Il Mostro di Firenze, Dante e la volpe

Seicento anni separano Dante dal Mostro di Firenze, eppure entrambi utilizzano una metafora molto particolare. Quella del “fetore della volpe”. Come è possibile? Un viaggio attraverso la storia di un simbolo e la cultura materiale da cui emerge, verso una nuova prospettiva sull’Epistola VII del Poeta


in copertina: mimmo paladino, gazzella” – opera all’asta da pananti casa d’aste.

di Alessandro Viola

Durante la pandemia si aveva molto tempo e poco da fare: in tanti hanno imparato a preparare il pane in casa, altri si sono dati alle serie tv. Io invece ho speso un mese intero a sentire le registrazioni del processo Pacciani. Ognuno ha le sue perversioni, immagino, e non starò qui a parlare del caso del mostro di Firenze. Però c’è una scena che credo meriti qualche parola.
A un certo punto viene chiamata a testimoniare una donna, Maria Antonietta Sperduto, che in passato era stata un’amante dell’imputato. Ma prima di tutto questo Pacciani ci tiene a mettere bene in chiaro alcune cose, e inizia a raccontare la storia di un rifiuto:

La venne a ballare, ci fu la festa dei cacciatori a Montefiridolfi e venne a impegnammi, dice: Si fa un ballo? E io accettai, ballammo, allora noi si va e sonava l’orchestra un tango e lei la faceva, la ballava il salto del capretto, così… […] Io non mi ritrovavo con questa qui, poi l’aveva un odore, peggio della volpe, allora io gli dissi: Senta signora, abbia pazienza, grazie lo stesso e la mandai a quel paese.

Insomma: la Sperduto chiede di ballare e lui la rifiuta per il suo cattivo odore.
Nella registrazione del processo si sentono delle risate di sottofondo quando Pacciani parla del «salto del capretto», e non mi è difficile immaginare il perché. Quello che invece mi ha colpito tantissimo, e non so dire con certezza per quale motivo, è ciò che viene detto subito dopo, ovvero il paragone con la volpe; Che è una cosa molto strana. Non so voi, ma se mi venisse chiesto di elencare degli animali che puzzano potrei citarne alcuni, ma probabilmente non mi verrebbe in mente di menzionare proprio la volpe.
La cosa mi sembrò particolare, ma sul momento non ci pensai più di tanto. Il processo era talmente pieno di follie che la successiva scacciava la precedente, e questo fu anche il destino dell’odore della volpe.
Però questa storia non si sarebbe conclusa lì, e come spesso accade con le parole crociate o i rebus irrisolti, la questione della volpe mi tornò in mente in un momento assolutamente inaspettato. Un anno più tardi, siamo nel 2022 ormai, mi trovo a rileggere alcune epistole dantesche, di cui ormai mi erano rimaste solo alcune nozioni molto generiche. Non ricordavo, ad esempio, che a un certo punto, nella Epistola VII, Dante parla della città di Firenze paragonandola ad alcuni animali.  
La situazione è questa qua: Arrigo, l’imperatore, si trova in Italia, lotta contro alcune città del nord ma indugia a scendere in Toscana. Si tratta di un errore. Possibile, gli dice Dante, che non vedi dove si trova il tuo vero avversario? Possibile che non individui il tuo vero nemico? Questo vuole dirgli Dante, e lo fa usando una metafora:

Ignori forse e non vedi, o eccellentissimo fra i principi, dalla specola dell’eccelsa sommità, dove si rintana, noncurante dei cacciatori, codesta volpe fetente? 

Il vero nemico di Arrigo VII è Firenze, e Firenze è una fetida volpe, «vulpecula fetoris istius».
Fu in quel momento che mi tornarono in mente le parole di Pacciani sulla signora Sperduto, come una grottesca madeleine. 

 

Il fetore della volpe

Un attimo di vertigine.
Tra tutte le scene del processo, forse la più celebre in assoluto, praticamente un meme, è quella in cui Pacciani recita una breve poesia sulla fratellanza e l’amore universale. Non nego che sarebbe bellissimo poter suggerire una possibile linea Dante-Pacciani, ma rassegnamoci: ci sono fantasie condannate a restare tali. Le discendenze, le influenze, e i debiti letterari vanno calcolati a partire da cose specifiche e se due persone dicono che il cielo è azzurro non è necessario che l’uno abbia attinto al primo: basta che entrambi abbiano alzato gli occhi almeno una volta. E questo è ciò che è successo anche con il nostro caso. Non è che Pacciani abbia letto Dante. Però entrambi hanno annusato il fetore della volpe.
Perché, a quanto pare, la volpe ha veramente un odore molto particolare. Nelle sue urine si trovano alte concentrazioni di nove composti chimici a base solforosa. E queste sostanze non sono solo numerose, ma alcune di queste si trovano esclusivamente nelle volpi: Come a dire che il loro odore non è solo brutto, ma è anche inconfondibile.
Quello che sto cercando di dire, in poche parole, è che è la campagna toscana ad aver indotto sia Dante che Pacciani a fare riferimento al fetore della volpe. Solo che la familiarità col mondo naturale, ovvio per un uomo del medioevo, appare più insolito in un uomo della seconda metà del Novecento, e arriva a noi, nati alla fine del millennio, come qualcosa di quasi del tutto alieno. L’odore della volpe per me è una questione accademica. È una cosa che ha a che vedere con composti chimici, con l’etologia, con l’urina e le ghiandole dell’animale (perché sì, la volpe diffonde tracce olfattive anche attraverso ghiandole specifiche posizionate in alcuni punti del corpo); mentre un uomo del secolo XIV, o un contadino di Mercatale del secolo XX, vivevano una cosa del genere in maniera più diretta, ordinaria. Io conosco l’odore della volpe attraverso il mio cervello, loro attraverso il naso. E non è cosa da poco. 
L’apparente vicinanza tra le due affermazioni, quella sensazione di vertigine, non era che un effetto ottico dato dall’ignoranza del contesto. Trascuravo – e trascuro tuttora – come debba essere  stata la vita di uomini così, cresciuti a contatto diretto con la natura, immersi fin dalla nascita nell’ambiente della campagna toscana.
Forse aveva ragione Huizinga, che nel primo capitolo del suo Autunno del Medioevo parlava di quanto la nostra esperienza del mondo sia irrimediabilmente distante da quella di chi ci ha preceduto. Prima che ci fossero termosifoni e condizionatori, «l’estate e l’inverno» formavano «un contrasto più forte»; e discorso simile è quello che si potrebbe fare con «la luce e il buio» o «il silenzio e il rumore»:

La città moderna non conosce quasi più il buio perfetto o il vero silenzio, né l’effetto di un lumicino isolato nella notte o di un grido nella lontananza. 

Quanto deve essere cambiata l’esperienza del buio con l’illuminazione artificiale? E quando Dante parla della «selva oscura» siamo veramente sicuri di capire cosa significhi smarrirsi in una foresta nel cuore della notte?

 

La fisicità dei simboli

Credo sia difficile empatizzare con qualcosa di così distante da noi. E non vale solo per la luce e il buio. Quello di cui parla Huizinga può essere applicato a molte altre cose, compresi gli odori. E la storia del fetore della volpe mi sembra dimostrare proprio questo. È la distanza dal mondo naturale della campagna a rendere strane le frasi di Pacciani, ma nel loro contesto hanno perfettamente senso. Come perfettamente senso hanno anche quelle di Dante. Solo che nel caso degli antichi, di uomini vissuti così lontani da noi, il lettore è praticamente abituato a trovare cose difficilmente comprensibili. Coi contemporanei, no.
Gli antichi, d’altronde, avevano modi di pensare distanti dai nostri. Questo è chiaro a chiunque. Ma la questione vera è che a distanziarci da loro non è solo la cultura immateriale, ma proprio il mondo concreto. E quest’ultima cosa, credo, contribuisce a renderceli singolarmente distanti e astratti.
Restiamo sul caso della volpe. Credo sia pacifico dire che per noi contemporanei la volpe sia simbolo di cose come astuzia, scaltrezza, furbizia e inganno. In questo, la pensiamo ancora come gli uomini antichi.
Già Cicerone, nel suo De Officis, la usava come metafora dell’inganno quando diceva che «la frode appare essere quasi propria di una piccola volpe». E nella Commedia questa immagine della volpe come animale ingannevole ricorre a più riprese: in Inferno XXVII Dante incontra Guido da Montefeltro, che con l’inganno aveva posto fine all’assedio di Palestrina, sconfiggendo la famiglia dei Colonna. Non usò la forza, ma l’astuzia, e per rendere questa cosa Dante scrive che le sue azioni «non furon leonine, ma di volpe»; In Purgatorio XIV Dante paragona alcune città della Toscana a degli animali e Pisa viene associata alla volpe. La città non è forte militarmente, ma sa pianificare strategie e inganni. D’altronde i Pisani, ci ricorda il Buti (un antico commentatore della Commedia), assomigliano «alle volpi per la malizia; imperò che li pisani sono astuti e coll’astuzia più che colla forza si rimediano dai loro vicini».
Potrei continuare con gli esempi, ma credo si sia capito il punto: la volpe e l’inganno, l’astuzia, la frode. Certo, ma perché? Per un motivo molto semplice: la volpe ruba. Quando cala la notte si intrufola nel pollaio e ammazza le galline, e per farlo riesce ad arrampicarsi anche su steccati molto alti, o a scavare buche per aggirare le recensioni; e quando viene rincorsa da cani da caccia riesce a ingannarli buttandosi in acqua o percorrendo traiettorie circolari. L’etologia della volpe, in pratica, mi sembra essere una possibile origine del suo significato simbolico. 

Etologie immaginarie


Il fatto che i simboli abbiano una origine materiale può essere applicato anche ad altri animali. Il leone è metafora del potere, ed è una delle creature più ricorrenti nell’araldica occidentale. Il leone è anche un grande predatore e i maschi della specie hanno una grande criniera. Che non ci sia una relazione, fosse anche solo puramente analogica, tra il leone-animale e il leone-simbolo? Il leone rappresenta forza e potere, e verosimilmente questo simbolo affonda le sue radici nella biologia.
Però qui arriviamo al punto. Se i simboli si fondano spesso su dati materiali concreti, possibile mai che la volpe abbia isolato solo l’aspetto ingannevole dell’animale e abbia trascurato il suo odore? Per noi contemporanei la volpe rappresenta solo quelle cose lì (inganno, frode, scaltrezza, furbizia), ma la pensavano così anche i medievali?
Noi possiamo ignorare l’odore della volpe perché non ce l’abbiamo sotto il naso. Ma un uomo antico – o un uomo vissuto in campagna fino a ieri – questa cosa non se la poteva permettere. È così che il fetore della volpe entra a far parte del simbolo stesso dell’animale. Facendo un po’ di ricerche ho trovato due tradizioni simboliche che integrano inganno e puzza in modi molto differenti. Ma la cosa più interessante è che entrambi fanno ricorso a delle etologie immaginarie; a dei comportamenti animali che non hanno nessun raffronto con la realtà.
Prima etologia immaginaria. Nel Fisiologo (III d.C., circa), viene collegato l’odore della volpe a una sua strategia di caccia:

Il Fisiologo ha detto della volpe che è un animale astuto. Quando è affamata e non trova alcuna bestia di cui cibarsi, va in cerca di un terreno fangoso o di un deposito di paglia, e vi si getta dentro supina, e trattiene il fiato e si gonfia tutta: gli uccelli, credendola morta, vi si posano sopra per divorarla, e allora essa d’un tratto si alza, li ghermisce e li mangia. Così anche il demonio e le sue opere sono pieni di perfidia; chi vuole partecipare delle sue carni, muore. Le sue carni sono queste: lussuria, avarizia, dissolutezza, omicidio.

Insomma: la volpe puzza perché deve fingersi un cadavere. Questa storia avrà grande fortuna in tutto il medioevo, ricorrendo in Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro, e in quei i bestiari che si rifanno al Fisiologo.
Seconda etologia immaginaria. La volpe, viene detto in alcuni testi, è in competizione con un altro animale, il tasso, e utilizza il proprio odore per vincere questa sfida. Nel De proprietatibus rerum Beato Angelico racconta come la volpe sia un animale «foetidum» e «corruptum», e poi scrive: 

[La volpe] combatte contro il tasso per prendere la sua casa, e per farlo contamina e insozza la sua tana con l’urina e lo sterco, e così facendo trionfa su di lui non con la violenza ma con l’inganno e la frode.  

Stessa cosa la si trova nello Speculum naturalis di Vincenzo di Beauvais. «Vulpes est Animal fetidum», e poi scrive:

Si dice che la volpe non si faccia mai una tana da sé, ma occupi con l’astuzia quella di un tasso. Infatti, quando sa che il tasso è uscito dalla tana, si reca all’ingresso e lì sparge il suo sterco, così che il tasso scappi a causa della sporcizia e la volpe prende così il suo posto. 

La volpe come simbolo dello squatter!

 

Il poeta di Firenze

C’è un racconto di Matteo Bandello dove si legge che la Commedia venisse imparata a memoria da tutti, anche dai fabbri di Firenze. Si tratta probabilmente di una finzione, però anche le leggende, se lette per quel che sono, riescono a restituire un indizio di realtà. A ben vedere la vera grandezza di Dante, che lo rende un autore pressoché universale, è la sua semplicità. Dante è potente anche perché le immagini che sceglie sono dirette e memorabili, e la loro comprensione a un livello essenziale è alla portata di praticamente chiunque. Per usare una terminologia videoludica: la Commedia ha (o perlomeno aveva) un basso entry-level: per poterla apprezzare a un livello fondamentale non era necessaria una cultura specialistica e la si poteva ascoltare come una lunga storia.
Certo, il livello fondamentale è basso, ma quelli successivi sono pressoché infiniti. La Commedia è una scala con i gradini bassi. Tutti possono iniziare a percorrerla. Però per arrivare in cima ci vuole sforzo. I fabbri di Bandello e i miei professori di filologia dantesca percorrono la stessa scala, ma stanno su gradini diversi.
Capire la metafora della volpe a un livello fondamentale è banalissimo, e anche un contadino analfabeta come Pacciani l’avrebbe colta. Ma a partire da questo primo gradino, la scala è molto lunga. La poesia, come diceva un mio maestro, è «parola concentrata».
Nell’Epistola VII Dante paragona Firenze a una fetida volpe, e a un livello fondamentale vuole dire una cosa molto semplice. La sua presenza è percepibile, benché non la si possa vedere. Ed è una presenza negativa. Ma a partire da questa cosa molto semplice si diramano anche altri significati. Ne propongo due.
Primo significato: il contagio. Abbiamo già detto che l’imperatore Arrigo VII scende in Italia e lotta contro alcune città del nord. Quello che vuole fare Dante con questa epistola è avvisarlo che queste battaglie sono accessorie, e che dovrebbe invece concentrare le sue forze contro un’altra città. Firenze, in termini contemporanei, sta conducendo delle proxy wars, delle guerre per procura, foraggiando prima Cremona, poi Brescia, poi Pavia. Per terminare la guerra l’imperatore deve attaccare la fonte.
Dante paragona tutto questo a un contagio. L’idea della sedizione contro l’impero si diffonde come una malattia. E il contagio, nella mente di un medievale, era legato direttamente alla teoria dei miasmi e alla qualità dell’acqua. Anche qui, questione di cultura materiale. I luoghi dove ci si infetta hanno un cattivo odore, le paludi hanno un’aria irrespirabile, e di certo un malato non profuma.
La volpe diventa il veicolo di questo contagio:

Ignori forse e non vedi, o eccellentissimo fra i principi, dalla specola dell’eccelsa sommità, dove si rintana, noncurante dei cacciatori, codesta volpe fetente? Certo la scellerata non s’abbevera al Po precipitoso né al tuo Tevere ma il suo grifo infetta ancora le acque del rapido Sarno, e questa peste crudele si chiama, non lo sai?, Firenze. 

La connessione tra i maleodori e il contagio è ancora più chiara qualche riga dopo:

Invero, evaporando il marciume, esala fumi pestilenziali, e quindi le pecore vicine e ignare sono infettate, mentre col sedurli con false blandizie e menzogne s’associa i limitrofi e li rende insensati una volta che se l’é associati. 

Firenze, la volpe, seduce e inganna i vicini, e allo stesso tempo li infetta con la peste della sedizione. Ma questa catena di significati è possibile solo a partire dal gradino più basso: volpe – puzza – malattia – contagio.
Secondo significato: l’esilio. Questa è più una suggestione che altro, ma credo sia interessante menzionarla. La metafora della volpe mi sembra far sistema anche con la dedicatoria dell’epistola, dove Dante si autodefinisce «exul immeritus», esule immeritevole, da più di un decennio costretto all’esilio. Abbiamo già ricordato che uno dei simbolismi legati alla volpe nel medioevo la descriveva come una usurpatrice, come un animale che ruba la tana di un altro. Questa immagine poteva essere attivata all’interno della memoria culturale di un uomo come Dante? Considerando la sua conoscenza delle fonti primarie, specie di Vincenzo di Beauvais, credo sia ragionevole supporre di sì. L’usurpazione della fazione dei Guelfi neri, la cacciata dei cittadini di parte avversa, e la ribellione all’imperatore, tutto questo sembra adeguarsi a quella etologia immaginaria. E forse non è peregrino immaginare Dante che, mentre scriveva la sua epistola, andava con la mente a quelle storie che aveva letto nei bestiari, senza riuscire a evitare di pensare che forse il tasso di tutta questa storia, almeno questa volta, fosse proprio lui. 


Alessandro Viola (1993) ha un dottorato in Studi Letterari, Linguistici e Comparati. Negli ultimi anni ha lavorato in Italia, Brasile, e Stati Uniti. Nel 2020 ha pubblicato la sua prima monografia, Il fascismo secondo Pasolini (1942-1975), edita da Mimesis

2 comments on “Il Mostro di Firenze, Dante e la volpe”

  1. Gaetano Giavoni

    Davvero notevole questo contributo, che ho letto con grande suggestione. Complimenti all’Autore.

  2. Stefano Cerocchi

    molto interessante questa erudita disquisizione . complimenti !

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