti alle preferenze espresse dalle femmine in fatto di comportamento, ornamenti e armi maschili. Accoppiandosi con il maschio meglio dotato, le femmine guidano l’evoluzione. I contemporanei di Darwin considerarono ridicola questa idea, che assegnava un ruolo tanto cruciale alle femmine. Il botanico britannico St. George Jackson Mivart era certo che “l’imprevedibilità di un vizioso capriccio femminile è tale che non potrebbe mai produrre alcuna costanza nella colorazione con la sua azione selettiva”. Se consideriamo che in quei giorni vizioso aveva un significato simile a malizioso, Mivart sostanzialmente accusò Darwin di aver proposto qualcosa di immorale.

Oltre ad avere poca fiducia nelle femmine, i critici credevano che i “bruti” (gli animali) non avessero libertà di scelta. Era chiaramente assurdo pensare che le femmine degli uccelli, o di qualunque altro animale, potessero decidere qualcosa. L’idea era ulteriormente amplificata dalla scarsa opinione sull’intelligenza animale nel suo complesso, che risaliva al secolo precedente. Gli animali venivano descritti come macchine, guidate dall’istinto e capaci di apprendere soltanto informazioni semplici. I laboratori pieni di ratti che abbassavano leve e di piccioni che beccavano in risposta a uno stimolo dimostravano esattamente quanto fossero ottusi. Era ridicolo aspettarsi da loro che facessero scelte particolareggiate su qualcosa di diverso dal cibo e forse neppure su quello.

Nemmeno gli antropologi furono d’aiuto: per loro le donne erano semplici pedine nei giochi degli uomini. Secondo la teoria più diffusa, figlie e sorelle erano proprietà degli uomini. Venivano scambiate come un “sommo dono” per cementare le alleanze tra gruppi patriarcali. Un residuo simbolico di questa attitudine resiste ancora nei matrimoni, quando la sposa viene “consegnata” dal padre al nuovo marito.

L’idea per cui il gioco dell’accoppiamento debba svolgersi tra maschi, e che le femmine siano oggetti passivi nel medesimo gioco, è tuttora straordinariamente popolare nonostante la mancanza di prove. Le prime falle nella teoria emersero grazie a uno studio scientifico svolto sugli stessi animali che avevano ispirato Darwin: gli uccelli. Negli anni Settanta del Novecento alcuni ricercatori stavano cercando un modo per controllare le popolazioni di ittero alirosse. Dopo aver vasectomizzato alcuni maschi, gli studiosi si aspettavano di trovare covate di uova sterili. Quando però misero nell’incubatrice le uova raccolte nei nidi dei maschi sterilizzati, rimasero sbalorditi nel vedere quante fossero quelle che si schiudevano. Chi mai poteva averle fecondate? Forse i maschi integri nei paraggi avevano obbligato le povere femmine ad accoppiarsi?

All’epoca la convinzione che le femmine fossero passive era talmente radicata da aver indotto i ricercatori a pensare che il sesso al di fuori della coppia potesse soltanto essere imposto con la forza.

Con l’aumentare del numero di uccelli studiati però crebbe anche il numero di nidiate in cui potevano essere identificati più padri. Inoltre, l’idea che le femmine fossero vittime delle incursioni di maschi invasori perse credibilità. Quando gli uccelli vennero seguiti usando la radiolocalizzazione, la verità venne a galla. Studiando le parule dal cappuccio, l’ornitologa canadese Bridget Stutchbury vide alcune femmine che seguivano attivamente maschi forestieri: facevano incursioni fuori dal loro nido ed emettevano sonori richiami, come per dire ai potenziali partner Ehi, sono qui!

Queste osservazioni ebbero un impatto ancora più vasto in quanto la monogamia tra gli uccelli veniva tradizionalmente proposta come una fonte di ispirazione per gli esseri umani. Un secolo fa un reverendo inglese propose il legame di coppia della passera scopaiola come esempi perfetto. Sarebbe meglio per tutti se ci comportassimo di più come quei dolci uccellini, raccontò al suo gregge di fedeli. Pur essendo un appassionato naturalista, però, il reverendo non aveva un’idea corretta di come andassero le cose. Non sapeva quello che successivamente abbiamo appreso da Nick Davies della Cambridge University, il massimo esperto di passere scopaiole al mondo. Avendo documentato i numerosi ménages-à-trois e i liberi amoreggiamenti di questi uccelli, Davies chiarì una volta per tutte che non dipendevano soltanto dai maschi. Le femmine di passera scopaiola hanno un ruolo attivo nella loro piccante vita sessuale. Lo studioso allora ipotizzò che se le persone avessero seguito il consiglio del reverendo inglese “nella parrocchia sarebbe esploso il caos”.

Le pulsioni sessuali delle femmine degli uccelli sono così sottovalutate che, semplicemente ammettendone l’esistenza, si potrebbero fare molti soldi. Le “gare di piccioni”, uno sport popolare in Europa e in Cina, si svolgono su lunghe distanze, per esempio da Barcellona a Londra o da Shanghai a Pechino. Il primo uccello ad arrivare a casa vince un grosso premio. Il ruolo del desiderio sessuale delle femmine è venuto fuori durante un’intervista al proprietario belga della campionessa New Kim. Per acquistare questa piccioncina un miliardario cinese ha sborsato quasi due milioni di dollari. L’orgoglioso allevatore ha raccontato che i concorrenti sono soliti adottare una tecnica che rende temporaneamente “vedovi” i piccioni maschi. Qualche giorno prima di una gara, separano il maschio dalla sua partner stimolando in tal modo il suo desiderio di tornare a casa. New Kim era una femmina, ma il suo proprietario aveva scoperto che la stessa tecnica funzionava anche con lei. Le impediva dunque di accoppiarsi con il suo maschio per diversi giorni pur permettendole di vederlo. Era l’unico modo, ha spiegato, per farla volare più in fretta degli altri. Diventava smaniosa di tornare a casa per “festeggiare” con il suo compagno.

Il riconoscere l’esistenza di un impulso sessuale nelle femmine preparò il terreno per l’emergere del femminismo darwiniano, volendo usare il nome suggerito dalla biologa statunitense Patricia Gowaty nel 1997. Questo termine potrebbe sembrare un ossimoro, dato che molte femministe considerano gli esseri umani assai distanti dagli uccelli e dalle api. In linea di massima non pensano che la scienza evoluzionistica, e l’enfasi che pone sulla genetica, siano particolarmente favorevoli alla loro causa. Gli studiosi di scienze biologiche, donne e uomini, femministi compresi, sanno però che il femminismo non può essere scollegato dalla biologia. In fondo, se non esistessero due sessi non ci sarebbe alcun bisogno del femminismo. E perché i sessi sono due? Perché la riproduzione sessuata funziona meglio della sua alternativa, cioè la clonazione. Se fossimo una specie che si riproduce mediante clonazione, l’ineguaglianza di genere non esisterebbe in quanto saremmo tutti uguali e ci riprodurremmo nello stesso modo. Ma pagheremmo un prezzo enorme per questo.

La riproduzione sessuata comparve oltre un miliardo di anni fa nell’evoluzione delle piante e degli animali per una valida ragione. È un processo talmente diffuso che la maggior parte di ciò che sappiamo al riguardo non deriva dalla nostra specie. Le leggi dell’ereditarietà, per esempio, vennero scoperte da un monaco della Slesia che coltivava piselli. Avere due genitori che contribuiscono alla riproduzione rimescola, per così dire, il mazzo di carte genetico a ogni generazione, permettendo ai discendenti di possedere nuove combinazioni di geni e di essere pronti ad affrontare cambiamenti ambientali e nuove malattie. La riproduzione sessuata ci rende flessibili in termini genetici. Comunque, senza sesso saremmo tutti uguali ma non prolifici.

Il femminismo darwiniano cerca di rappresentare in modo più inclusivo l’interrelazione tra i sessi e la sua influenza sull’evoluzione. Però non sempre si è capito perché questo tema meriti attenzione. Negli anni Novanta Patricia Gowaty prese parte a un seminario nel Kentucky nell’ambito di un programma di studi sulle donne. In quell’occasione mise a confronto i contributi del maschio e della femmina alla riproduzione. Al termine un’astante arrabbiata la criticò insistendo che le argomentazioni evoluzionistiche non erano pertinenti e che tutto ciò che Gowaty aveva detto si poteva spiegare con il timore degli uomini nei confronti della sessualità femminile. Questa opinione non fu neppure troppo inverosimile se pensiamo al disprezzo espresso da Freud per la clitoride, al lento riconoscimento della sessualità femminile negli uccelli e al tentativo di cancellare dalla storia dell’evoluzione umana i bonobo “sfiancati” dal sesso. La società non gradisce la sessualità femminile e gli uomini di scienza hanno sistematicamente cercato di rinchiudere la libido femminile buttando via la chiave.

Ma Gowaty e la persona che la criticò potrebbero avere entrambe ragione. La maggior parte della gente riflette pensando alla psicologia quotidiana, un approccio molto diverso da quello evoluzionistico. Per comprendere l’evoluzione è essenziale fare un passo indietro rispetto a ciò che determina il nostro comportamento in questo preciso istante. Invece di considerare le motivazioni, l’ideologia, l’educazione, la cultura, gli ormoni, le sensazioni e tutto ciò che influenza il nostro processo decisionale, i biologi evoluzionisti pensano in termini di milioni di anni. Riflettono sul lungo termine e cercano di guardare dietro il velo dell’evoluzione per prendere in considerazione le basi genetiche del comportamento. In che modo favorisce la sopravvivenza e la riproduzione? A loro non interessano le motivazioni degli attori sulla scena e neppure se questi ne conoscono i benefici a lungo termine.

Un esempio pertinente è proprio il sesso. Noi lo facciamo per due ragioni, soltanto una delle quali in quel momento ci fa agire. La prima è rappresentata dall’attrazione sessuale e dal desiderio. Profondi cambiamenti fisici ci eccitano e lubrificano per prepararci alle acrobazie che chiamiamo “fare l’amore”. Il nostro scopo è quello di soddisfare l’impulso, provare piacere, risolvere le tensioni sociali, esprimere sentimenti teneri e così via. Questi sono i motivi genuini che tutti quanti comprendiamo.

La seconda ragione per cui facciamo sesso sta dietro il velo. Ed è il motivo per cui, in primo luogo, il sesso esiste e noi condividiamo con molte altre specie i suoi curiosi meccanismi di inserimento e spinta. Con il sesso facciamo in modo che lo spermatozoo e l’ovulo si incontrino per formare uno zigote. Questo incontro non fa parte della nostra motivazione. Tranne quando cerchiamo deliberatamente di concepire, la riproduzione potrebbe non venirci mai in mente quando facciamo sesso. Ecco perché qualcuno ha dovuto inventare la pillola del giorno dopo.

Per gli animali il velo dell’evoluzione è ancora più spesso – ed è anche opaco. Non abbiamo prove del fatto che una qualunque altra specie, oltre la nostra, colleghi il sesso con la prole. Anche se non possiamo escluderlo del tutto, l’intervallo tra i due fenomeni è probabilmente troppo lungo perché le altre specie riescano a rilevare una connessione. Ciò significa che la riproduzione non è ciò che stimola il sesso. Anche se l’attività sessuale degli animali viene chiamata “riproduzione” o anche “incrocio”, questi sono soltanto nostri modi di intenderla, non degli animali. Per loro il sesso è sesso e basta. Le madri ovviamente conoscono la loro prole perché l’hanno messa al mondo e l’hanno nutrita, ma questa conoscenza non dipende dalle informazioni che potrebbero avere sulla fecondazione. I padri ne sanno ancora meno.

Se pensiamo a questa conoscenza limitata, è facile trovare noiosi i documentari naturalistici che ci raccontano le cose come se gli animali ne fossero consapevoli. Per commentare una scena in cui due maschi di zebra si scalciano e mordono reciprocamente, la voce narrante spiega con autorevolezza: “Questi maschi combattono per decidere chi feconderà le femmine”. Però quei maschi di zebra non sanno nulla di spermatozoi, ovuli, geni o del modo in cui si arriva alla gravidanza. Combattono per decidere chi monterà la femmina. Punto e basta. Non è un loro problema chi riuscirà a figliare. Solo noi, studiosi di biologia, guardiamo dietro il velo e pensiamo in termini di maschi che riusciranno, o meno, a trasmettere i propri geni.

A un certo punto, probabilmente migliaia di anni fa, i nostri antenati incominciarono a capire che la gravidanza richiede il sesso. Ma come i due processi fossero precisamente connessi rimase un mistero per la maggior parte della preistoria e della storia degli esseri umani.

Dopo aver esitato a lungo, e con un pesante senso di colpa, lo scienziato olandese Antoni van Leeuwenhoek posò un po’ del suo eiaculato sotto la lente del microscopio, la sua nuova invenzione. Scoprì allora che conteneva migliaia di “animalculi” ondeggianti. Questo accadde nel 1677, tanto per far capire quanto siano recenti le nostre scoperte sul sesso. Darwin non sapeva niente dei geni o di come quelli dei due genitori interagiscano. Immaginò che ovuli e spermatozoi ricevessero informazioni da tutto il corpo, e che queste poi si mescolassero e venissero trasmesse alla generazione successiva. La genetica moderna rimpiazzò la teoria della pangenesi e altre simili soltanto dopo che il lavoro di Gregor Mendel, il frate nell’orto dei piselli, venne riscoperto nel 1900.

A ogni modo, i nostri amici primati non sono del tutto all’oscuro di ogni aspetto della riproduzione. Anche loro hanno esperienze di prima mano per quanto riguarda la gravidanza, il parto e l’allattamento. Le femmine più anziane, in particolare, conoscono probabilmente tutti gli stadi che si attraversano in gravidanza. Però anche gli individui senza esperienza diretta potrebbero sapere più di quanto immaginiamo. Me ne resi conto la prima volta quando vidi un giovane maschio di cebo cappuccino, Vincent, avvicinarsi alla sua migliore amica, Bias, e appoggiare deliberatamente un orecchio sul suo ventre. Rimase così per circa dieci secondi. Nei giorni successivi lo vidi ripetere quel gesto diverse volte. A quel tempo non sapevo che Bias fosse incinta (è difficile da capire in queste scimmie) ma poche settimane dopo la vidi con un minuscolo cucciolo sulla spalla. È poco probabile che Vincent si sia accorto della gravidanza usando l’olfatto (come noi, le scimmie si basano principalmente sulla vista), ma potrebbe aver sentito il feto muoversi mentre giocava con l’amica. Credo che volesse sentire battere il suo cuore.

Nelle grandi antropomorfe ho notato un interesse simile per le femmine in attesa. Le femmine di questi primati si assistono durante il parto e sembrano effettivamente consapevoli di ciò che accade quando una di loro è gravida. Ciò non vuol dire comunque che capiscano come funzioni la riproduzione. Parlando in termini evoluzionistici del comportamento dei primati, è sempre molto importante distinguere tra quello che loro sanno rispetto a ciò che noi sappiamo. E anche nel caso della nostra specie, che conosce il collegamento tra sesso e neonati, l’origine della maggior parte dei nostri comportamenti rimane nascosta dal velo evolutivo.


Frans de Waal insegna al dipartimento di Psicologia della Emory University di Atlanta. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Il bonobo e l’ateo (2013), Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (2016), L’ultimo abbraccio (2020) e Diversi (2022).

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