Il nostro ecosistema informativo è cambiato ed è diventato più caotico. La novità principale è il collasso delle mappe informative nell’era dei media digitali, che ha sparigliato le carte. Un’altra roncolata poi è arrivata da come queste novità si sono combinate a bias e alle nostre comprensibili paure. La soluzione è non disperarsi.
IN COPERTINA Shawn C. Smith, Banksy Tags Horse
C’è stato un tempo (mitico, come tutti i tempi che ricordiamo meglio di quelli esistiti davvero) in cui il problema principale dell’informazione era non avervi accesso. Pochi canali, poche voci, poche autorità che, proprio in quanto poco numerose, erano piuttosto riconosciute e riconoscibili. La scarsità, come in ogni regime austero, aveva il vantaggio di rendere visibili le gerarchie: sapevamo chi parlava, perché parlava e, soprattutto, a nome di chi. Non sempre, certo, si potrebbero trovare eccezioni e controesempi, ma questo era il sistema. Ecco, con la diffusione capillare dei media attuali le cose sono cambiate. Non a caso sono nati i Media studies, proprio per provare a raccapezzarci e di conseguenza orientarci nelle novità. Da quel momento in poi, diciamo dalla seconda metà del Novecento, si è iniziato a capire che quella apparente chiarezza gerarchica era già un costrutto fragile e in bilico, ormai soltanto una narrazione rassicurante più che una fotografia del reale. Ma fino a qualche tempo fa c’erano comunque quelle che potremmo chiamare delle mappe condivise. Mappe dell’informazione minime, ok, ma c’erano. Oggi non solo le mappe sono saltate, ma sembra sia venuto meno anche il terreno su cui avremmo dovuto dispiegarle.
Il mondo delle informazioni oggi è sicuramente un po’ più caotico di ieri, ma non tanto a causa di un complottone, di un decadimento morale o di una perdizione in cui siamo finiti da capo a piedi. Più banalmente i difetti che avevamo prima oggi viaggiano su tecnologie più performanti.
Chissà forse lo conoscete, c’è un bias cognitivo che in inglese si chiama “negativity bias” e che di recente è stato coniugato apposta in chiave mediatica come “bad news bias”. In pratica, semplicemente, noi umani preferiamo di gran lunga sentir parlare di cose negative che di quelle positive. Se c’è una frana in un paesino siciliano ne parliamo per giorni e con grandissime attenzioni (ovviamente) mentre se in un paesino siciliano tutto va alla grande non ci sarà nessun titolo e nessun articolo a riguardo. Se il Pil va giù si merita le prime pagine dei giornali ma se invece cresce si merita al massimo la terza pagina. Lo stesso vale in chiave giudiziaria: se un personaggio pubblico viene arrestato quell’arresto ce lo ritroviamo ovunque ma se poi, a distanza di settimane o mesi, venisse assolto la notizia sarebbe un trafiletto da cercare col lanternino.
Il bias della negatività ha ragioni e radici ovvie oltre che piuttosto antiche: parlare di ciò che non va (o che ci spaventa) ci serve a scongiurarlo in futuro. Le notizie e i nostri discorsi collettivi sui temi peggiori servono a “vaccinarci” rispetto a quegli stessi problemi. Ma oggi questi nostri bias sono esasperati dalle nuove tecnologie. Qui sta la novità. Pensate al cosiddetto bias di disponibilità (cioè che per farci un’idea del mondo diamo priorità alle cose che sentiamo prossime e che osserviamo o sappiamo in prima persona) e applicatelo a come girano le informazioni: ciò che vediamo coi nostri occhi ha molta importanza. Ciò che non vediamo semplicemente non ne avrà. Si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” per un motivo, no?
Esempio semplice: in Iran vengono uccisi migliaia o decine di migliaia di manifestanti, ma non avranno mai migliaia di volte le attenzioni che ha avuto l’uccisione di Alex Pretti, il manifestante di Minneapolis ucciso dall’ICE. Il motivo è che dell’omicidio di Pretti disponiamo di centinaia di foto e video dell’accaduto che passano in loop su Instagram e nei programmi in TV. Le stiamo analizzando da giorni. In una dittatura invece le foto e i video degli omicidi fatti per strada dalle forze dell’ordine sono pochissimi, oppure non ci sono affatto. Di quasi tutti gli omicidi di manifestanti per le strade delle città iraniane non sappiamo nulla, e quindi ci indigniamo poco. Quei pochi orrendi video che in qualche rocambolesca maniera sono riusciti ad aggirare il blocco di internet iraniano non sono abbastanza. Eppure sono migliaia, se non decine di migliaia di omicidi: è triste ammettere che la censura funziona, ma è vero eccome. E così anche i meglio informati tra noi potrebbero farsi l’idea che a Minneapolis sia in corso una carneficina e a Teheran ci sia solo qualche serio tafferuglio.
I media, come dicevamo, possono darci un’idea della realtà filtrata a monte e quindi parziale. Starebbe a noi, attivamente, completare i pezzetti mancanti con la ragionevolezza, il dubbio ben misurato e il senso critico. Ma sapremmo farlo?
Poi ci sono degli altri dossi su questo nostro zigzagante sentierino della ragionevolezza mediatica; sentierino tanto ambizioso da porsi ancora oggi l’ambizione dell’oggettività. Prendete i media (quindi anche semplicemente un account sul social che più vi piace) che per ottenere click e attenzioni amplificano questo nostro bias, quello della negatività. Che a noi è appunto sempre servito a sopravvivere, a gestire e affrontare gli aspetti peggiori delle nostre esistenze.
Le amplificazioni sono tantissime, mica c’è solo la questione della negatività e del frazionamento del palco da cui le informazioni vengono “prodotte”. La gratuità e la facilità con cui i social network ci permettono di commentare le cose che accadono, per esempio, peggiorano ulteriormente le cose.
Più commenti, post, podcast e testi pubblicati significherà più commenti, post, podcast e testi su tragedie, disperazioni, omicidi irrisolti e gattini che vengono salvati da vigili del fuoco dentro a reel Instagram brevissimi e sincopati. Così l’amplificazione mediatica di un nostro meccanismo mentale diventa sensazionalismo, clickbait e distorsione cognitiva. Ma in seconda battuta si trasforma anche in ansia generalizzata, catastrofismo e polarizzazione politica sui temi più disparati. Un brutto minestrone informativo in cui essere immersi.
Se a leggere di questi pessimismi algoritmici e brutalmente umani ci venisse da gettare la spugna e abbandonarci al risentimento è meglio fermarsi un attimo e fare un respiro profondo. Deprimersi non serve a noi e non serve al mondo. L’ansia non serve neanche lei, né a noi né alle cose su cui potremmo renderci utili.
D’altronde pensateci un secondo: se davvero il mondo è una catastrofe, se tutto va malissimo, se non c’è possibilità che le cose si sistemino almeno un pochino sotto qualche rispetto allora non ha senso nemmeno – chessò – aiutare il prossimo, votare, informarsi, attivarsi per le istanze che ci interessano. Se così fosse non avrebbe senso l’attivismo in nessuna sua forma, non ha senso scegliere cosa leggere, né ne avrebbe la ricerca o lo studio. Se davvero ragionassimo tutti in una chiave così arrendevole e depressiva allora di scampo non ce ne sarebbe. E invece essere attivi e propositivi sulle cose del mondo serve eccome, serve a cambiarle e migliorarle pian piano. Foss’anche di un millesimo di millimetro alla volta; cominciando oggi dei lenti trend di miglioramento di cui noi non vedremo i risultati, ma godranno solo i nostri nipoti.
Anche perché che ci crediate o meno succedono in realtà tante, microscopiche, cose che fanno intendere come un passo incerto dopo l’altro noi tutti, noi nel senso di collettività, stiamo riuscendo ad affrontare questo nuovo ecosistema informativo caotico e illusoriamente ampliato in chiave democratica. Su questo c’è un saggio interessante appena pubblicato da Raffaello Cortina che si intitola “Contro la tecnofobia” e parla anche di questi temi nella loro chiave più preoccupante, l’educazione e la vita dei più giovani. Il titolo dice già tutto: meglio gestirla la tecnologia che cadere nella solita vecchia manfrina del luddismo. Gli autori – Vittorio Gallese, Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella – dicono in sostanza che rinunciare alla tecnologia non ci salverà. E nemmeno, aggiungerei, ritirarci per sempre in qualche safe space monacale contornato da ulivi nel centro Italia. Meglio gestire le cosacce della tecnologia informativa odierna e provare a vedere se con un po’ di fatica, e di pazienza, si riesce ad ammaestrarle.


Sono abbastanza d’accordo con le conclusioni, anche perché vivere rinunciando alla tecnologia, oggi, sarebbe impensabile. Davvero sarebbe una vita da monaci o eremiti. Ingestibile. Però è anche vero che quando dici che possiamo fare qualcosa, anche fosse un miglioramento di un millimetro alla volta, ecco… io qui vado in paranoia, perché noi ci spostiamo un millimetro alla volta, e intanto la tecnologia, con tutte le sue imprevedibili ma purtroppo ben evidenti conseguenze negative, avanza con un motore a curvatura. Oggi gli ambienti digitali sono invasi da IA, bot, alterazioni e manipolazioni con fini manipolatori, oltre a a tutto il ciarpame dovuto ai bias cognitivi, alle logiche degli algoritmi, alle necessità di guadagno pubblicitario tramite clic bait e compagnia bella, ed è difficile sperare in una presa di coscienza collettiva, in un modo orientarsi, per ritracciare delle mappe, se ragioniamo sempre sul riparare i danni piuttosto che prevenirli.
Tutto sto pippone pessimista per dire che io, personalmente, sono un po’ spaventato, ma potrebbe anche benissimo essere un mio periodo no. Appena prima della pandemia, per esempio, il bellissimo libro Factfulness mi aveva ridato fiducia in quello che possiamo e sappiamo fare. Forse mi ci vorrebbe di nuovo qualche storia (con dati a supporto preferibilmente) più conciliante?
Grazie per l’articolo comunque. E perdona questo commento “sfogo” ;)
Ciao Davide, grazie a te, Factfulness è un gran bel libro, e ce ne sono diversi altri (quelli di Rutger Bregman per esempio) che possono tirarci su il morale; ad ogni modo vale la pena farci caso, al fatto che c’è spazio per un ragionevole ottimismo. I disfattisti e i catastrofisti quasi sempre stanno semplicemente cercando dei click e dei like ;)