Il Muro di Tempeste



Pubblichiamo un estratto da Il Muro di Tempeste (Mondadori) – Libro Secondo de La Dinastia del Dente di Leone, di Ken Liu, tradotto da Andrea Cassini


In copertina, BAttaglia nelle nuvole, Salvador Dalì

di Ken Liu

IL VIAGGIO DI LUAN ZYA

Le vele sventolavano nella brezza leggera. In alto brillava un sole luminoso. 

Sulle tre navi, tutti gli occhi erano rivolti e concentrati a dritta; nessuno pronunciava una parola.

Da ovest a est, un muro torreggiante fatto d’acqua e nubi turbolente oscurava l’orizzonte. Composto da possenti cicloni e sinuosi mulinelli che danzavano, si spintonavano, battagliavano l’uno con l’altro come turbinanti danzatori con le spade, il muro era la perfetta immagine del caos primordiale spoglio di luce, fatta eccezione per i lampi dei fulmini che si aprivano di tanto in tanto nelle tenebre come tele di ragno. L’incessante rombo dei tuoni faceva sussultare l’oceano, e persino il ponte su cui stavano i marinai tremava.

«Siamo al cospetto del volto di Kiji, armato di fulmini, e di Tazu, padrone dei tifoni» disse il Capitano Thumo. Si mise devotamente le mani sul petto e pregò.

«Ho letto di una cosa del genere soltanto nelle antiche saghe degli Ano» disse Luan Zya, la voce piena di stupore. «E ho sempre sminuito la cronaca del viaggio attraverso il Muro di Tempeste credendola un mito allegorico. Per quanto possiamo pensare di conoscerlo o averlo visitato, il mondo resta pieno di meraviglie che l’umanità non ha mai visto nemmeno in sogno.»

Tutti quanti fissarono quell’incredibile manifestazione della pura potenza della natura in ossequioso silenzio.

Alla fine, Thumo fu il primo a parlare. «Non andrò più avanti di così, Maestro Zya. Avete visto quel che volevate vedere. Questa è una barriera posta qui dagli dei, oltre la quale nessuno può transitare.»

Luan Zya annuì. «Fammi andare su con il mio aquilone. Sarebbe un peccato arrivare così vicino al volto degli dei e non dare loro nemmeno un bacio.»

«Voi siete pazzo!»

«Può essere. Ma lascia che mi tolga questa soddisfazione.»

«L’aquilone potrebbe trascinare la Fortuna di Lutho in mezzo alle tempeste.»

«Il vento qui è ancora gestibile. Se navighi per una certa distanza verso sud prima di lanciare l’aquilone, dovresti avere spazio in abbondanza per manovrare in sicurezza. E se a un certo punto tu dovessi avere l’impressione di non riuscire più a contrastare la spinta dell’aquilone, potrai tagliare il cavo prima di mettere in pericolo la nave.»

«Ma di voi che ne sarebbe?»

«Proprio come tu non puoi chiedere alla ciurma d’intraprendere un viaggio che credi equivalga a morte certa, io non posso tornare indietro da questo prodigio senza avere provato a investigarlo.»

E così, dopo che le navi ebbero navigato per alcune miglia verso sud, fecero decollare l’aquilone con il bozzolo che dondolava sotto le ali. In breve, il velivolo si librò così in alto nel cielo da scomparire alla vista. Il cavo si stese in alto e puntò a nord, portando Luan Zya sempre più vicino al muro di tempeste.

La forza trascinante del cavo si faceva sempre più intensa. Il movimento verso sud della Fortuna di Lutho rallentò, e poi gradualmente si fermò. La nave cominciò a scivolare di nuovo verso nord. Come poco prima, quella muraglia di acque e nuvole turbolente incombeva al di sopra della flottiglia.

Il cavo si tese con uno scossone e l’argano scricchiolò; l’aquilone era stato catturato dalla tempesta. I marinai a bordo delle navi osservavano le vibrazioni della fune con un misto di fascinazione e terrore.

Non c’era ancora alcun anello che scendesse fischiando giù per il cavo, a indicare il desiderio di Luan Zya di tornare indietro.

Il Capitano Thumo era un uomo ligio al dovere. Sebbene digrignasse i denti e lanciasse occhiate piene di sgomento al cavo teso al massimo e ai lampi lontani, diede un ordine da trasmettere alla Tartaruga di Pietra e alla Prode Kunikin tramite bandiere da segnalazione.

Come tre pesci che avevano abboccato alla stessa lenza, le imbarcazioni spinsero con tutte le forze contro la resistenza dell’aquilone, cercando di mantenere la loro posizione.

Fwiiiiit!

Il fischio stridulo suonò come musica celestiale alle orecchie del Capitano Thumo. L’anello scese dal cielo plumbeo correndo giù lungo il cavo e colpì il cilindro centrale dell’argano con un forte clangore metallico. Il capitano stava per dare l’ordine di cominciare a riavvolgere il filo dell’aquilone quando il ponte oscillò sotto ai suoi piedi, e su tutte e tre le navi esplosero grida di sorpresa.

Thumo alzò lo sguardo e vide che il cavo, che fino a un istante prima era completamente teso, si era allentato e stava ricadendo dal cielo. L’improvvisa scomparsa della forza trascinante contro cui le navi stavano opponendo resistenza le aveva fatte sbandare in avanti, fuori controllo, con le prue che cozzavano contro le poppe e i remi che si incastravano. Per fortuna il danno era lieve, e ai marinai non servì molto tempo per districare le navi l’una dall’altra. Thumo corse al cilindro, ormai inutile, e prese l’anello di segnalazione. Vi era stato attaccato un fiocco di seta che svolazzava nel vento.

Non posso arrivare così lontano senza poi compiere un ultimo passo. Abbiate cura di voi.

Il Capitano Thumo imprecò. Fissò il muro di tempeste, dove ogni colonna turbinante di acqua e aria era alta quanto una montagna e larga quanto una città.

Niente avrebbe potuto sopravvivervi.

Chiuse gli occhi, addolorato. Sebbene non conoscesse intimamente il suo famoso cliente, durante il loro breve viaggio aveva imparato a rispettare e apprezzare quell’anziano gentile. Ogni sua parola e gesto emanavano grazia, il che dava l’idea di un uomo che non appartenesse al mero piano dell’esistenza mortale, ma che fosse in comunione con il divino. Osava fare cose che nessuno mai aveva osato, e persino le circostanze della morte lo avvicinavano agli dei.

Con il cuore vinto dalla desolazione, il capitano scosse la testa e diede l’ordine di regolare le vele per rimettersi in viaggio verso casa.

Ma tra i marinai non ci fu alcuna esultanza festosa; al contrario, alle orecchie di Thumo giunsero gemiti di terrore e grida sconclusionate.

«Qual è il problema?» urlò il capitano. «Il Maestro Luan Zya ci ha svincolati dalla sua missione. Torniamo a casa!»

I marinai indicarono alle sue spalle, gli occhi specchi di paura e sconcerto.

Thumo si voltò per guardare in quella direzione e rimase pietrificato.

Uno dei cicloni nel muro di tempeste si era separato come un danzatore che si sposta dal resto del gruppo. Tanto grande da sovrastare persino il vortice di Tazu, se quello avesse potuto sollevarsi in aria, il ciclone puntò dritto verso la nave, un mostro rapace, sinuoso e turbinante, intenzionato a divorare ogni cosa che si mettesse sul suo cammino.

Una parete d’acqua alta quanto la torre più elevata del palazzo di Pan s’innalzò di fronte al ciclone e si avventò sulla barca come un branco di segugi che corrono latrando davanti al cacciatore, un’onda enorme che, al confronto, avrebbe fatto sembrare gli tsunami delle mere increspature in uno stagno.

Thumo gridò alla ciurma di issare le vele e mettersi ai remi, ma sapeva già che erano spacciati.

Luan Zya si teneva forte alle pareti del bozzolo. Sciogliersi dal cavo non era stata una decisione impulsiva, bensì una scelta che aveva programmato fin dal momento in cui il Capitano Thumo aveva affermato che non era disposto a mettere a rischio la vita dell’equipaggio per andare in cerca dell’ignoto. In un certo senso, Luan si era sentito sollevato da quel rifiuto: non voleva essere responsabile della morte di altre persone per inseguire un obiettivo che desiderava raggiungere con ogni fibra del suo essere, ma per il quale non era in grado di offrire alcuna spiegazione razionale.

“Forse è per questo stesso motivo che non ho voluto alcuna posizione d’autorità agli ordini di Kuni” pensò. “E che ho cercato subito di fuggire dalla capitale quando l’imperatore mi ha chiesto di aiutarlo a portare avanti la rivoluzione con la scelta inaspettata e segreta in merito al suo erede.”

Aveva sempre interpretato il ruolo del consigliere, una figura il cui lascito al mondo era legato a decisioni prese da altri. Escogitava strategie e piani ma, quando veniva il momento di ordinare ad altri uomini di morire per le sue visioni, mancava della necessaria fermezza nei propositi e della volontà di accettare le conseguenze delle proprie scelte.

Era meglio librarsi nel cielo su un aquilone, da solo. Era sempre stato quello il ruolo in cui si sentiva più a suo agio. Qualsiasi decisione avesse preso, l’unica vita di cui sarebbe stato responsabile era la sua.

Occhieggiò oltre gli spessi oblò in vetro e si aggrappò forte alle maniglie. Era circondato dalle nuvole tumultuose e magnifiche che formavano le pareti vorticanti dei tifoni, ciascuno grande quanto un’isola, ciascuno che si fondeva con quello accanto. L’ululato dei venti e il rombo dei tuoni risuonavano all’interno del bozzolo come se Luan si trovasse dentro una serie di tamburi percossi dagli dei.

Il bozzolo era collegato a un sistema di pulegge e sartiame tramite funi, e manovrandole Luan poteva modificare l’angolo e la tensione nelle ali dell’aquilone e dirigerne il volo, entro certi limiti. Quando sopra gli oblò si raccolsero scrosci d’acqua che offuscarono la vista verso l’esterno, provò la sensazione illusoria di non trovarsi nel cielo bensì sotto il mare, come se il bozzolo fosse un sommergibile per un singolo pilota che si tuffava in un oceano bizzarro e fantastico.

Planando tra le nuvole rischiarate dalle saette, Luan provò una sensazione di ebbrezza che aveva sperimentato per l’ultima volta quel giorno lontano in cui si era lanciato in volo dalle Montagne Er-Mé verso la processione del tiranno Mapidéré, certo che sarebbe morto ma altrettanto certo che avrebbe trascorso gli ultimi istanti di vita come una stella incandescente. 

Sarebbe stato il primo uomo a volare in mezzo a un tifone battuto dai fulmini, il primo uomo a cercare di perforare il Muro di Tempeste che bloccava il cammino per la terra leggendaria degli immortali a nord.

Ridendo, ululando con ferocia come se fosse ancora quel giovane animato dalla passione e da un preciso obiettivo, strattonò con forza le ali dell’aquilone e si tuffò in picchiata verso il cuore del muro tempestoso.

Poi, il brontolio dei fulmini scosse l’intero bozzolo e gli fece battere i denti; ci fu un lampo abbagliante che sembrò rimuovere dalla vista l’intero mondo; la pelle prese a formicolargli come se avesse assunto vita propria; e il suo ultimo pensiero fu: “Quindi, venire colpiti da un fulmine è un po’ come prendere fuoco”.

Si svegliò. Non sapeva dove si trovasse, se sulla terra dei vivi o sulla sponda più lontana del Fiume-su-Cui-Nulla-Scorre. Sentiva i lividi su tutto il corpo, ma gli sembrava di non avere niente di rotto. Il dolore era come un coltello smussato che pungolava le ragnatele agli angoli della sua mente.

“Non sono morto” pensò.

Si sentì sollevare dolcemente e poi riappoggiare giù, come se le nuvole della bufera avessero acquistato massa e fossero diventate massicce e lente.

All’esterno, c’era ancora il rimbombo dei tuoni. Una luce blu scuro invadeva l’interno del bozzolo.

“Sto ancora volando?” si chiese.

Fuori dall’oblò, una sagoma arancione a strisce nere planò sopra la sua testa. Luan si meravigliò di quanto lento volasse quell’uccello, lento quanto i suoi pensieri.

“Che animale prodigioso, in grado di volare in mezzo a una tempesta del genere!” disse fra sé e sé. “Che sia il suo ambiente naturale?”

Si sentiva parecchio stordito.

L’ultima volta che si era trovato in quelle condizioni era stata quando aveva finito l’aria salendo con l’aquilone a un’altitudine che non aveva mai raggiunto prima. Aveva attribuito la sensazione alla fatica, a una semplice stanchezza, ma in quel momento capiva che era segno che il bozzolo stava esaurendo l’aria respirabile. Quella volta non aveva equipaggiato il bozzolo con un pallone d’aria esterno, perché non era decollato alla ricerca della massima altitudine. Quindi perché l’aria stava finendo?

Fuori dall’oblò planò un’altra sagoma gialla a strisce blu.

“Un altro uccello?” si chiese.

“No, le ali sono troppo piccole.

“Sta nuotando, non volando.

“Un pesce.

“Acqua. Mi trovo sott’acqua.”

I pensieri si contorcevano nella sua mente tra grandi difficoltà, lottando contro lo stordimento e la confusione che gli riempivano il cervello come il fango colloso sul fondo degli stagni dove cresce il loto.

“Devo uscire” concluse.

Le sue dita, muovendosi frenetiche, trovarono infine il chiavistello della porta del bozzolo, afferrarono forte la maniglia e spinsero.

Colto di sorpresa dall’acqua che inondò l’abitacolo, Luan si ritrovò ad annaspare prima di ricordarsi di trattenere il respiro. Il bozzolo, che era progettato per galleggiare, era stato spinto sotto la superficie del mare dal peso del relitto dell’aquilone. Si spinse fuori scalciando, dimenandosi nel tentativo di riemergere. Tutto intorno a lui c’erano strati di seta indurita che lo trattenevano. Per raggiungere la superficie, per raggiungere l’aria, avrebbe dovuto allontanarsi dal bozzolo nuotando e fare il giro intorno alle ali.

I suoi polmoni erano in fiamme, e si sentiva braccia e gambe deboli e pesanti. Era troppo lontano dal bordo dell’aquilone. Non ce l’avrebbe mai fatta.

Smise di affannarsi. La veste pesante, che aveva indossato per tenersi caldo, si era inzuppata d’acqua e lo stava trascinando giù verso il fondo dell’oceano.

“Sarebbe stato bello vedere nuove terre prima di morire, ma ciascun viaggio ha la sua fine” pensò.

“Noi veniamo dal Flusso, e al Flusso faremo ritorno.”

Era sul punto di chiudere gli occhi e aprire la bocca per inghiottire l’acqua gelida che avrebbe posto fine alla sua vita, quando sentì qualcosa agitarsi accanto al suo cuore come un animale che si dibatteva per uscire. Incuriosito, con l’ultimo barlume di coscienza Luan liberò quell’oggetto sconosciuto dalle pieghe della veste.

Ne emerse un libro. Con le pagine che svolazzavano come le ali di un uccello in lento movimento, come l’ondeggiante pinna a gonnellino di una seppia, il libro nuotò verso la superficie, lasciandosi dietro una scia di inchiostro che si dissolveva poco per volta. Nella torbida luce sottomarina, le pagine bianche sembravano luccicare con lettere dorate.

Era il Gitré Üthu, il libro magico che gli era stato dato da Lutho, il dio che più di una volta gli aveva cambiato e salvato la vita.

Luan Zya allungò una mano verso il libro e con le ultime forze ne afferrò la costa; si sentì trascinare verso la superficie.

Con un forte scroscio affiorò oltre il pelo dell’acqua. Si aggrappò al telaio dell’aquilone e prese avide boccate d’aria, un po’ come quando, decenni prima, era naufragato sulle coste di Tan Adü con il relitto della sua zattera. In lontananza poteva vedere il Muro di Tempeste, i cui tifoni e cicloni congiungevano ancora il cielo al mare.

Ma il punto in cui si trovava lui era calmo. Il telaio dell’aquilone precipitato cigolava mentre le onde dolci lo sollevavano e lo abbassavano delicatamente, come se cullassero un bambino per farlo addormentare. Era baciato dalla calda luce del sole, e una brezza gentile gli accarezzava il viso.

Nel cielo a oriente apparve un arcobaleno, la cui estremità destra scompariva nelle tempeste turbinanti. Poco per volta, Luan intuì che il Muro di Tempeste si trovava a sud rispetto alla sua posizione.

In qualche modo, l’aveva attraversato con l’aquilone.

Percorso da brividi e fitte di gioia, sollievo e terrore, tirò fuori dall’acqua il Gitré Üthu, zuppo, e lo stese ad asciugare sulla superficie oscillante dell’aquilone. Tutti gli appunti che vi aveva trascritto nel corso degli anni erano stati lavati via dall’acqua, e le pagine vuote sembravano sia una purificazione del passato, con i suoi intrighi e tradimenti, sia una promessa per il futuro, terra incognita.

Su una delle pagine, ancora bagnata, apparve una riga dorata di testo: Adesso sei solo.

E un attimo dopo, una seconda riga: Ed è una buona cosa.

«Grazie, Maestro» gracchiò Luan Zya. E poi rise.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere). “Non tutto il male” (Effequ) è il suo primo romanzo

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